Sei statue in terracotta di offerenti, tre maschili e tre femminili, che si datano tra il V secolo a.C. e il III a.C., sono la principale novità del Museo Civico Archeologico “Lavinium”, che il 13 dicembre ha riaperto le sue porte al pubblico, dopo un periodo di chiusura finalizzato a un importante intervento di risistemazione del percorso espositivo di un museo che è considerato il fiore all’occhiello della città di Pomezia (nell’area metropolitana di Roma), sorto nel presunto luogo dello sbarco di Enea nel Lazio, dopo la sua fuga da Troia.
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Ci troviamo al XVIII miglio dell’antica via Laurentina, nella località di Pratica di Mare, il cui borgo è identificato con l’acropoli dell’antica Lavinium. Le prime fasi di vita di questa città risalgono all’età del Bronzo e sono testimoniate da necropoli e tracce di capanne. Alla metà del VII secolo a.C. la città si estese verso il pianoro a sud, raggiungendo nel VI secolo a.C. il massimo sviluppo urbanistico ed economico, con l’occupazione dell’intero altopiano, difeso da mura in opera quadrata di tufo.

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Lavinium costituiva uno dei principali punti di riferimento per il commercio con gli Etruschi e con l’ambiente greco coloniale, come testimoniato da numerosi oggetti d’importazione, tra i quali molti sono esposti nel Museo Civico Archeologico, dalla planimetria di alcuni monumenti e dall’introduzione di culti provenienti dalla Magna Grecia. In età imperiale la città venne dotata di un foro, con un tempio e l’augusteo, di grandi impianti termali e di edifici pubblici, con statue onorarie dedicate a importanti cittadini lavinati. Del periodo romano è esposta una bella testa in marmo di Augusto.
Nel territorio erano presenti complessi residenziali che mantennero attivo il centro cittadino. La fine della città si può stabilire intorno al V secolo d.C., forse in relazione con uno dei terremoti avvenuti presso la foce del Tevere, ma Simmaco ancora nel IV secolo la definiva “religiosa civitas”.

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Le statue inserite nel nuovo allestimento, che si aggiungono alle altre numerose che rendono il museo veramente “imperdibile” per tutti gli amanti dell’archeologia, provengono dal deposito votivo del Santuario di Minerva Tritonia, la cui scoperta negli anni ’70 del secolo scorso ha dato un enorme contributo alla conoscenza di questa parte di territorio laziale, la cui storia si lega strettamente al mito che è all’origine della fondazione di Roma.
Ad accogliere i visitatori del museo è proprio la splendida statua in terracotta di Minerva Tritonia (V secolo a.C.), probabile simulacro di culto del santuario. Alta circa due metri, ha un serpente sul braccio destro e altri serpentelli sullo scudo che poggia sulla testa di Tritone, il cui corpo è per metà umano e per metà a forma di pesce. Il nome le è stato dato rifacendosi all’invocazione alla dea “Armipotente, sovrana in guerra, vergine Tritonia” nell’XI libro dell’Eneide.

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Dopo averla vista, lo scrittore Valerio Massimo Manfredi ha scritto il suo primo romanzo, “Palladion”, il cui nome rievoca la statua troiana che garantiva l’incolumità della città. Sarebbe stato il trafugamento della statua dell’Atena iliaca (detta Palladio) da parte di Diomede e Ulisse a provocare la fine di Troia e la conseguente fuga di Enea. L’eroe, secondo la leggenda ricordata ed esaltata da Virgilio nell’Eneide, approdò profugo coi suoi Penati sulla costa del Lazio, dove, dopo la vittoria su Turno, sposò Lavinia e fondò in suo onore Lavinium. Secondo un’altra versione del mito, il vero Palladio non sarebbe stato trafugato dagli eroi greci, ma portato in salvo da Enea e conservato in un secondo tempo a Lavinium, oppure a Roma nel Tempio di Vesta.
Le statue attualmente aggiunte, restaurate nel 2022 in occasione della mostra “Il Viaggio di Enea da Troia a Roma”, tenutasi nel Parco Archeologico del Colosseo (14 dicembre 2022 – 14 giugno 2023), sono esposte nella prima sala museale, intitolata “Tritonia Virgo”. L’operazione è stata possibile grazie alla sinergia e alla collaborazione del Museo Civico Archeologico Lavinium con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma e per la Provincia di Rieti, che le ha concesse in deposito al Museo, e con la Sapienza Università di Roma.
La nuova scenografia della sala, pulita ed essenziale, ha cercato di dare continuità a quella già esistente, formando una quinta laterale, nella quale le nuove statue appaiono come degli attori che avanzano su un palcoscenico.

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Le altre statue, anch’esse di offerenti, sono state dedicate a Minerva come ex voto per chiedere la sua protezione nei momenti di passaggio dall’età giovanile a quella adulta; tutte realizzate tra il V e il III secolo a.C., sono in prevalenza femminili. Rappresentano per lo più fanciulle o donne appena sposate (una è raffigurata con una colomba, simbolo di fertilità), ma vi è anche un bambino con una trottola.
Ci colpisce la ricchezza dei dettagli, come per esempio i gioielli, che venivano applicati in un secondo momento, con la tecnica dell’argilla liquida, sulle terrecotte realizzate a stampo e il tutto veniva poi colorato. Anche se le figure riproducono con molta veridicità l’abbigliamento e le acconciature, probabilmente non vi era un intento ritrattistico, a meno che l’artigiano non fosse talmente abile da intervenire dopo lo stampo sui volti su precisa richiesta dell’offerente.
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Isolata in una nicchia, dall’altro lato rispetto alle statue votive, c’è una piccola statua della dea raffigurata come Palladio. Questa non è paragonabile come grandezza alla Tritonia, ma è di grande importanza iconografica, perché realizzata nel ricordo del mito troiano.
Contestualmente si è rinnovata l’esposizione dei materiali esposti nella sala “Aeneas Indiges” e riferita alla musealizzazione dello scavo dell’Heroon di Enea (una sorta di tomba-cenotafio ritrovata nel territorio lavinate).
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Nuove vetrine, che permettono di apprezzare al meglio il ricco corredo di questa tomba a tumulo, restituiscono visibilità anche ai meravigliosi e significativi materiali che erano stati posti nel retroscena della scenografia. Nel rimettere al centro il materiale archeologico così come è, non si è comunque voluto stravolgere il pensiero originario dell’allestimento scenico della sala, che convive in maniera armonica con una più tradizionale esposizione dei materiali.
I lavori di riallestimento del Museo sono stati pensati principalmente per dare un volto più accogliente, moderno e fruibile al percorso espositivo. Si è innanzitutto provveduto al rinnovamento di alcune pavimentazioni delle sale espositive (in particolare togliendo la moquette, in quanto poco igienica) e dando anche un tocco di colore nuovo alle pareti delle stanze, senza tralasciare i piccoli dettagli. Sono state eliminate le teche che erano collocate al centro della sala intitolata “Mundus muliebris” (un approfondimento del mondo femminile con l’esposizione di numerose teste con particolari acconciature e gioielli, legati allo status sociale e all’età), rendendo quindi più agevole il percorso espositivo, che è migliorato anche grazie ai nuovi pannelli didattici, dalla scrittura più fluida e ben leggibile rispetto a quelli precedenti. Ricordiamo che il percorso era già dotato di video multimediali che riscuotono sempre un grande successo, ma si è preferito, comunque, non eliminare la parola scritta.

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Per quelli che non amano la visita tradizionale, è stato collocato in ogni sala un sistema Li-Fi con luci a led (posizionato in un cerchietto nel pavimento) che conduce il visitatore nelle varie sezioni del Museo, con brevi testi scritti e audio, in italiano e in lingua inglese. Inoltre, mancando una sezione riguardante proprio la topografia della città di Lavinium e la storia degli scavi, iniziati alla fine degli anni ’50 dello scorso secolo, è stato inserito un video con immagini e planimetrie dei maggiori complessi architettonici rinvenuti durante le indagini archeologiche, tra i quali ricordiamo in particolare, l’imponente Santuario dei XIII Altari, sorto intorno alla metà del VI secolo a.C. a sud della città.
Museo Civico Archeologico Lavinium
Via Pratica di Mare, 4
Pomezia
Tel. 06 91984744
www.museolavinium.it