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Rubrica: LETTURE CONSIGLIATE

Cittadini europei e crisi dell’euro (Editoriale Scientifica, Napoli, gennaio 2014)

COME E PERCHE’ SIAMO STATI PRIVATI DELLA NOSTRA MONETA

L’acuta analisi del prof. Guarino indica fatti documentati e rischi
giovedì 1 maggio 2014

Argomenti: Attualità
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Argomenti: Giuseppe Guarino

La nascita dell’euro diede luogo a critiche circa le procedure attraverso le quali si era provveduto alla sua adozione, ma nella speranza che quella “promozione” alla moneta unica potesse assicurare una migliore condizione della nostra finanza passarono in secondo piano le critiche varie alle considerazioni e riserve che non mancarono di essere manifestate da studiosi su un piano tecnico oltre che da politici di varie parti. Personalmente non condivisi l’idea della rinuncia alla nostra lira, ed ebbi modo di mantenere le mie riserve, poi l’operazione ebbe luogo quando già l’economia italiana attraversava un cammino incauto e rischioso, e mi limitai a riportare e diffondere tra qualche amico con brevi note alcune osservazioni, in particolare sulla base di quanto allora scrissero sia il giurista Guarino che l’economista Savona. Poi l’aggravarsi della crisi finanziaria internazionale spostò l’attenzione su altri aspetti del malessere economico che si faceva sentire sempre di più nel nostro paese, non senza – a mio avviso – cause connesse proprio a quella scelta.

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Prof. Giuseppe Guarino

La condivisione generica dell’accettazione del fatto compiuto fece sì che le critiche sostenute dai due studiosi non trovarono consensi larghi e netti, anche se le osservazioni sollevate toccavano una realtà pratica che cominciò presto a produrre effetti immediati gravi e sempre più pericolosi. Bastava d’altro canto quanto lo stesso prof. Guarino aveva sostenuto negli anni precedenti, in particolare in Verso l’Europa ovvero la fine della politica (1997), libro nel quale venivano ripercorse le vicende che avevano condotto agli accordi che fecero seguito all’entrata in vigore del Sistema monetario europeo (1971), e dell’Atto unico europeo (1986). La rilevanza delle norme sottoscritte fu in gran parte sottovalutata o meglio non compresa, da coloro stessi che ne erano stati i protagonisti – persino firmatari dei singoli atti che impegnavano l’Italia – e così la stessa sorte ebbe la stipulazione del trattato sull’Unione europea (Maastrict, febbraio 1992) entrato in vigore nel novembre 1992. L’organizzazione comunitaria trovava così una sua definizione anche se – come osservava Guarino – nei trattati (e andando indietro anche, a cominciare dalla CEE) le varie norme regolatrici non indicavano discipline stringenti e chiare nei fini e nelle conseguenze. D’altronde non tutti i poteri negati allo Stato diventavano poteri dell’Unione. Cominciava a crearsi un vuoto, nel quale siamo inconsapevolmente caduti. La stessa nostra costituzione (art. 11) sulle possibili limitazioni alla sovranità dello Stato italiano presupponeva il contemporaneo accrescimento della potestà di un ordinamento sovranazionale.

Ma non tutti i poteri negati allo Stato sono divenuti poteri identificati nelle strutture delle nuove istituzioni europee. Cioè si decideva una limitazione dell’area della politica per gli Stati (donde si spiega il titolo stesso del libro del ‘97) senza sostituirla con un’estensione corrispondente delle competenze dell’Unione. D’altronde porsi l’obiettivo dell’Unione monetaria accentuava in quel momento il peso dell’Unione politica in fieri. Così si perveniva alla creazione di un nuovo “regime” mentre proseguiva la fase della transizione. Peraltro le nuove norme “europee” sostituivano all’economia mista (che aveva caratterizzato e contraddistinto la “miracolosa” ripresa post-bellica dei paesi europei) un nuovo ordinamento che riduceva lo spazio proprio per l’esercizio dell’attività politica ed economica. Si determinava in sostanza la possibilità – poi divenuta norma – della sottrazione allo Stato delle singole monete che avevano contraddistinto lo sviluppo dei singoli Stati, come nel caso del cammino dell’economia italiana risollevatasi dopo la guerra, mentre si decideva di sottrarre allo Stato poteri essenziali per l’esercizio della sua sovranità, E l’intera operazione tendente all’unità continentale (a lungo vaticinata da vari studiosi e politici da Einaudi a De Gasperi e, soprattutto, sul piano politico da me condiviso, dagli autori del Manifesto di Ventotene) avrebbe dovuto apportare vantaggi e benefici mentre presto rivelò una serie di rischi implicanti risultati negativi, soprattutto perché l’intero spazio economico veniva subito privato dell’autonomo strumento d’operatività concreta da parte dei rispettivi Stati, nel quadro delle nuove strutture istituzionali e monetarie, come poi si constaterà.

All’inizio del 1997 erano state stabilite le condizioni di convergenza per l’ammissione alla moneta unica che entrava in vigore con il 1 gennaio 1999, quando ormai i giochi erano fatti.

E su questo punto interviene ora di nuovo il prof. Guarino che nel libro Cittadini europei e crisi dell’euro (editoriale Scientifica, Napoli, gennaio 2014) definisce, senza sotterfugi, “colpo di Stato” l’insieme delle scelte effettuate in danno degli Stati membri, dei loro cittadini e dell’Unione, attraverso l’applicazione – e veniamo al nodo centrale – del regolamento 1466/97. Infatti con quelle decisioni assunte in sede europea è stata vulnerata la sovranità degli Stati membri: in effetti è stata loro sottratta la funzione “esclusiva” proprio dei singoli Stati di mettere in atto le rispettive “politiche economiche”, restando ogni Stato sottoposto al potere determinante delle decisioni di organismi privi di ogni sostanziale identificazione con volontà democraticamente espresse dai cittadini.

L’obiettivo principale, essenziale dell’Unione era il perseguimento, per ogni Stato componente, del proprio sviluppo mentre di fatto veniva a mancare la possibilità di procedere ad una qualsiasi di ogni possibile politica rivolta alla “crescita”, sostituita da una austerity a senso unico, proprio perché venivano a mancare le condizioni istituzionali che avrebbero dovuto contribuire alla realizzazione di passi positivi nell’interesse comune. Si è invece creato un insieme di situazioni di disagi profondi che non potevano non ripercuotersi negativamente sul divenire dello sviluppo sulla base delle rispettive politiche monetarie. E le cause erano insite nelle esistenza stessa dell’euro in quanto la nuova moneta è stata disancorata dall’effettività del concreto farsi delle scelte finanziarie ed economiche.

Sul piano giuridico veniva a mancare la titolarità dei singoli gestori delle rispettive monete, con completa assenza delle responsabilità essenziali, presupposto della specifica disciplina, in quanto veniva a mancare ogni potenziale esercizio diretto delle rispettive politiche economiche in corrispondenza delle singole responsabilità. In effetti – sottolinea Guarino – il trattato unico europeo ha cancellato ogni effettivo esercizio di autonome e libere scelte nella vita economica, sottoposta alle decisioni assunte al di fuori delle responsabilità che ogni Stato ha verso i suoi cittadini. In questo senso si può ben dire – come afferma l’illustre maestro di più generazioni di studiosi – che di fatto si è instaurato un “nuovo regime” implicante nei tempi medio-lunghi la “soppressione” della democrazia, secondo la metodologia attraverso le quali per circa un secolo in Europa si era realizzato l’esercizio effettivo delle scelte di ciascuno degli Stati contribuendo alla formazione nei singoli paesi di un regime sociale di cooperazione tra le forze sociali, raggiungendo positivi risultati di sviluppo produttivo e di equa regolamentazione dei diversi interessi, dopo la guerra 1939-45, pur nella diversità delle situazioni.

Le recenti svolte sono state invece stabilite al di fuori della partecipazione delle rispettive basi sociali, provocando – attraverso norme accettate passivamente – una realtà di sistemi convulsi che hanno privato gli Stati dei loro poteri, avviando il progressivo deterioramento nella loro stessa condizione, ridotta progressivamente di qualsiasi valida operatività. E il grande giurista – autore del libro – non esita a indicare i danni concreti riportati – secondo le risultanze statistiche documentate – in Italia, Francia e Germania. Dai dati forniti risulta che i tre Stati hanno peggiorato le loro condizioni, come emerge dai numeri e dai dati concreti forniti nel libro che registra obiettivamente un grave peggioramento in tutti e tre i paesi, risultando in Italia la terza peggiore economia, in Germania come la decima peggiore e la Francia come quattordicesima (p. 49). In effetti la depressione dell’intera area dell’Unione si è verificata quale effetto del nuovo regime imposto da trattati stabiliti al di fuori di ogni scelta democratica di ogni diretto rapporto con la rappresentatività espressa dagli elettori.

In particolare il regolamento 1466/97 – come spiega e chiarisce l’analisi di Guarino – ha soppresso non solo l’autonomia finanziaria e le singole scelte delle nazioni, secondo regole condivise, come era generalmente riconosciuta nelle precedenti situazioni, ma qualsiasi spazio di attività “politica” esercitabile dai cittadini e dai governanti dei singoli Stati. Venendo meno lo spazio di decisione politica si è bloccata di fatto la possibilità di svolgimento della stessa vita democratica. I “governi” da allora sono tenuti a “fare i compiti”, con detrimento degli interessi dei diversi paesi, andando ben oltre gli ordinamenti democratici che i singoli Stati avevano rafforzato nei decenni precedenti attraverso la pratica dei progressi sociali, tra pur complessi e convulsi dibattiti e decisioni. La Germania, assunta a modello ai fini dell’omogeneizzazione, non ha subíto danni emergenti, grazie alla stabilità raggiunta in contrasto con quanto avveniva negli altri paesi.

La conclusione del prof. Guarino è che la democrazia è stata quindi soppressa nel 1989 nell’eurozona, un rivolgimento epocale – scrive lo studioso – corrispondente alle introduzioni di nuovi regimi a fine Settecento in Francia e nel ‘1917 in Russia. Al contrario delle speranze attese si è creata una generale instabilità e insicurezza, con la cessazione dei fattori potenziali per la crescita e lo sviluppo, che erano stati invece determinanti per raggiungere i risultati positivi dello Stato sociale realizzato nell’Europa democratica e che si sperava di poter conseguire attraverso le misure decise nel momento del passaggio dal XX al XXI secolo.

La finanza internazionale opera fuori dal controllo delle banche centrali, i cui soggetti peraltro non sono tutti esattamente identificabili. Se per la sua stessa natura, la funzione specifica della finanza è il conseguimento del profitto, i derivati ne sono oggi la esplicazione pratica diretta e ne abbiamo subito le pesanti conseguenze, in una condizione di esclusione da ogni eventuale intervento nell’interesse della nazione di appartenenza (ci permettiamo richiamare al riguardo il nostro saggio L’arco della pace, 2011, terzo volume, cap. XVI).

E a risultati conseguibili dalla finanza internazionale puntano i vari soggetti operanti, tra i quali sempre più potenti organismi “illeciti” ormai in grado di controllare – attenzione! – i settori della droga, della vendita di donne e bambini, organi umani, cioè influendo nella vita pratica di centinaia di milioni di persone. E così la finanza, del tutto scissa da ogni legame con il territorio originario, ha consentito in maniera determinante di stabilire una disciplina di fatto dell’Unione europea e dell’euro, al di fuori d’ogni controllo democratico, rendendo impossibile tra l’altro nei mercati gli investimenti necessari, per il rilancio delle rispettive politiche, subordinate a condizioni divergenti da interessi specifici di singole determinate collettività statali. E di “espropriazione monetaria” parla in proposito con rigorosa competenza uno studioso della materia come Pier Luigi Sorti. D’altronde l’inesistenza di un vertice politico dell’Unione costituisce (come ha scritto Fitoussi, cfr. il nostro citato studio “L’arco della pace”, 2011) un persistente ostacolo al miglioramento delle condizioni reali e adesso a qualsiasi tentativo di rimozione dei danni provocati dal golpe effettuato. Gli atti applicativi delle norme regolanti l’Unione impediscono che si provveda a rimediare agli effetti perversi degli atti compiuti. Si è creato un grande mercato, omaggiato ed esaltato, ma la creazione della nuova moneta non gestita da una autorità politica coordinata ma da una banca centrale che non risponde ai singoli parlamenti: impedisce – scrive il giurista – una disciplina coerente e appropriata alla gravità dei fatti e agli stessi compiti delle varie istituzioni europee. Questa è la realtà: i commenti sono molteplici e contraddittori, e proprio dalle parole si può osservare, obiettivamente, chi ha vinto.

Nel libro sono indicati tutti i passaggi avvenuti: e dalla nuova condizione reale occorre partire se si intendono rimuovere i danni inflitti alle popolazioni ignare come in parte gli stessi plenipotenziari che hanno operato per i diversi soggetti. Ogni altro discorso è vano se non si muove dall’effettiva situazione determinatasi. A rischio non sono singole posizioni ma la stessa sopravvivenza del sistema politico democratico a livello interno e internazionale.

Non si tratta ormai di dire “si” o “no” all’euro, perché il male – una scelta sbagliata e improvvida – è compiuto, e ora occorre piuttosto risalire al ristabilimento dei principi primi della convivenza tra nazioni per avviare un minimo di coordinazione, in grado di porre fine alle attuali realtà e predisporre un ripensamento di scelte pratiche nell’interesse comune. Come sottolinea Guarino, non è in gioco una regola, ma la stessa sopravvivenza di una serie di situazioni, quali possibili garanti della continuità, o, meglio – aggiungiamo – della persistenza di un sistema democratico, nel cui ambito rimuovere un sistema perverso, restituendo libertà di scelta ai popoli e alle loro dirette rappresentanze, secondo i principi che hanno fatto grandi le nazioni moderne nel progresso dell’interesse collettivo, quale intravisto nella nostra Costituzione e nei precedenti storici dei padri dell’autentico pensiero europeista.

In questi giorni a Roma un gruppo di studiosi ha approfondito il problema, superando le polemiche in corso e i preoccupanti sproloqui di alcune parti politiche, perché non si tratta di dire “si” o “no” a quella nefasta scelta ma di preparare un “nuovo trattato sull’euro” che stabilisca una nuova serie di regole nel rispetto della sovranità democratica dei popoli, ben oltre la rigidità delle norme attuali.



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