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ALCUNI ASPETTI DELLA MENTALITA’ DESERTUALE

di Andrea Forte & Vivi Lombroso
sabato 4 febbraio 2023

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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La prima mossa per recuperare una mentalità desertuale sta nel mettere a fuoco una differenza sostanziale nell’ambito della dimensione del deserto stesso. Oggi stiamo nel convincimento che “insieme è bello”, “soli è brutto”.

È facile rendersi conto della differenza che c’è fra il parlare da soli e il parlare con se stessi. In superficie sembra che non ci sia differenza, però, se abbiamo un minimo di esperienza di situazioni di lucidità e di crisi, si può recuperare che la differenza è notevole: una cosa è quando nei periodi di crisi stiamo male e le situazioni ci travolgono, e ci si trova a parlare da soli. Altra cosa sono i periodi in cui viviamo l’esperienza di parlare con noi stessi, scoprendo in noi modulazioni diverse, con una purezza che non riusciamo a riprodurre parlando con gli altri. Provate a comunicare il senso di infinito guardando il cielo, che ci ribalta dentro, oppure quando amiamo un partner e non riusciamo a comunicare tutto ciò che proviamo.

Bisognerebbe recuperare altri due aspetti della dimensione desertuale: da una parte “essere pronto”, dall’altra “essere preparato”. C’è un abisso: noi siamo preparati a tutto, agli imprevisti, al furto, alla bomba; comunque in qualche modo reagiamo a qualsiasi evento. Ci accorgiamo però che preparandoci, anche quando va bene, resta in noi un vago senso di amaro, insoddisfazione, diciamo che siamo contenti di noi ma scontenti di io. Quando invece succede che c’è una situazione imprevista alla quale si è impreparati, non reagiamo istintivamente perché scatta una molla di chiarezza, e riusciamo ad avere una superprestazione, e a quel punto ci sentiamo veramente noi stessi; siamo noi stessi senza preparazione, semplicemente perché eravamo pronti. Il contatto coi moribondi ci aiuta molto a focalizzare tale differenza. Ci deve essere una grande differenza tra l’arrivare alla morte da scemi, o preparati, e morire pronti, vivere la propria morte secondo se stesso.

Un altro aspetto della dimensione desertica è la differenza tra isolamento e solitudine. A nostro avviso l’isolamento significa credere a ciò che io dico, a me e agli altri, credere a ciò che gli altri dicono, a se stessi e a me, e quindi innescare un processo di simpatia/antipatia. L’isolamento è una dimensione psichica, è uno dei complessi. Se prendete persone diverse e chiedete loro cosa sia l’isolamento, vi daranno definizioni diverse, a seconda delle proiezioni dell’individuo, delle sua angosce rimosse etc. Credendo a ciò che mi dico o a ciò che mi viene detto, si innesca il processo dell’accordo/disaccordo.

Cosa s’intende invece per solitudine ? Non credere più a niente, ma non nel senso pessimistico o nichilistico del termine, ma nel senso che di ogni cosa si conoscono gli aspetti effettivi e fittizi ad un tempo, oltre gli imprescindibili aspetti complementari. Un conto è non credere nel senso sciocco ed illusorio; altra cosa è essere disposti a conoscere di ogni cosa gli aspetti interattivi. Nella misura in cui non crediamo, non abbiamo situazioni di credo in comune con gli altri, ma ci si inoltra nella reale solitudine. Alla fine si resta soli perché non c’è “fede”, quando ci sono 30 miliardi di sollecitazioni e io le constato tutte ma non le credo ! Solitudine in questo senso non significa rinuncia, ma è una via di dissinesco.

 

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