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IL MALATO IMMAGINARIO

ALLA SALA UMBERTO
giovedì 22 gennaio 2026 di La Redazione

Argomenti: Teatro


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Con: TINDARO GRANATA | LUCIA LAVIA e con: ANGELO DI GENIO | EMANUELE ARRIGAZZI | ALESSIA SPINELLI | NICOLA CIAFFONI | EMILIA TIBURZI | OTTAVIA SANFILIPPO

Comunicato stampa

Regia ANDREA CHIODI

adattamento e traduzione Angela Dematté scene Guido Buganza | costumi Ilaria Ariemme | luci Cesare Agoni | musiche Daniele D’Angelo | consulenza ai movimenti Marta Ciappina | assistente alla regia Elisa Grilli

Dal 27 Gennaio al 1° febbraio 2026 SALA UMBERTO

Dopo il successo degli allestimenti dedicati a classici come La locandiera di Goldoni e La bisbetica domata di Shakespeare – per cui Tindaro Granata è stato candidato al Premio Ubu –, l’attore siciliano e il regista Andrea Chiodi tornano a collaborare lavorando su uno dei testi più fortunati di Molière, Il malato immaginario.

Il 1673 è l’anno di composizione dell’opera: un nuovo attacco di Molière contro i medici, che testimonia, ancora una volta, il suo odio viscerale per questa categoria. “Molière – scrive Giovanni Macchia, tra i francesisti più autorevoli del Novecento – è uno scienziato delle nevrosi”. È un uomo malato, che teme di morire, ma che sa anche che ridere e far ridere è una difesa contro quelli che erano i suoi stessi mali: la gelosia, il dolore, l’ansia, la malinconia. C’è, dunque, dietro commedie che sembrano fatte di comicità persino farsesca, l’ombra di un autoritratto, un gioco, dice Macchia, “tra assenza e presenza”. “La mia esplorazione e curiosità per questo testo – dichiara Andrea Chiodi – inizia da questa battuta di Molière: ‘Quando la lasciamo fare, la natura si tira fuori da sola pian piano dal disordine in cui è finita. È la nostra inquietudine, è la nostra impazienza che rovina tutto, e gli uomini muoiono tutti quanti per via dei farmaci e non per via delle malattie’. Una visione che fa un po’ paura, ma che, allo stesso tempo, mi intriga moltissimo”.

E sarà un Malato immaginario onirico e irriverente quello firmato da Andrea Chiodi, divertente e contemporaneo nel portare in scena le vicende familiari dell’ipocondriaco Argante, circondato da medici inetti e furbi farmacisti, ben felici di alimentare le sue ansie per tornaconto personale. Come l’avaro Arpagone, Argante è vittima di se stesso e burattino di chi gli sta intorno, prigioniero della sua stessa paura, un’ossessione – l’ipocondria – che in questa nuova versione del capolavoro di Molière diventerà piena protagonista.

Note di drammaturgia di Angela Dematté

Il malato immaginario arriva alla fine di un periodo complesso per Molière: come in una corsa al massacro sociale si sposa con una donna che potrebbe essere sua figlia (e tanti pensano lo sia davvero), scrive opere sempre più scomode (subendo costantemente gli strali delle categorie che prende di mira: tartufi, misantropi, avari…) ed entra in conflitto con il musicista beniamino del re, Gianbattista Lulli. In questo stato scrive per sé il personaggio di Argante, malato immaginario. Come scrive Cesare Garboli: “La malattia di Argan soccorre il malato come un sedativo. Lo soccorre nel profondo bisogno di non esistere, di addormentarsi, di assentarsi, finché tutta la vita sia risucchiata dal nulla. Se la vita è male, asserisce Argan, si può viverla solo se si è ‘malati’, o si è irresponsabili e ciechi. Argan difende un asilo innocente, il suo diritto all’infanzia.”

Mi sembra che l’autofiction in cui tutti noi esseri umani siamo caduti da qualche tempo, questo nostro rappresentarci continuamente anche nei nostri malanni più intimi, sia molto simile alla malattia di Argante/Molière. Vogliamo mostrarci malati, immolarci, morire in scena per trovare disperatamente qualcuno che ci accudisca, compatisca, perfino che ci derida o che ci odi: cerchiamo un qualsiasi sguardo genitoriale che ci permetta di esistere. Il re Luigi/padre sta già sostituendo Molière con un nuovo musicista/figlio, più furbo, leggero e di moda e – paradossale - con il suo stesso nome: Gianbattista. Molière non sarà più il commediante del re. Quello di Argante/Molière è un ultimo, disperato sforzo. Morendo, Molière ci deve aver detto qualcosa d’essenziale, di vicinissimo a noi. Si esiste solo se si è guardati. Si muore, talvolta, per esistere.

Note di regia di Andrea Chiodi

“Io sono il malato!”, così grida Argante al fratello Beraldo e alla serva Tonina: “Io sono il malato!” ...

Mi sono chiesto se questo grido non fosse il grido disperato di un autore teatrale che, mentre scrive, si sente messo da parte, ridicolizzato dalla società, non più di moda e, nel caso di Molière, non più accettato a corte. Con questo lavoro ho cercato di mettere in scena questo grido disperato, il grido di un artista, la domanda di un artista, la domanda di chi cerca di far capire a chi parla la sua arte, il suo teatro, fino a morirci dentro, fino a decidere di essere malato per proteggersi dalla durezza della realtà. L’abbiamo fatto con il testo integrale e fedele con la sola aggiunta della supplica di Molière al Re, supplica in cui domanda: “Allora ditemi sinceramente, mio sovrano Signore, se volete che io scriva ancora delle commedie. Io non voglio dar fastidio a nessuno. Preferirei morire piuttosto che pensare che il teatro di Molière disgusta tanto da detestare il solo sentirlo nominare."

SALA UMBERTO

Via della Mercede, 50, 00187 Roma - prenotazioni@salaumberto.com

Mar 27/01 20:30 Merc 28/01 20:30 Giov 29/01 19:00 Ven 30/01 20:30 Sab 31/01 16:00 Dom 01/02 16:00

Durata: 120 minuti

Prezzo biglietto da 34€ a 22€ disponibili su www.salaumberto.com - www.ticketone.it


UFFICIO STAMPA MONICA MENNA monica.menna@sisicommunication.it T. 328 / 94 48 311 ALESSANDRA TEUTONICO alessandra.teutonico@sisicommunication.it T. 392 / 50 89 173 FB Sisi Communication IG sisi_communication

 

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