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Novembre 2020



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Caritas

L’amicizia è come la musica: due corde parimente intonate vibreranno insieme anche se ne toccate una sola. ( J. Quarles)
martedì 2 novembre 2010 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Ricordi


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Fernando è un amico di vecchia data che di mestiere faceva il professore alle scuole medie. In passato ci frequentavamo, adesso lo incontro ogni tanto, quasi sempre di mattina perché abbiamo più o meno gli stessi orari per il giornale e il caffè.

Non capita tutti i giorni di vederci perché non sempre lui ce la può fare a uscire di casa. Da quando ha iniziato la cura di flebo di citostatici spesso si sente senza forze, ma appena si riprende un po’ eccolo che riappare dal giornalaio, o al bar di fronte per il caffè, o al negozio al cantone dell’arabo che vende frutta e verdura, tutto a un euro al chilo.

100000000000012C000000E157529F3DFernando è più giovane, più alto e robusto di me ed ha una struttura ossea e muscolare da lottatore e infatti lotta, da tempo, con un linfoma di origine sconosciuta che ne attacca e distrugge le mucose del viso. Al più tardi ogni tre mesi deve subire un intervento chirurgico che gli altera i lineamenti. Chi dei suoi conoscenti non lo vede da un paio d’anni incontrandolo oggi non lo riconosce, e lui stesso mi ha confessato il suo disagio nel guardarsi allo specchio e vederci riflesso il viso, deforme, di uno sconosciuto.

100000000000012C000000DFEE0769A4Nei primi tempi della sua malattia l’incontrarlo mi dava un senso reale di angoscia, e mi costava uno sforzo il parlargli con naturalezza senza manifestare la pena che le sue sofferenze, di cui mi riferisce serenamente e sommariamente, mi infliggono. Adesso non più. La sua serenità ed il suo coraggio mi hanno aiutato molto ed ora al pensiero che forse lui è quello dei miei amici e coetanei con cui meno sono costretto a parlare prevalentemente di acciacchi e di cure mediche mi viene da sorridere, perché abbiamo accantonato l’argomento: solo una breve informazione al momento del saluto: ‘Come va Fernando?’ ‘Bah, tiriamo avanti. Forse un po’ meglio. E tu?

Poi, consapevoli entrambi che non avremo ancora molte occasioni per farlo, si parla d’altro. Di che? Di tutto. Di Torre Annunziata, paradiso perduto della sua giovinezza che anch’io in altri tempi ho visitato, di politica, del tempo, del tempo in cui entrambi eravamo attivi in politica, del disgusto e della delusione che hanno fatto seguito a quel tempo, di libri che abbiamo letto da poco, di giornali e di libri che stiamo leggendo adesso.

La volta scorsa ricordo che abbiamo parlato di una intervista televisiva a Ermanno Olmi, un regista che colloca simbolicamente il suo universo poetico sul Po e che entrambi amiamo, e stamani invece ci stavamo chiedendo quale sarebbe stata la nostra esistenza se per caso avessimo scelto una vita ascetica invece di farci una famiglia e di prenderci tante arrabbiature per questo stupido paese.

Il vivere per noi stessi, ripiegati e immersi nel nostro personale universo interiore pur cercando di restare in armonia col mondo esterno, avrebbe potuto soddisfarci? E chi può dirlo senza averci provato? Ma perché non ci abbiamo provato? Non c’è stata l’occasione, oppure avevamo consapevolezza che non poteva esser quella la nostra strada?In realtà la nostra non scelta è derivata dal fatto che non abbiamo mai risolto positivamente il problema del divino, che pure ci siamo posti infinite volte, e senza chiarire quella pregiudiziale la vita claustrale perde ogni significato, dico io.

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Torre Annunziata 1942

Sarà, ma nessun monaco buddista scommetterebbe un chicco di riso sulla esistenza di un Dio, obietta Fernando. Solo di una cosa loro sono assertori, che tutto passa e l’attaccarci ai beni di questo mondo non può che portarci dolore e frustrazione. Possiamo dargli torto? Effettivamente no, concordo io. E forse è vero, a rigore potrebbe anche bastare l’accettazione del sacro, senza pretendere pure quella del divino, per motivare una vita ascetica.

Ma da che ha avuto origine stamani questa serie di riflessioni così austere? L’aria è rinfrescata e constatiamo che la polo che indosso è alquanto leggera e inadeguata alla bisogna. E allora i monaci buddisti che indossano solo una coperta per tutte le stagioni? Magari avranno una coperta leggera per l’estate ed una pesante per l’inverno! E così, partendo dagli scherzi sulla coperta, siamo arrivati ad Agostino di Ippona, a Benedetto da Norcia, a Francesco d’Assisi. Affiorano i nostri ricordi lontani, ci sovvengono le nostre esperienze personali, parliamo di un’amicizia giovanile con un religioso ricco di spiritualità che ha portato un mattone alla nostra formazione, o sorridiamo al comune ricordo di un fratacchione che i genitori contadini hanno schiaffato in convento per non dividere il podere in frazioni microscopiche, e via elencando.

Di tutte queste cose dette, sapute e fatte nel passato, ci chiediamo, ci è rimasto fra le mani oggi qualcosa? Ebbene sì, incredibilmente concordiamo che sì. Di quel vasto universo, del coacervo di tutto ciò che semplificando all’estremo possiamo definire tecnicamente religio, riusciamo ancora entrambi ad accettare senza riserve solo un valore, un solo concetto, ed è quello che si suole definire col termine caritas, e che è peculare della cultura cristiana alla quale storicamente apparteniamo. Anche Fernando che sarebbe più incline a fare il tifo per quella buddista finisce con l’ammetterlo, rosicando un po’.

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Sant’Agostino (attore)
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San Francesco (Giotto)
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San Benedetto

Chi ha fatto una cernita così spietata, spazzando via tutto il resto? La vita naturalmente, solo lei si può assumere, a posteriori, l’autorevolezza per suggerirti delle conclusioni credibili, benché sempre relative alla tua storia personale. Di tutto quel bagaglio intellettuale, filosofico e ideologico, oro e ciarpame mescolati insieme che ci siamo e ci hanno caricato sulle spalle fin dagli anni dell’infanzia, sul suo setaccio brilla tra la sabbia solo questa pepita, la carità, che in verità a noi non sembra tanto piccola cosa. E forse ci abbiamo anche provato a misurarci con lei senza neppure esplicitarlo a noi stessi, quasi come attratti inconsciamente dal suo fascino, e ci siamo accorti che adottarla come ideale e farne regola di vita non è in realtà fardello né lieve né indolore. Forse la cosa ottimale sarebbe quella di metterselo sul collo e portarlo con leggerezza, come certi genitori ci si mettono a cavalluccio il loro bimbetto e saltellano per farlo ridere. Sì, peserà, ma li vedo che ridono entrambi!

Veramente noi due, tornando a noi, non avremmo oggettivamente gran che da ridere, ma il pensare che non tutto sia menzogna, non tutto vano e illusorio, ci ripaga di tante cose e ci dà una grande sensazione di serenità. E’ la seconda volta che avverto sensazioni del genere in questi ultimi tempi. Per ironia del destino a me che sono sempre stato fortemente miope ed ho sempre portato lenti spesse come fondi di bicchiere, e qualche tempo fa ho temuto persino di andare incontro alla cecità, inaspettatamente un intervento ben riuscito consente oggi di vedere bene e andare in giro senza occhiali.

Se me lo avessero predetto mai ci avrei creduto. Anche per altri versi, dunque, sia a Fernando che a me, che da vecchi pensionati ci sentiamo al di fuori della bagarre quotidiana e in procinto di togliere il disturbo da questo mondo, sembra adesso di vederci meglio, di avere una visione più nitida e ferma di un quadro generale che ci era apparso finora sempre fumoso e problematico. Non c’è dubbio che osservare le cose cambiandone la prospettiva e con un certo distacco, praticamente dal di fuori, ne migliora la comprensibilità.

Sulla soglia dell’arabo, al momento di salutarci poiché io devo proseguire fino allo sportello del bancomat che sta all’altro cantone, Fernando mi provoca un’altra volta, col suo mezzo sorriso, nel senso che lo fa con una metà del viso perché l’altra metà è in uno stato indicibile che fa sobbalzare di sgomento la donnetta che ci passa dinanzi in quell’istante: ‘Che ti pare Miché, potrebbe darci una mano anche in politica? ‘Ma chi? ‘Ma come chi, la caritas! ‘Sei matto? In politica la caritas? Un’altra volta Ferna’, qua ci facciamo notte! -