La rigenerazione, commedia-dramma è un testo poco frequentato ma di straordinaria modernità, scritto tra il 1926 e il 1927 e mai rappresentato quando l’autore era in vita, che oggi risuona con sorprendente attualità per la lucidità con cui affronta il tema del tempo, del corpo e dell’identità.
Ultima opera teatrale di Svevo, originariamente concepita in tre atti, *La Rigenerazione* concentra in forma drammaturgica i nuclei centrali della sua poetica: l’inettitudine, l’autoinganno, la frattura tra coscienza e desiderio. Al centro della vicenda troviamo Giovanni Chierici (interpretato da Nello Mascia), anziano borghese benestante, sposato con Anna, incapace di accettare il declino fisico e mentale che la vecchiaia comporta. L’idea di essere considerato superato, ridicolizzato o messo ai margini lo ossessiona. La sua risposta è una fuga in avanti: sottoporsi a un intervento di “rigenerazione” ormonale, pratica allora in voga e ispirata agli esperimenti del dottor Serge Voronoff, che promettevano un improbabile ritorno alla giovinezza.
Ma in Giovanni la spinta al ringiovanimento non è soltanto fisica: è il tentativo disperato di recuperare ciò che ritiene di aver sacrificato sull’altare delle convenzioni sociali e della rispettabilità borghese. La sua è una ribellione tardiva, nutrita di ironia amara e di una comicità feroce, che lo rende insieme ridicolo e profondamente umano. A incoraggiarlo – non senza secondi fini – è il nipote, mosso da interessi economici più che da affetto. L’illusione della scienza come scorciatoia per fermare il tempo si rivela presto per ciò che è: un sogno destinato a incrinarsi.
L’operazione non produce i miracoli sperati. Eppure, paradossalmente, una forma di rigenerazione avviene davvero: non nel corpo, ma nella coscienza. Attraverso un intreccio di memoria, sogno e visioni che contaminano il piano realistico con quello onirico, Giovanni rivive la propria giovinezza, rielabora scelte e rinunce, fino a intravedere una possibile riconciliazione con il proprio destino. La vera trasformazione non è il ritorno a un’età perduta, ma l’accettazione della ciclicità della vita, della vecchiaia come approdo e non come sconfitta.
In Chierici si delinea una figura tipicamente sveviana: un “inetto” fuori tempo, un uomo che si comporta come un bambino capriccioso, incapace di aderire serenamente al ruolo che la società gli assegna. Corpo estraneo nell’ordine rassicurante della borghesia, egli tenta di opporsi al fluire del tempo affidandosi alla scienza e all’autoillusione. Svevo, con il suo consueto umorismo sottile, smaschera così il carattere grottesco della lotta contro l’invecchiamento e, in ultima istanza, contro la morte stessa.
Il riferimento alla psicoanalisi – disciplina che in quegli anni si andava affermando come strumento di conoscenza e cura della soggettività – attraversa l’opera come chiave interpretativa. È nel “sogno”, nella dimensione interiore, che il protagonista trova una verità più autentica di quella promessa dai bisturi. La scena si fa allora spazio mentale, teatro dell’inconscio prima ancora che luogo fisico.

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La regia di Valerio Santoro accompagna con sensibilità questo slittamento dal comico al tragico, costruendo uno spettacolo che alterna leggerezza e tensione drammatica. Se talvolta l’accento sul dolore esistenziale appare marcato, la scelta contribuisce a mettere in risalto la vulnerabilità del protagonista. L’allestimento scenico di Luigi Ferrigno, dinamico e suggestivo, distingue con pochi ma efficaci elementi la dimensione reale da quella onirica, favorendo una fluidità narrativa che riflette l’instabilità interiore di Giovanni.
Il cast – con Nello Mascia affiancato da Roberto Caronia, Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio e Roberto Mantovani – offre una prova corale solida, capace di restituire le sfumature psicologiche e l’ambiguità dei personaggi, sospesi tra caricatura e verità emotiva.
Considerata da molti il capolavoro teatrale di Svevo, *La Rigenerazione* si conferma un’opera di sorprendente modernità. Non è soltanto una riflessione sulla vecchiaia o sul mito dell’eterna giovinezza, ma una critica più ampia all’incapacità di abitare il presente. Svevo mette a nudo il vizio del rimpianto, l’illusione che il passato sia sempre un tempo migliore, e suggerisce che l’unico tempo autenticamente nostro sia quello che stiamo vivendo. In questa tensione tra memoria e accettazione, tra desiderio e consapevolezza, risiede la forza di una commedia che, sotto il velo dell’ironia, parla con lucidità inquietante al nostro tempo.