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Tra le antiche pietre

Un ricordo di una storia vissuta personalmente. L’incontro con un personaggio particolare
mercoledì 1 dicembre 2010 di Michele Penza

Argomenti: Storia
Argomenti: Ricordi


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Quel giorno stesso la radio ci informò che Antonio Pallante aveva sparato a Togliatti e di pace dello spirito smettemmo tutti di parlare per un bel pezzo.

La campanella squillò, scossa tre o quattro volte dalla mano robusta di frà Ginepro, per avvisare che era pronta la colazione. Meglio affrettarsi per non sentir brontolare il frate cuciniere che non era un tipo tanto dolce di carattere, almeno a sentire chi aveva spiccato su di lui un mandato di cattura ritenendolo responsabile della morte di un gruppo di persone. Strano tipo quel frate che nascondeva sotto la tonaca dei minori la corazza del soldato di ventura.

10000000000000FA000000FB3468CDD5 Aveva cominciato arruolandosi non ancora ventenne, appena conseguito il diploma di ragioniere a Verona. Si dovevano raddrizzare le sorti della guerra, pencolanti dopo la rotta di Caporetto, e si stavano organizzando reparti speciali d’assalto. Si cercarono quindi dappertutto, razzolando persino nelle galere, non dei soldati usi alla disciplina militare che di quelli ce n’erano tanti, stanchi e demotivati, ma teste matte, gente spericolata, capace d’affrontare ogni situazione con l’atteggiamento psicologico di chi non subisce la paura ma vuole incuterla agli altri. Li chiamarono ‘arditi’ e l’idea ebbe successo, funzionò come si sperava, anche troppo, nel senso che chi aveva fatto parte di quei reparti seguitò poi un bel pezzo, anche in pace, a dar filo da torcere a tutti, diverso dagli altri cittadini così come, da militare, era stato diverso dagli altri soldati.

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Caporetto

Il quadro politico degli anni venti sembrava fatto apposta per gente risoluta a menar le mani e, sebbene il nostro uomo fosse critico nei confronti del personaggio che andava emergendo in quel periodo il clima che quel tale aveva introdotto nel paese gli calzava a pennello. Un’altra grande occasione gli fu offerta dalla guerra in Etiopia che lo vide impegnato come ufficiale comandante di reparti coloniali. Tre anni dopo esplose il secondo conflitto mondiale, verso la fine del quale anche il nostro Arturo, ormai capitano, si trovò di fronte alla scelta cui furono costretti, volenti o no, tutti gli italiani in servizio militare: nascondersi o continuare la guerra pro o contro i tedeschi.

Arturo non amava i tedeschi che, da buon veneto, chiamava sprezzantemente crucchi, e forse è giusto dire che non amava nessuno, meno che mai gli italiani che abitualmente soleva definire ’un branco di poveracci’. Più che altro mal sopportava d’essere confuso con ’un pecorone qualsiasi appartenente all’imbelle esercito italiano’.
L’idea d’un esercito che, di colpo, quando le cose vanno male smette di combattere e si scioglie come la neve al sole ripugnava alla sua natura di gurka, naturalmente portato all’azione bellica. In realtà Arturo combatteva dal millenovecentodiciassette ma soltanto allora in quella guerra partigiana del quarantaquattro senza regole e senza quartiere cominciò veramente a divertirsi.
Libero da impacci, rappresentati da colonnelli pancioni e pavidi o da circolari di stato maggiore, inutili e vacue, poté dedicarsi alla guerra di bande per la quale era tagliato alla guida d’un piccolo reparto di disperati, uno dei pochi cui fu concesso il ‘privilegio’ di indossare le mostrine nere sulla divisa delle SS italiane, equipaggiato di mitra, mortaio e, più ancora, del gusto della caccia all’uomo. Uno di quei disperati era un suo figlio ventenne. Arturo in realtà non scelse i tedeschi, scelse la guerra, la sua guerra.

Quella era la guerra che piaceva a lui, e se fosse vissuto ai tempi di Giovanni dei Medici o di Erasmo Gattamelata sarebbe forse divenuto un capitano di ventura famoso come loro.
Malediceva la sorte che l’aveva destinato a un’epoca in cui il coraggio personale era vanificato dallo strapotere della tecnica e degli armamenti. Alla crudeltà di quella lotta, fatta d’agguati e colpi di mano sui monti e nei boschi, non ponevano limiti né cavalleria né sensi di umanità, figuriamoci poi le convenzioni di Ginevra. Arturo fu coinvolto in una faida di reciproci atti di ferocia che culminarono con la uccisione di un gruppo di partigiani attribuita al suo reparto. Lui stesso, ferito gravemente da una granata, perse un occhio e poté salvare la vita solo perché la fine delle operazioni lo sorprese in ospedale e gli impedì di tornare, come avrebbe desiderato, a combattere per vendicare il figlio, caduto in uno scontro.
Passò direttamente dall’ospedale al grande campo di concentramento di Coltano dove furono imprigionati ventimila uomini della repubblica di Salò.

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Ardito

Quando, a guerra da tempo conclusa, per motivi d’opportunità politica costoro furono tutti liberati, il capitano Arturo se ne tornò a casa sua dove, poco dopo, vennero però a cercarlo i carabinieri. _ Qualcuno aveva dichiarato, a suo dire falsamente, che quei morti che gli venivano imputati erano stati non fucilati ma bruciati vivi, perciò venne sottoposto a un processo al quale si sottrasse dandosi alla latitanza.

Quando lo conobbi in quel convento dove si nascondeva in attesa di espatriare, io avevo diciotto anni, ero avido di conoscenza su quei fatti e poiché mi dimostrava simpatia gli rivolgevo spesso domande sulle vicende di cui era stato testimone.
Un giorno, forse imprudentemente, gli chiesi di quei partigiani bruciati, se quella storia fosse vera. Mi fissò un attimo, come stupito del mio ardire, ma non si adirò. Disse solo: Ehi, mona, sono un soldato, mica un brigante! I morti che ho fatto in combattimento quando ho potuto li ho fatti seppellire. Quella volta non potevo, ero in fuga e non si lascia marcire un uomo tra i vermi e i topi del bosco. Avrei fatto lo stesso per qualcuno dei miei ragazzi.

Quell’essere d’un altro pianeta, così freddo e determinato, non poteva certo riuscire simpatico ma m’intrigava perché offriva l’esperienza di una vicenda umana forte e drammatica. Non condividevo quasi nulla di ciò che diceva comunque io non avrei mai tradito la fiducia di quei frati che amichevolmente mi ospitavano in quella estate del 1948.
A lui. come a tante altre persone ricercate la curia vescovile offriva un rifugio, per un certo periodo, in qualche convento o istituto religioso. Nel frattempo o le cose si aggiustavano o si aiutava il ricercato a passare la frontiera, in genere verso la Spagna o il Sud America.

Certamente la cosa non poteva essere ignorata dagli addetti ai lavori ma, poiché la stessa attenzione era stata concessa dalla Chiesa a molti dei politici al potere quando, a loro volta, si erano trovati sotto il torchio, penso che nessuno di coloro che avrebbero potuto e dovuto farlo se la sentisse di sollevare ufficialmente la questione. E’ così che va il mondo, sebbene fossi allora molto giovane questo mi fu subito chiaro, non ne fui scandalizzato.

Era quello dunque fra’ Ginepro, colui che sonava la campanella per segnalare ai tre frati, quelli veri, e a me, ospite del convento durante le vacanze estive, che il caffè era pronto ed il latte riscaldato. Ci radunammo tutti nell’ampia cucina dell’Eremo delle Carceri, un piccolo eden situato in una gola boscosa del monte Subasio, che sovrasta Assisi.

Leopoldo, il più anziano dei tre monaci, era un ometto smilzo dallo sguardo sfuggente che si sforzava di celare con l’eloquio parco e misurato la profonda avversione per ogni forma di cultura. Dall’atteggiamento che aveva nei confronti dei visitatori che frequentavano numerosi il santuario trapelava una misoginia costituzionale. Il suo sguardo spento si animava e pareva scintillare solo in un momento della giornata, quando le saccocce dei frati rovesciavano le offerte dei pellegrini sul tavolo della sua cella, e monete e banconote formavano il mucchietto nel quale poteva affondare le dita. Quel denaro che non gli apparteneva, ma di cui in qualità di superiore poteva disporre a discrezione, era l’alimento del suo spirito.

10000000000000CB000000FADF94CB7A Sia lui che Daniele, il secondo frate, erano stati cappellani militari in Africa Orientale e avevano sofferto la prigionia con gli altri soldati quando le colonie furono perdute. Dopo tante esperienze, dolorose e traumatiche, si trovavano di nuovo immersi in quello universo claustrale che avevano avuto modo di constatare quanto abissalmente lontano sia dalla realtà quotidiana della gente comune. Non sembrava ci si fossero reinseriti appieno poiché entrambi apparivano spaesati ed era evidente, parlandoci, quanto grande fosse il loro disagio nel rientrare nei ranghi dopo aver vissuto nell’occhio del ciclone per vari anni.

Un cappellano militare vive situazioni in cui, se n’è capace, può divenire un protagonista, punto di riferimento per molti uomini, consigliere, padre, consolatore. Se ha talenti naturali li può far fruttare per cento, crescere lui e rendere gli altri migliori. Il frate nel convento, al contrario, è uno che ha rinunciato alla sua personalità, uno che ha giurato di obbedire sempre e comunque, e che sottopone la sua volontà a quella altrui, a quella divina o, più spesso, di qualcun altro che pretende di rappresentarla.

Daniele, il secondo di quei frati, che proveniva da una famiglia piccolo borghese di Viterbo, culturalmente ed intellettualmente era molto più dotato dell’altro e manifestava vivo interesse per le attività economiche. Se la famiglia non ne avesse fatto un frate sarebbe divenuto un imprenditore o un commerciante capace. Il suo sogno segreto era quello d’essere trasferito in Africa o in Sudamerica dove esistono comunità di religiosi che gestiscono aziende, piantagioni o piccole industrie, in cui le sue attitudini avrebbero trovato piena utilizzazione. Non era dotato di spirito mistico e ciò che maggiormente gli pesava nella vita religiosa era l’obbedienza che molto spesso, a suo dire, consiste nel dover sottostare ai capricci maligni di persone mediocri, che risolvono le loro frustrazioni nell’umiliazione dei sottoposti.

Pier Damiano, il terzo, era il classico fraticello passato direttamente dalla campagna al seminario, poi al monastero senza uscire mai dall’ambiente conventuale dove era entrato da piccolo. Ripeteva come una cantilena a memoria le cose che gli erano state inculcate per convincere se stesso di crederci. Era puntiglioso come un bambino e i suoi discorsi andavano quasi sempre a parare dove il dente gli doleva: le donne e più che le donne il sesso, la cui mancanza doveva essere molto penalizzante per lui.

Per uno stranissimo caso della sorte s’erano dati convegno in quel luogo tre frati che erano la negazione vivente, ciascuno rispettivamente, della povertà, dell’obbedienza e della castità. Assieme a costoro nell’eremo dove si raccoglieva in preghiera e in penitenza Francesco, che predicava la pace e l’amore tra gli uomini, viveva attendendo fiducioso l’ora della vendetta un uomo che si compiaceva di spiegare affabilmente a me che, bontà sua, riteneva abbastanza intelligente da comprenderlo, che se in un territorio presidiato da un esercito efficiente si compie un attentato o un atto ostile contro gli occupanti, tutti i civili e comunque coloro che non ne vogliono la responsabilità si allontanano immediatamente da quel luogo.

Ciò autorizza perciò a fucilare senza esitazione chiunque sia trovato in zona, qualora questa sia rastrellata: il solo fatto di esservi presente è un elemento d’accusa inconfutabile contro di lui. Questo era stato sia in Etiopia che, successivamente, in Piemonte e Lombardia il suo codice di comportamento come, a suo dire, tale dovrebbe essere quello di ogni buon soldato che sia un vero professionista.

- Scendi in paese? – mi chiese Daniele. Accennai di sì. Daniele non aggiunse altro ma senza farsi notare mi fece ancora un cenno impercettibile. Compresi che intendeva chiedermi il solito favore che consisteva nell’impostargli una lettera per il padre provinciale all’insaputa del superiore, Leopoldo, il quale a sua volta uscendo un attimo dalla sua apparente abulia mi si rivolse perentoriamente: - Quando torni passa dal fornaio e prendi una pagnotta, che il pane è finito. - Agli ordini capo! - e battei i tacchi scherzosamente, in stile militare. - Bravo! Ma sbattiteli in testa! Borbottò Leopoldo uscendo di cucina.- Vai in paese? Lascia in pace le ragazzette! – mi raccomandò a sua volta Damiano.- Tutte per te? Neanche una ne posso toccare? - Va be’, una brutta, per questa volta! - e uscì anche lui, con Daniele.

- Avete finito di mangiare? Vorrei chiedervi una cortesia - fu la volta di frà Ginepro. - Se posso, volentieri. - risposi.- Voi sapete chi io sia. Mi sono fidato di voi, nonostante la vostra età, perché mi avete ispirato fiducia. Vi vorrei chiedere di impostare una lettera per la mia famiglia. - Certo. Non mette conto di parlarne. Ma mi era sembrato di capire che anche voi doveste scendere in paese per commissioni. - Ho appena detto che siete più maturo della vostra età che già me ne fate pentire. Io sono controllato, benedetto figlio! Se metto io qualcosa nella buca delle lettere dopo dieci minuti ce l’hanno i carabinieri. - Voi credete che vi abbiano individuato? - In un piccolo centro come Assisi? Certamente sapranno che sono un rifugiato; non so se abbiano anche le mie generalità e non sarò io a dargliele. E’ probabile che fino a che me ne sto buono qua non si muoveranno, a meno che non cambino le disposizioni. Comunque non mi piace che leggano i fatti miei e della mia famiglia. Imbucatemela voi, come vi ho pregato! - Contateci, frà Ginepro. Date pure a me!

Mi avviai attraverso il chiostro verso il portone dell’eremo. Ne ero uscito da una decina di metri quando udii fischiettare dall’ombra d’una gran quercia, sotto la quale una panca di pietra accoglie e invita al riposo i viandanti che hanno affrontato la salita di quattro chilometri che parte dalle mura d’Assisi e s’arrampica dolcemente sulla costa del Subasio. Daniele era lì seduto immobile, come ogni giorno a quell’ora del mattino, fumando la prima sigaretta della giornata. Sedetti accanto a lui, accesi la mia alla sigaretta del frate e raccolsi svelto la lettera che questi aveva posato sulla panchina per infilarmela nella camicia, accanto all’altra, quella di frà Ginepro. Terminata la sigaretta gettai la cicca e mi alzai premendola col piede. - Vado. Buona giornata, padre Daniele. - Anche a te.

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Palmiro Togliatti

Mi avviai per la discesa e alla prima curva girai di scatto lo sguardo verso l’eremo. Non mi ero ingannato: dietro i vetri della cella di Leopoldo vidi un luccicare di lenti. Il capo vigilava!- La pace sia con voi! - mi venne fatto di esclamare, poi alzai le spalle e sorrisi alla vallata dove il sole del mattino avanzava, cancellando le ombre dei monti e sollevando la cortina di nebbia. Sorridevo così, senza una ragione precisa: ne avevo voglia perché si presentava una bella giornata, perché avevo solo diciotto anni, e forse perché sentivo che la pace di Francesco era lì, in quel che mi stava innanzi agli occhi e non alle spalle, tra quelle antiche pietre e quelle anime tormentate.

Quel giorno stesso la radio ci informò che Antonio Pallante aveva sparato a Togliatti e di pace dello spirito smettemmo tutti di parlare per un bel pezzo.

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Antonio Pallante