Puntuale come ogni anno, arriva il Natale e nelle chiese e in molte case italiane vengono allestiti i presepi, la cui usanza si fa risalire a san Francesco d’Assisi, che a Greccio diede vita nel 1223 al primo presepe vivente, mentre la prima realizzazione scultorea della Natività si deve ad Arnolfo di Cambio (1289), nella basilica romana di Santa Maria Maggiore, chiamata inizialmente ad Praesepem perché custodisce le reliquie della mangiatoia di Gesù.
Proprio a Santa Maria Maggiore il 13 dicembre, a partire dalle ore 14, si terrà un presepe vivente con 2000 presepisti provenienti da tutta Italia, mentre a Palazzo Altemps, una delle sedi del Museo Nazionale Romano, in aggiunta a questo evento di fine Giubileo, si è inaugurata la mostra “Fare i presepi. Saperi e pratiche delle comunità”, organizzata dall’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale e dall’Associazione Nazionale Città dei Presepi, in collaborazione con il Museo ospitante, diretto da Federica Rinaldi, e con il supporto della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati.
La mostra, che sarà visitabile dall’11 dicembre al 10 gennaio 2026, è ospitata nella chiesa interna di Palazzo Altemps, dedicata a Sant’Aniceto, e nell’attigua cappella di San Carlo Borromeo, nel piano nobile dell’edificio. Un primo presepe accoglie in realtà i visitatori all’ingresso del museo (al pianterreno), opera di Giuseppe Passeri ed Eva M. Antulov (artisti dei presepi in Cappella Sistina): si tratta di un presepe in stile barocco capitolino, con la Natività posta al centro di un rudere con colonna, quasi a simboleggiare la caduta degli idoli pagani in seguito al sorgere dell’aurora cristiana. Le strutture, i vestiti e i personaggi, tra cui i Re Magi, sono eseguiti a mano e dipinti con pigmenti naturali preziosi.

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Se pensiamo alla tipologia di presepe più nota, il nostro pensiero corre agli esempi del presepe barocco napoletano, costituito da una miriade di personaggi e costumi popolari, che sono gli archetipi di tutte le statuine presepiali tuttora riprodotte in terracotta nelle botteghe specializzate di via San Gregorio Armeno. Un presepe affollatissimo, perché alle scene canoniche della Natività e dell’Adorazione degli angeli e dei pastori, si aggiungono quelle di taverna, di mercato e molte altre immagini che costituiscono uno spaccato della vita dell’epoca.
A Palazzo Altemps la mostra presenta altre realtà italiane, forse meno spettacolari, ma certamente genuine, che portano avanti la tradizione del presepe, privilegiando le specificità culturali, materiali e paesaggistiche del loro territorio. Come sottolineato dal titolo, la mostra non punta all’esposizione di presepi monumentali, ma “vuole evocare la ricchezza culturale e sociale dell’attività presepiale quale forma espressiva dinamica legata alla vitalità delle comunità, a un fare che veicola il continuo processo di elaborazione e ibridazione di saperi, valori, identità e visioni del mondo”.
Nella chiesa di Sant’Aniceto sono esposti i “Macachi” provenienti da Albisola (SV), tra le espressioni più rappresentative del presepe popolare ligure. Il nome deriva dal termine locale “macacu”, che vuol dire sciocco, rozzo, grezzo, perché in passato le figurine, semplici e ben lontane da quelle dei presepi più ricchi, erano realizzate a mano utilizzando l’argilla di scarto recuperata dalle fornaci dedicate alla produzione della ceramica.

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Dalla Media Valle del Serchio (LU) provengono le statuine realizzate dall’azienda Pasquini Arte, che evidenziano i cambiamenti del gusto nella tecnica tradizionale.
Oggi, infatti, viene utilizzato un materiale composto da resine poliestere e polvere di marmo al posto del tradizionale gesso. Il riempimento degli stampi, la levigazione, la colatura del materiale e la successiva pittura delle figurine restano operazioni svolte a mano ma avvalendosi, per creare nuove figure e modelli, dell’utilizzo di file e stampanti 3d, al posto del lavoro dei maestri scultori che precedentemente plasmavano con creta, plastilina o cera liquida.
I pezzi esposti raccontano questo mutamento a partire dai primi modelli creati dall’azienda nel 1975 - la natività, il pecoraio e le pecore - fino ai più recenti, come il vecchio con la lanterna e la donna con l’anfora, risalenti al 2015.
Pure toscano è il presepe circolare realizzato nel 2019-2020 da Luigi Nuti, uno storico presepista di Castelfranco di Sotto (PI), recentemente scomparso. Caratterizzato da un apparato scenografico di grande effetto, questo presepe è stato esposto per alcuni anni nella chiesa principale di Castelfranco di Sotto.

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Nella Cappella di San Carlo Borromeo ci accolgono altre creazioni presepiali, come “La semplicità della famiglia”, realizzata in due scene nel 2023 dall’abruzzese Candido Manzullo e dalla figlia Francesca, provenienti da Petrella Liri (AQ). L’ambientazione abbandona la consueta capanna presepiale per collocarsi in un vecchio casolare rurale realmente esistente nei pressi della frazione di Petrella Liri.
“La Sacra Famiglia” di Michele Zaccagnini, da Bagnoli del Trigno (IS), non è una Sacra Famiglia in senso stretto, ma dà l’idea di una scena familiare ambientata in una tipica abitazione contadina di un paese molisano agli inizi del XIX secolo. Giuseppe è presentato come un falegname al lavoro nella sua bottega; Maria, vestita con il costume tradizionale locale, è intenta nel ricamo; il Bambino gioca con una carrozza di legno realizzata artigianalmente. Accanto a loro si trova la “cundra”, la culla in legno nella sua versione alta, insieme a molti dettagli di oggetti di uso quotidiano.

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Chiude il percorso “La Natività tra le montagne e gli artigiani della Basilicata”, di Vito Traficante, da Campomaggiore (PZ): un’opera di grande fascino ambientata in una grotta ispirata ai Sassi di Matera e ai ruderi del paese di origine del presepista, un paesaggio che nel passato è stato scelto da celebri registi per ricreare quello della Palestina. Questo presepe evoca il territorio sia nei suoi aspetti naturali, come i calanchi alle spalle della Natività, sia nelle attività locali, come la bottega del vasaio, realizzata tenendo conto delle fotografie scattate da Franco Pinna durante la spedizione dell’antropologo Ernesto De Martino in Basilicata negli anni Cinquanta.
Il presepista ha scelto come tecnica espressiva il diorama per poter restituire ambienti e contesti specifici. Riproduce, pertanto, l’ambientazione tridimensionale di una scena in scala ridotta, all’interno di una scatola. I materiali usati sono legno, polistirolo e gesso.

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La mostra, pur di dimensioni modeste, è di grande interesse socio-culturale perché presenta un’arte minore, che si è imposta nel tempo come segno di religiosità popolare: una religiosità casalinga, fatta di piccole cose, ma che si tramandano con amore. E ogni anno, la notte di Natale, è proprio davanti al presepe, più che ad altre tradizioni natalizie più chiassose, che l’uomo recupera il senso della famiglia, la dolcezza di certi ricordi d’infanzia, il significato più profondo della sua umanità.
Museo Nazionale Romano – Palazzo Altemps, Via di Sant’Apollinare, 8 - Roma
Orario: da martedì a domenica ore 9,30 – 19 (ultimo ingresso ore 18)