Rubrica: QUADRIFOGLIO

UNA PORTA SUL MONDO CON LE FOTO DI CALOGERO CASCIO

Al Museo di Roma in Trastevere
mercoledì 6 ottobre 2021

Argomenti: Mostre, musei, arch.

Sarà aperta al pubblico dal 6 ottobre 2021 al 9 gennaio 2022 al Museo Roma in Trastevere la mostra fotografica Calogero Cascio. Picture Stories, 1956-1971 che rende omaggio per la prima volta all’attività di uno dei grandi protagonisti della fotografia italiana del secondo Novecento. L’ingresso è gratuito per i possessori della MIC card.

La mostra, insieme al catalogo che l’accompagna, rappresenta il primo lavoro antologico e storico-critico dedicato al fotoreporter siciliano. Il percorso espositivo ripercorre, attraverso una serie di oltre100 tra stampe fotografiche originali d’epoca e stampe recenti da negativi originali, l’ impegno e la qualità professionale nel testimoniare un racconto visivo di quasi vent’anni di storia fatta di uomini, luoghi ed eventi, ma anche l’opportunità per apprezzare una personalità sagace, ironica, pronta al confronto, attiva nel contribuire al dibattito sulla cultura fotografica nazionale.

Stabilitosi a Roma nel 1949, dopo gli studi universitari e una breve carriera di medico nelle borgate romane, Cascio sceglie la professione di fotoreporter ed entra in contatto con il mondo dell’editoria che aveva visto la nascita, nel dopoguerra, di importanti periodici illustrati come “Il Mondo”, diretto da Mario Pannunzio dal 1949 al 1966, e “L’Espresso”, fondato nel 1955 da Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari. Proprio con “Il Mondo” stabilisce un rapporto privilegiato, un continuo e vivace scambio di opinioni con il suo direttore che, a suo parere, tende a pubblicare «foto belle, ma poco “vigorose”», nelle quali è assente lo spirito del vero fotogiornalismo, il racconto della storia e dei suoi conflitti, di cui la guerra nel Vietnam era il simbolo.

La sua fotografia è il frutto di un impatto violento e talvolta disperato fra un uomo e il suo tempo, un tempo apparentemente carico di presagi positivi, ma sostanzialmente duro, difficile, nel quale la scelta deve essere chiara è immediata. È questa urgenza di impegno civile che lo porta, verso la fine del 1956, ad abbandonare l’attività di medico nelle periferie romane per schierarsi a fianco dell’umanità e, attraverso il linguaggio della fotografia, con passione e realismo poetico osservarne l’essenza, le uguaglianze tra diversi, raccontare al mondo singole storie, frammenti che, al di là dello specifico luogo o evento, sono capaci di esprimere valori etici irrinunciabili e assoluti: fotografia per parlare degli uomini, di tutti noi.

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Fratelli in un mare di fango

Molte sono le immagini di Cascio pubblicate su “Il Mondo” tra il 1957 e il 1966, oggi conservate nel fondo fotografico del settimanale presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, alcune delle quali esposte in questa mostra, costituendo uno dei principali “corpus” fotografici dell’autore siciliano, oltre all’archivio dello stesso Cascio.

Con i fotografi Caio Garrubba, Antonio e Nicola Sansone condivide l’ideale del reportage giornalistico come azione “politica” e, insieme a loro, fonda nel 1963 l’agenzia RealPhoto, contribuendo con Ermanno Rea, Plinio De Martiis, Franco Pinna alla “scuola romana” del fotogiornalismo.

Nel 1963 il più attento critico della fotografia italiana di quegli anni, Piero Racanicchi, recensiva sulla rivista “Popular Photography” il servizio fotografico realizzato da Cascio nella città indiana di Chandigarh, progettata ex novo un decennio prima da Le Corbusier: «Calogero Cascio ha il pregio di scrivere nella stessa maniera in cui fotografa: la sua intelligenza visiva lo porta verso uno stile narrativo sciolto e scorrevole, fatto di impressioni e di riflessioni, che punta al nocciolo delle cose, scarta le situazioni marginali, affronta gli argomenti con immediatezza, di fronte, senza concedere nulla alla fantasia e al descrittivismo».

La sua indagine “sociale” e la tensione di testimone degli eventi non lo portano, quindi, a esplorare solo le strade e le campagne della Sicilia e le aree periferiche di Roma e di molte altre realtà italiane, ma lo conducono a indagare anche i territori oltre confine, a visitare a lungo molti Paesi del medio e dell’estremo Oriente – Israele, Egitto, Vietnam, India, Nepal, Laos, Thailandia – e del Sudamerica – Brasile, Perù, Colombia, Venezuela –, riportandone delle narrazioni visive, delle “storie per immagini” di impronta antropologica, sociologica e politica, caratterizzate però da uno sguardo empatico, capace di cogliere in ogni contesto il valore universale dell’uomo. È quello stesso sguardo che fin dalle sue prime fotografie, realizzate in Sicilia, sua terra natale, e scattate nei paesi dell’agrigentino piuttosto che a Palermo, lo guida nel testimoniare le condizioni di lavoro e i sottintesi politici che interagiscono nello sviluppo economico e sociale della regione, alimentando la cultura della mafia e la paura del cambiamento. Sono immagini di grande efficacia evocativa, nel segno della fotografia documentaria ma anche “umanista”, che negli anni Cinquanta indaga il Meridione italiano, con una “passione civile” che trova nella fotografia lo strumento per rivelare con lucidità intellettuale la realtà che si presenta allo sguardo.

Spesso accompagnati da suoi testi, i servizi fotografici di Cascio trovano spazio nei più importanti quotidiani e periodici americani ed europei degli anni Sessanta e Settanta come “New York Times”, “Life”, “Look”, “Stern”, “Paris Match” e, in Italia, oltre ai già citati, “L’Europeo”, “La Stampa”, “Paese Sera”, distinguendosi per la loro volontà di denuncia delle diseguaglianze sociali, della condizione degli “sconfitti” da parte di una società priva di umanità nei confronti degli ultimi.

L’ideale di “un cambiamento radicale delle strutture della società” lo porta a collaborare con “Vie Nuove”, periodico legato al Partito Comunista Italiano, così come con “Famiglia Cristiana”, ma soprattutto nutre il racconto dei suoi quattro fotolibri: Lazzaro alla tua porta, pubblicato nel 1967 con l’amico Garrubba, Quando io grido a te, del 1973 e con i testi di Ettore Masina, con il quale l’anno successivo pubblica Quando dico Speranza, e, infine, nel 1975, Vangelo a caso. Qui la fotografia diventa lo strumento per una narrazione visiva che riconosce nelle diverse condizioni di vita dell’uomo, nei divari sociali e nella sofferenza, il grido inascoltato dell’insegnamento cristiano.

Il suo sguardo mette quasi sempre in primo piano una figura umana, un bambino come un anziano, un soldato come una principessa, cercando di catturare le espressioni dei loro volti, le tracce dei sentimenti che solo gli occhi possono sinceramente esprimere, superando ogni barriera di pudore o di aggressività, complice solo l’apparecchio fotografico. Direi una fotografia esistenzialista umanista che cerca di esplorare l’Italia di quegli anni di rinascita e di ottimismo, ma anche stagione di scontri sindacali e di profondi cambiamenti culturali, rappresenta per l’autore l’opportunità di raccontare la società italiana mettendo in risalto, anche in modo smaliziato, l’italianità, i vizi e i pregi che connotano l’identità della popolazione.

I difetti più appariscenti degli italiani: la vanità, il pappagallismo, il vivace modo di gesticolare eccetera. In ogni luogo raggiunto nei suoi viaggi, Cascio cerca nell’individuo nel suo vissuto i segni della natura umana, ciò che lo rende figlio di un unico Dio, al di là della sua etnia o religione: il suo obiettivo fotografico è lo strumento per denunciare le diverse forme del potere e della violenza, dei soldati in Vietnam come in Colombia, degli esponenti della chiesa cattolica a Lima come dei mafiosi siciliani, i segni della fatica della povertà che solcano i volti dei raccoglitori di cotone peruviane così come piegano le schiene dei bambini e delle donne nelle miniere del Nepal, o delle raccoglitrici nelle campagne di Gioia Tauro, ma anche le manifestazioni di diverse forme di spiritualità, parte inscindibile della natura umana al di là del proprio credo.

Museo di Roma in Trastevere – Roma, Piazza di S. Egidio, 1/b



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