Rubrica: LETTURE CONSIGLIATE

LE RELIGIONI DELL’ALDILA’ di Brunetto Salvarani

Laterza 2020
giovedì 5 novembre 2020

Argomenti: Recensioni Libri

C’è un dopo?

Milioni di libri e di riflessioni, nonostante possano riguardare gli argomenti più vari, portano inevitabilmente – anche attraverso strade tortuose – a confrontarsi con la domanda delle domande: che fine faremo, quando arriverà la nostra ultima ora?

La società occidentale, profondamente secolarizzata e decisamente impegnata a rimuovere ogni questione metafisica dalla sua agenda, considera il quesito stesso inutile, perché si rivolge a un tempo diverso dall’“adessospensierato”. È in questa dimensione infatti che la nostra vita viene indirizzata: esiste solo l’ora, qui e subito, e il futuro è soltanto la possibilità di rivivere un eterno presente edonistico, superficiale e libero dalla morte. La rimozione del trapasso è quanto avviene quotidianamente nelle corsie degli ospedali, dove i malati sono tenuti all’oscuro della loro possibile dipartita e nelle nostre piazze, nelle quali si evita di parlare direttamente della morte e si stigmatizza qualsiasi riflessione su di essa. Bellezza e giovinezza sono i parametri con cui si giudica il valore di un individuo e il suo successo, mentre vecchiaia e malattia, in un mondo dove il trascorrere del tempo è peccato, diventano sinonimo di innaturalità, un obbrobrio da eludere perché opposto allo spirito consumistico banausico.

Vivere e godere, indefinitamente, dunque, dimenticando quale sia il destino che tutti accoglie. Questo atteggiamento, ovviamente, ha una dimensione storiografica, nasce da lontano e fa parte del percorso evolutivo dell’essere umano e del suo rapporto con la fine. Dopo.

"Le religioni e l’aldilà" è l’ultimo lavoro di Brunetto Salvarani, scrittore e teologo e, come si evince dal titolo, ripercorre proprio quella relazione inscindibile tra noi e la nostra dipartita. Lavoro raffinato e riflessivo; il saggio offre un excursus molto dettagliato dal punto di vista storico ma anche psicologico sul rapporto che intercorre tra colui che osserva gli altri svanire, e presagisce l’incombere del medesimo destino, e l’aldilà.

Dagli antichi egizi fino a oggi, è la Morte il grande quesito che ci accompagna e segna le nostre azioni. Nonostante, come dicevamo, l’argomento oggi provochi fastidio, appare chiaro quanto sia necessario affrontare l’idea stessa della nostra fine non solo perché traguardo futuro per ogni essere senziente, ma perché indispensabile a fondare la propria etica comportamentale qui e ora: non c’è vita che sia risolta con se stessa se non affronta il problema del morire, non c’è vita etica senza aver guardato il volto del Grande Limite, e lo abbia affrontato e riconosciuto quale dimensione condivisa. Ne sono esempi paradigmatici D. Bonhoeffer, ricordato in queste pagine in tutta la sua tragica testimonianza di uomo che si relaziona con l’altro, oppure le riflessioni che riguardano il post mortem inteso non come luogo della non esistenza, ma come superamento della morte stessa: nella nostra società tecnologica siamo per la prima volta in grado di intravedere un traguardo prima ritenuto addirittura impensabile e cioè la sospensione dalla morte.

Una vita eterna, sana e giovane ci attende? Probabilmente sì, ma sorge il dubbio, motivato, se questa sia la felicità. L’autore cita giustamente un noto libro di J. Saramago " Le intermittenze della morte". In quest’opera, la morte si prende un periodo di ferie e sebbene tuti siano entusiasti all’inizio, con il tempo ci si rende conto che senza di essa è l’umanità stressa a non avere più senso.

Il messaggio è chiaro. Noi mortali, thanatoi, così si nominavano i greci, fondiamo il nostro essere proprio sulla caducità e il rischio di smarrirci quando pensiamo di aver trovato la chiave della eterna giovinezza è a un passo. Il nostro rapporto con i novissimi (in latino non sono le cose nuove ma le ultime, quelle riguardanti la dipartita) resta centrale qualsiasi strada si prenda.

Dal cristianesimo all’ebraismo, dal sufismo al paganesimo più dichiarato, la domanda resta sempre quella: cosa ne sarà della mia anima e del mio corpo? Si smarriranno, resteranno insieme? Salvarani propone un passo di J.S. Spong che vale la pena riportare: “L’obiettivo di ogni religione non è quello di prepararci a entrare nell’altra vita; è una chiamata a vivere ora, ad amare ora, a essere ora, e in questo modo assaporare cosa significhi far parte di una vita che è eterna, di un amore senza barriere e dell’essere di una umanità pienamente autocosciente”

Qualsiasi discorso sulle religioni e la morte dunque, più che una disquisizione filosofica sull’anima e il suo destino, appare invece il tentativo di appropriarsi della propria dignità qui e ora, senza attendere il futuro, ma rendendo il presente la dimensione in grado di illuminare sia il passato che il domani attraverso una luce ben diversa da quella edonistica delle società secolarizzate.

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L’Autore

Cancellare la morte non vuol dire vivere meglio, ma smarrirsi in un eterno ritorno privo di senso; è in quest’ottica che la nostra fragilità si trasforma in una forza, perché rimanda alla fragilità di dio sulla croce la quale non è sconfitta ma amore per tutti.

Sperare per tutti diventa dunque l’orizzonte che la morte può offrire: non dolore o rassegnazione, ma fiducia condivisa.



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