L’esposizione, organizzata in occasione del 160° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, nasce dalla collaborazione tra il Museo Nazionale di Cracovia e Arthemisia. La curatela di Beata Romanowicz, affiancata dalla consulenza scientifica di Francesca Villanti, costruisce un percorso articolato che intreccia rigore storico e apertura divulgativa.
Oltre 200 opere, provenienti dalla collezione di Feliks Jasieński, raccontano l’evoluzione stilistica di Hokusai, restituendone la straordinaria capacità di reinventarsi attraverso linguaggi e tecniche. Dalle prime prove nella scuola di Katsukawa Shunshō, con ritratti di attori e lottatori di sumo, fino alla piena maturità, l’artista attraversa fasi creative segnate anche dal continuo mutare dei suoi nomi d’arte, una pratica che riflette una ricerca incessante di autodefinirsi.

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Il percorso espositivo mette in dialogo alcune delle serie più celebri, tra cui Le Trentasei vedute del Monte Fuji (fig. 1) e La Grande Onda di Kanagawa (fig. 2), insieme ai fogli degli Hokusai Manga, veri e propri repertori visivi che hanno influenzato generazioni di artisti. In queste opere, il paesaggio diventa struttura narrativa e campo di sperimentazione formale.
È nella costruzione dello spazio che emerge la modernità di Hokusai: pochi tratti, linee essenziali, campiture di colore calibrate. La natura, acqua, montagne, vento, non è semplice sfondo, ma forza dinamica che ingloba la presenza umana, spesso ridotta a segno minimo, quasi assorbita dal ritmo del mondo naturale.
Emblematica è la rappresentazione dell’acqua: dalle onde monumentali alle cascate della serie Shokoku taki meguri (fig. 3), il movimento è protagonista assoluto, traducendosi in un flusso visivo continuo che alterna tensione e quiete. Un’energia che sembra anticipare sensibilità moderne, fino a evocare suggestioni musicali, come quelle della Moldava di Smetana.
Accanto alla dimensione monumentale, emerge anche un registro più intimo e ironico. L’Autoritratto come pescatore (fig.4) restituisce un artista capace di guardarsi con leggerezza, mentre i Manga rivelano un segno rapido, libero, quasi istintivo.

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La mostra si arricchisce inoltre di un nucleo di circa 180 oggetti – tra libri illustrati, lacche, smalti, armi, tessuti e strumenti musicali – che contestualizzano la produzione di Hokusai all’interno della cultura materiale giapponese. A completare il percorso, le fotografie di Felice Beato, tra i primi a documentare il Giappone dell’apertura all’Occidente, offrono uno sguardo parallelo e complementare.
Più che una retrospettiva, quella di Palazzo Bonaparte si configura come un’immersione nell’universo visivo del “Mondo fluttuante”: un racconto che restituisce la complessità di un artista capace di trasformare l’osservazione del reale in visione, e la visione in linguaggio universale.