Rifacendosi alla domanda che Cristo rivolge ai suoi discepoli nella regione di Cesarea di Filippo, come riferito nei vangeli sinottici, l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum ha organizzato la mostra itinerante “Chi è l’Uomo della Sindone?”, ospitata dal 3 marzo al 19 maggio 2026 nella basilica romana di Sant’Andrea della Valle, molto frequentata per la sua posizione centralissima in uno slargo di Corso Vittorio.
La mostra, dal taglio storico-didattico, espone una copia fotografica a grandezza naturale della Sindone, una delle reliquie più importanti della cristianità, ma anche tra le più studiate e discusse riguardo all’autenticità, sulla quale la Chiesa non si è mai pronunciata ufficialmente, lasciando ai fedeli la scelta di credervi o meno.
La Sindone (dal greco “sindon”, lenzuolo) è un telo di lino dalla trama a spina di pesce (cm 441 x 113), che secondo un’antica tradizione si ritiene essere il lenzuolo funebre di Gesù Cristo. Nel telo, conservato fin dal 1578 nel duomo di Torino, oltre a due righe scure dovute a un incendio avvenuto nel 1532 a Chambéry (in Francia), a tracce di sangue e ad aloni provocati dall’acqua, è visibile una doppia figura umana, frontale e dorsale: una sorta di impronta che non è stata prodotta da nessuna tecnica conosciuta, ma che si è formata in modo misterioso.
Sono molti i racconti apocrifi, le tradizioni e le leggende dei primi secoli della nostra era che tramandano il tema del sudario con l’immagine di Cristo, ma le prime notizie storiche certe dell’esistenza della Sindone risalgono a metà del XIV secolo. Nella mostra viene evidenziato come l’analisi di molte raffigurazioni artistiche del Volto di Gesù, a partire dal IV secolo d.C. (dopo l’editto di Milano promulgato da Costantino) in poi, presenta sorprendenti somiglianze con quello della Sindone, come la forma allungata del viso, i lunghi capelli e la forma della barba. Per questo alcuni esperti sostengono che essa sia stata il prototipo delle rappresentazioni del Volto del Signore.

Il telo è stato in possesso dei Savoia dal 1453 fino al 1983, quando Umberto II lo donò al Papa. Il negativo fotografico, grazie alle prime foto realizzate nel 1898, rivelò in maggiore dettaglio le sembianze del corpo e fece nascere l’interesse scientifico per la Sindone, tanto che numerosi medici già da allora condussero una serie di indagini medico-legali. Dal chiaroscuro dell’immagine si può ricavare la forma tridimensionale del corpo, peculiarità unica.
Corpo che viene riproposto nella mostra con un modello scultoreo esposto nella Cappella del Crocifisso. In un’altra vetrina è esposto un facsimile della corona di spine, che doveva coprire la parte superiore della testa. La corona, che ha provocato all’uomo della Sindone circa 50 ferite, potrebbe essere stata realizzata con le spine di Ziziphus spina-Christi, una pianta che cresce nei dintorni di Gerusalemme.

- modello_uomo_della_sindone.
Alcuni dettagli di tipo medico sulla crocifissione, che solo ora siamo in grado di studiare su base scientifica, dimostrano che l’impronta che si vede è veramente quella di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso con chiodi e trapassato da una lancia al fianco destro. Il tempo di contatto fra corpo e lenzuolo è stato valutato attorno alle 36-40 ore.

- vetrina_con_corona_di_spine
Il ritrovamento sul lino di pollini della Giudea e di calce proveniente dalle grotte di Gerusalemme sembrerebbe confermare la sua provenienza dalla Terrasanta.
Tutto, pertanto, coincide con la narrazione della Passione di Gesù Cristo nei Vangeli. L’origine dell’impronta umana, formatasi tramite un processo di disidratazione e ossidazione delle fibrille superficiali del lino, rimane ancora un mistero. Si potrebbe pensare a una forma di energia sconosciuta, una radiazione luminosa sprigionata dal corpo che ha impresso sul telo delle macchie che l’occhio percepisce come un’immagine compiuta.
Certo è che la Sindone continua a stupirci e a suscitare domande, alle quali la scienza non sempre è in grado di rispondere.
Un gruppo internazionale di scienziati, lo Shroud of Turin Research Project, nel 1978 ha esaminato la Sindone con le più moderne attrezzature scientifiche del tempo. Essi nel 1981 pubblicarono i risultati in oltre 20 articoli su riviste scientifiche referenziate, concludendo che la Sindone ha avvolto un vero corpo umano, flagellato e crocifisso. L’immagine non è il prodotto di un artista. Eppure c’è sempre chi cerca di dimostrare il contrario.
Recentemente il digital creator brasiliano Cicero Moraes ha riproposto l’ipotesi che l’immagine della Sindone di Torino possa essere stata creata mediante l’impiego di un bassorilievo riscaldato, basandosi esclusivamente su simulazioni informatiche. Tuttavia, questa teoria manca di una controprova sperimentale, perché uno studio informatico non può riprodurre in pieno quanto accade nella realtà, e oltretutto un esperimento di questo tipo è stato effettuato nel 1982 dal prof. Vittorio Pesce Delfino, come descritto nel suo libro “E l’Uomo creò la Sindone”. Egli realizzò un bassorilievo metallico (proprio come ha suggerito Moraes) del volto della Sindone e lo riscaldò generando un’immagine “simile” a quella del Volto sindonico, ma con un problema irrisolvibile: l’immagine presentava evidenti strinature e bruciature, che sono invece del tutto assenti sulla Sindone.
Riguardo alla cronologia della reliquia, si è dato grande risalto nel 1988 alla sua datazione basata sul metodo del Carbonio 14, che la fece risalire al 1260-1390 d.C., ma attualmente questo risultato è ritenuto inattendibile, perché il campione di stoffa utilizzato non era significativo e presumibilmente inquinato da vicissitudini varie.
Recenti studi italiani (2022-2024), in particolare quello del CNR effettuato utilizzando la tecnica WAXS (Wide Angle X-ray Scattering), che misura l’invecchiamento naturale della cellulosa, suggeriscono che la Sindone risalga a circa 2000 anni fa e che sia quindi compatibile con l’epoca di Gesù.
Comunque, al di là dei risultati scientifici, “Ciò che soprattutto conta per il credente è che la Sindone è specchio del Vangelo ... Per ogni persona pensosa essa è motivo di riflessioni profonde …”, come ha scritto nella sua meditazione del 24 maggio 1998 Giovanni Paolo II, in occasione della sua visita al duomo di Torino.