Rubrica: PASSATO E PRESENTE

Perché a Roma non ci fu un’insurrezione

Roma il 4 giugno del 1944 fu liberata dalle truppe angloamericane ma non ci fu un’insurrezione popolare a cacciare i tedeschi...
lunedì 1 giugno 2009

Argomenti: Guerre, militari, partigiani
Argomenti: Storia

Roma il 4 giugno del 1944 fu liberata dalle truppe angloamericane ma non ci fu un’insurrezione popolare a cacciare i tedeschi, come sarà l’anno dopo per le grandi città dell’Itala settentrionale Torino, Genova, Milano nell’imminenza dell’arrivo degli Alleati. Ciò ha accreditato l’immagine, nell’opinione corrente, di una Roma attendista zona grigia che passa con disinvoltura dall’occupazione tedesca a quella americana. In un libro di memorie di un’osservatrice straniera (figlia dell’ambasciatore Ulrich von Hassel incriminato e giustiziato per l’attentato ad Hitler del 20 luglio 44) così si dice; “La vita di Roma mi dava l’impressione di essere poco cambiata rispetto a prima della guerra: nel giro di 48 ore in via Veneto agli ufficiali tedeschi si erano sostituiti gli ufficiali americani senza che il resto della scena mutasse di nulla. In certi palazzi romani si ebbe la cena di addio per il gen. Kesserling e poi a solo pochi giorni di distanza la cena di benvenuto per il gen. americano Clark.

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Fey von Hassel

Gli orrori che il mondo intero aveva conosciuto sembrano aver toccato poche persone nel profondo, nomi come Dunquerque, Stalingrado, Norwick, Buchenwald, Dachau, suscitano reazioni vaghe. Ma forse era la eterna storia di Roma che ne aveva viste di cotte e di crude a dare ai romani questa spensieratezza di una vita vissuta alla giornata. ”(von Hassel, Storia incredibile, Morcelliana, Brescia, 1987, p.157).

Un ritratto realistico, non c’è dubbio, ma nella storia le verità non sono così semplici e schematiche, accanto a questa Roma dell’Hassel così equivoca, rilassata e doppiogiochista, c’è stata parallela una Roma, purtroppo poco conosciuta, quella dei resistenti, impegnati con la lotta armata e non armata a redimere l’onore dell’Italia. e a nascondere nelle loro case un esercito di clandestini, militari, ebrei, disertori, prigionieri anglo americani.

”Metà della popolazione romana vive nelle case dell’altra metà” dichiarò il gen. Stahel, governatore di Roma, perfettamente al corrente della situazione., e se pensiamo che la città era alla fame questo acquista anche più valore. Fortuna che a questa Roma nel dopo guerra il regista Renzo Rossellini dedicò un famoso film Roma, città aperta, visto dalle platee di tutto il mondo, ma un film, si sa, è sempre una fiction, può non essere credibile.

Un altro osservatore straniero, scrittore e giornalista, Robert Katz in un recentissimo libro riprende la questione da un altro punto di vista.

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Robert Katz

”La storia drammatica di Roma sotto l’occupazione tedesca e di come l’ultimo giorno fu salvata dalle distruzioni, rimane in gran parte taciuta, in particolare fuori d’Italia”. (ma io aggiungo anche in Italia) “Può sembrare un fatto sorprendente” – egli aggiunge – “eppure il motivo è comprensibile, solo recentemente fra il 2000 e il 2002 è cominciata la desecretazione dei documenti del servizio segreto americano (Office of Strategic Services), dei documenti diplomatici degli archivi vaticani e di quelli italiani”. (R.Katz, , Il saggiatore, Milano, 2003, p.23 ) Speriamo quindi che la verità storica certificata dalle carte renda giustizia alla città, la quale quando fu liberata era arrivata allo stremo della sopportazione.

La formula della Città Aperta, proclamata unilateralmente da Badoglio il 14 agosto 1943 si era risolta in una tragica finzione. Occupata militarmente dai tedeschi che vi avevano spadroneggiato per nove mesi, con uccisioni, rastrellamenti, e deportazioni, era stata oggetto di incessanti bombardamenti da parte degli Alleati, ben cinquantuno raid sui suoi quartieri periferici con settemila vittime tra i suoi cittadini.

Ma Roma non aveva ceduto: da subito aveva visto nascere la prima forma di Resistenza organizzata, una rete di bande, in cui erano affluiti privati cittadini e militari clandestini, coordinata dal CLN e dal Fronte militare clandestino, con collegamenti di intelligence e di radio trasmittenti con le forze alleate e con l’Italia del Sud. Un esercito invisibile, impalpabile ma pronto a tutto.

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Albert Kesselring

Quale fosse la percezione che di questa forza avevano i tedeschi si può ricavare dalle dichiarazioni dello stesso generale Kesselring, il comandante supremo, al processo di Venezia del 1947: ”La città era sempre agitata. La situazione si era fatta esplosiva Ogni notte c’era una sparatoria, una scintilla sarebbe bastata a procurare disordini gravissimi che avrebbero significato il crollo del fronte” (cfr F. Caruso, L’Arma dei carabinieri in Roma durante l’occupazione tedesca, Roma 1949).

Che l’esperienza di Roma fosse riconosciuta come modello dai movimenti partigiani d’Italia lo dimostra la parola d’ordine scelta nel 1945 per l’insurrezione delle città del nord “Il sole è sorto a Roma”. Tuttavia l’insurrezione attesa, che doveva essere il riscatto dell’8 settembre, per la quale ci si era preparati nei nove mesi di oppressione e per cui molti erano stati gli ammazzati e i torturati, (a via Tasso, alla pensione Iaccarino, alla pensione d’Oltremare, al braccio politico di Regina Coeli ) non ci fu, nonostante in un primo momento le sollecitazioni degli Alleati fossero state in tal senso. “E’ giunta l’ora per Roma e per tutti gli italiani di lottare con ogni mezzo possibile e con tutte le forze, bisogna sabotare il nemico in ogni modo, bloccargli le vie della ritirata… colpirlo ovunque si mostri, continuando instancabili… fino a quando le truppe nostre saranno giunte… (G. Lombardi, Montezemolo e il Fronte militare clandestino di Roma, Roma 1972, p.58). Anche la frase convenzionale ”La neve è caduta sui monti”, che Radio Londra avrebbe dovuto diffondere per dare il segnale del momento in cui entrare in azione, era pronta. Ma ”la neve non cadde sui monti”.

Al momento del trapasso dei poteri, cioè all’ingresso degli Alleati per ragioni di Realpolitik, al gen. Bencivenga, il designato da Brindisi e dal CLN, fu impedito di agire ed ibernato in Vaticano nell’abbazia di San Giovanni (cfr.E. Forcella, La Resistenza in convento, Einaudi, Torino, 1999, p.191) nel timore che potesse scoppiare quell’insurrezione che volevano scongiurare ora sia gli Alleati, che avevano cambiato la loro strategia, sia il governo di Salerno, sia soprattutto il Pontefice “Chiunque osasse di levare la mano contro Roma sarebbe reo di matricidio dinanzi al mondo civile e nel giudizio eterno di Dio “(Pio XII discorso del 2 giugno 1944 ).

Gli Alleati da Radio Algeri avevano ben chiarito le loro posizioni: essi avrebbero intrapreso azioni militari contro Roma solo se i tedeschi si fossero serviti della città per scopi di guerra. “Se i tedeschi decideranno di difendere Roma, gli Alleati si vedranno costretti a prendere misure militari per cacciarli“ (A. Giovannetti, Roma Città Aperta, Editrice Ancora, Milano, 1962, p.291). Questi gli accordi che aveva di fatto dovuto accettare Ivanoe Bonomi, il 2 giugno come presidente del CLN e come futuro capo del nuovo governo italiano, da parte degli Alleati e da parte dei tedeschi, mediatore il Vaticano.

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Ivanoe Bonomi
Presidente del CLN

Il Papa ebbe infatti gran parte in queste trattative, gli sarà attribuito il titolo di Defensor civitatis. La mattina del 4 giugno il gen. Alexander con dei volantini, fatti cadere dal cielo aveva inviato il seguente messaggio al popolo di Roma: ”Fate tutto quanto è in vostro potere per impedire la distruzione della città”. Ma quale sarebbe stato il comportamento degli Alleati era facile prevederlo dopo le direttive che il gen. Eisenhouer aveva impartito alla vigilia dell’invasione dell’Italia.

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Gen. George Alexander

”Una terra – egli aveva detto - ricca di cultura e arte, ma se la distruzione di un monumento può arrecare la salvezza anche di un solo soldato americano, quel bellissimo monumento sarà distrutto…”. Il pericolo era quindi che, se i tedeschi si fossero sentiti disturbati nella ritirata, avrebbero potuto fare di Roma una nuova Stalingrado con le conseguenze che è facile immaginare, oppure gli Alleati distruggerla come avevano fatto per l’abbazia di Montecassino, oppure ancora che Roma cadesse in mano a degli irresponsabili sia pure per qualche ora (la paura dei comunisti accomunava il Pontefice agli Alleati).

Intanto così i tedeschi, lasciati indisturbati, ebbero la possibilità di arrestare durante le trattative, ben cinque generali (tra cui Odone, Caruso, Girotti ) portati a via Tasso e selvaggiamente picchiati, e giustiziare a Forte Bravetta e alla Storta civili e militari fino alla fine. Il 3 giugno a Forte Bravetta furono fucilate sei persone, lo stesso giorno alla Storta quattordici persone. Si salvarono solo i rinchiusi a via Tasso, ma per un caso fortuito, un guasto ai camion che avrebbero dovuto condurli all’esecuzione.

Ma finalmente verso la sera del 4 giugno quando le ultime luci del sole morente baciavano Roma, le truppe angloamericane (la Quinta armata del gen. Clark) fanno il loro ingresso trionfale dalla via Appia e da San Giovanni, accolte con immenso giubilo dalla popolazione. (Questa espressione di giubilo è ben visibile in tutte le fotografie provenienti dai fondi degli Archivi Alleati che sono state in mostra a Roma fino al 5 settembre 2004 nei locali del monumento al Milite Ignoto).

I tedeschi fuggono disordinatamente sulla via Cassia. Non si tratta di una battaglia persa, si tratta di una spaventosa disfatta. Sul Campidoglio, grazie all’azione decisa del s.ten. della Finanza Giorgio Barbarisi, che vince un’iniziale resistenza, è issata, insieme con la bandiera degli Alleati, la bandiera italiana. Purtroppo di li’ a poche ore, il tenente sarà ucciso per errore dal partigiano Bentivegna.

Ma la giornata del 5 giugno vide ancora un combattimento contro i tedeschi, protagonista un soldato bambino: di 12 anni. E’ lui che insieme ad altri giovani armati attacca dei tedeschi in fuga, che stanno minando il ponte di ferro sull’Aniene per aprirsi la via del nord. È lui che ha avvisato i compagni e li ha condotti sul posto, è lui che i tedeschi scoperti colpiscono al petto e alla testa. Ugo muore ma il ponte è salvo. La notizia, riportata da Cesare De Simone su “Roma, città prigioniera” è tuttora poco conosciuta. Ugo, soldato bambino è l’ultimo combattente caduto nella difesa di Roma.

Qualche giorno dopo, a seguito del ritrovamento alle Fosse Ardeatine dei corpi straziati delle 335 vittime inermi della strage perpetrata dai nazisti (l’esumazione e il riconoscimento avverranno nel luglio successivo) quell’onda di gioia nel cuore dei romani fu sostituita da un sentimento di orrore per la orribile scoperta. Sulla strada delle catacombe cristiane altre tombe di martiri…questi e quelli morti ”per la libertà e dignità dello Spirito contro la pagana tirannia della forza brutale”. Così un manifesto affisso per le vie di Roma, subito dopo la liberazione della città, ne dava notizia.



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