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L’ INVOLUZIONE DEL MONDO DEL LAVORO

Il profitto non è l’unico obiettivo da perseguire
mercoledì 24 febbraio 2010 di Savino De Rosa
A metà degli anni 70, in piena ripresa economica, il sottoscritto, ingegnere napoletano, laureato nel 68, si trovava in un grazioso albergo sulle rive del lago di Como, con un gruppo di colleghi provenienti da aziende del gruppo, per partecipare ad un programma di formazione. Il docente entrò puntuale nella sala conferenze, si avvicinò sorridente alla lavagna e disegnò un sole, così come abbiamo fatto tante volte da ragazzini. Poi si rivolse verso di noi e, sempre sorridendo, ci chiese di (...)


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L’ INVOLUZIONE DEL MONDO DEL LAVORO

mercoledì 24 febbraio 2010

Gentile ing. De Rosa,
quanto è vero ciò che lei scrive! La precarietà nel lavoro si proietta su tutte le altre sfere della vita di una persona. Impossibile fare progetti importanti per il futuro come crearsi una famiglia oppure comprare casa. Non solo, anche decisioni od iniziative meno importanti, per chi è costretto a spostarsi in altre città per lavorare, sono minate alla base da una scarsa motivazione, la quale trae origine da considerazioni del genere: cosa mi iscrivo a fare in palestra oppure ad un’associazione culturale se dovrò stare in questa città per pochi mesi? Così facendo, il prezzo che si paga in termini di difficoltà d’integrazione, solitudine e ristrettezza economica (a causa delle spese di fitto, consumi, automobile,ecc.) è veramente alto e di sicuro lo stipendio che si percepisce, a confronto, è davvero irrisorio.
Il senso di appartenenza non ha né modo né tempo di maturare. Le ragioni sono molteplici e comprendono: la consapevolezza di essere considerati uno dei mille disponibili a svolgere quel dato lavoro; il rischio di rimanere a casa allo scadere del contratto a breve termine; l’esistenza di tipologie contrattuali che feriscono l’autostima del lavoratore e ne demoliscono la motivazione introducendo la figura del “lavoratore usa e getta”; lo scarso interesse dell’azienda alla valorizzazione delle proprie risorse umane attraverso la formazione e qualificazione del personale; l’imperativo del massimo profitto con il minimo dispendio che conduce ad una politica folle di taglio dei costi (e quindi delle teste, come scriveva lei).
Oggi quel docente disegnerebbe uno sterile simbolo dell’euro sulla lavagna, a rappresentare assenza di valori, identità, onestà. In altre parole, a rappresentare il vuoto.
Un saluto da chi la precarietà l’ha vissuta.



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