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Van Gogh a Roma, maestro dei suoi maestri.

Il pittore più maledetto ieri e più quotato oggi
sabato 13 novembre 2010 di Elvira Brunetti

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Mostre, musei, arch.


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L’arduo compito di indagare un aspetto nuovo della produzione artistica del pittore forse più amato in assoluto é stato assolto brillantemente da Cornelia Homburg, curatrice della mostra attuale al Complesso del Vittoriano (8 ottobre 2010 - 6 febbraio 2011).

Il titolo della esposizione romana é: ’Campagna senza tempo-Città moderna’, valido ad evidenziare quel contrasto, nel quale si mossero diversi artisti alla fine dell’Ottocento in Europa. Si affacciava all’orizzonte l’incubo collegato alla fine della cultura agricola per l’insorgere di quella moderna.

Vincent Van Gogh (1853-1890) (Fig.1) é senza dubbio l’espressione più chiara di un forte ancoraggio al mondo di ieri, alla tradizione dei mulini olandesi. Anche se cenni alla contemporaneità, vista sia come simbolo di progresso che come stimolo di ricerca innovativa, appaiono a volte quasi nascosti in alcune sue opere. Vedi ad esempio le ciminiere sbuffanti in netta antitesi con la calma del paesaggio rappresentato nel quadro ripreso da una satirica incisione di Honoré Daumier: ’Le quattro età dell’uomo’ (Fig.2), proveniente da Chicago. Sembra quasi esorcizzare quel minimo turbamento che il moderno gli procura. Se ritrae l’ospedale Saint Rémy, l’interno di una locanda o un angolo di Parigi, come ’Il moulin de la galette’ (Fig.3), non mostra un’inclinazione particolare alla città, il suo mondo resta quello contadino delle sue origini.

Van Gogh approda in ritardo al lido della pittura, all’età di 27 anni e dipingerà per soli dieci anni. All’inizio sceglie l’uso di colori scuri per ritrarre gli umili ’Mangiatori di patate’ di cui in mostra c’é una ’Testa di contadina’ (Fig.4) tra le tante da lui eseguite. E’ l’erede della scuola di Barbizon, che passa nel suo bagaglio culturale attraverso le stampe che gli fornisce suo fratello Théo, giunto prima di lui a Parigi e che sarà l’unico committente e mercante delle sue opere. Si ispira a Jean-Francois Millet (1814-1875), che predilige fra tutti e chiama: ’mon père’. Qualche anno fa il museo d’Orsay organizzo’ un interessante confronto tra i due descrittori di quiete campestre (Fig.5).

Van Gogh é anche seguace del sommo Rembrant (1606-1669) per quanto riguarda il tocco magico della luce e la pennellata corposa e materica cosi’ lampante nel quadro dei ’Cipressi’ (Fig.6) dal museo di Otterlo.

Quando raggiunge il fratello nella capitale francese, scopre e ammira la tecnica luminosa degli Impressionisti e s’incuriosisce soprattutto per quella utilizzata dai Neo-impressionisti: Seurat e Signac. Il transito dalla cultura fiamminga a quest’ultima é il vivo frutto dell’attenzione al moderno, all’arricchimento continuo senza rinunciare alle proprie radici. Eppure il ritmo della narrazione si manifesta tra esuberanti momenti di gioia e angosciose visioni tangibili in simboli quanto mai emblematici: il girasole, il cipresso, il corvo.

La giovinezza trascorsa a Neunen lo induce a immortalare la chiesa dove il padre esercitava la funzione di pastore protestante, il cui ricordo coincide col fallimento di quel compito al quale fu avviato e che non porto’ a termine. Nella mostra romana si vede quel campanile dagli oscuri e tenebrosi colori, mentre non si puo’ non pensare alla fantastica rappresentazione della chiesa di Auvers (Fig.7) dai colori vivi e vibranti, opera del 1890, l’ultimo anno di vita, dove l’espressione del suo dolore fisico ed esistenziale deforma la realtà: la pietra si curva assecondando il moto del suo animo.

L’impressione é finita, ora é il tempo in cui il sentimento dell’artista irrompe con prepotenza plasmando il soggetto (Fig.8).

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Le lavandaie di Gauguin

Straordinari per la diversa realizzazione pittorica sono i suoi autoritratti. Quei tratti cosi’ particolari del suo pennello intriso di tinte monocromatiche sono a volte riccioli di una lucente chioma e altrove dolcissime note musicali, come gli azzurri della (Fig.9). Colpisce perfino l’osservatore più distratto lo sguardo che oscilla tra la nostalgia di un’armonia inafferrabile, forse perduta e l’inquietudine di un presente incerto fino a sfiorare l’allucinazione di una sofferenza vissuta con estremo coraggio.

Personalmente l’opera più sconvolgente come impatto visivo ed emozionale credo che sia il quadro di Detroit (Fig.10), per l’indimenticabile luce abbagliante. Van Gogh fissa sulla tela il suo palpito interiore, che modella l’oggetto esteriore rappresentato. E’ il trionfo di quella sua tecnica particolare che tanto affascina.

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Le lavandaie di Van Gogh

Il maestro olandese non ebbe fortuna con le donne e quando incontro’ Gauguin, rimase colpito dalla sua purezza. Voleva creare il paradiso sulla terra, tale era l’intento del suo sodalizio che come sappiamo fini’ male. Il pittore di Tahiti invece si allontano’, abbandonando l’amico al suo destino. Al Vittoriano ci sono opere dei due artisti che mostrano la reciproca influenza. Merita la nostra attenzione il quadro delle lavandaie. Ad Arles la luce del Mediterraneo permette al pittore dei girasoli di dare vita agli ultimi capolavori, tra i quali una prima ’Notte stellata’.

Gli ultimi mesi va ad abitare ad una quarantina di chilometri da Parigi, a Auvers-sur-Oise. Il tempo dell’epilogo é maturo, il famoso ’Campo di grano con corvi’ (Fig.11), assente in mostra, diventa il suo testamento spirituale. Qui il seminatore, con il quale da sempre si era identificato, non c’é più e quei tristi e funesti uccelli, tracciati con semplici linee che si diradano fino ad assumere la forma elementare di una v, annunciano la sua morte imminente. In un ultimo raptus di follia Vincent corre nei campi nell’affannosa ricerca di quel sano legame con la madre terra e si spara nell’addome.

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La tomba dei fratelli