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RACCONTI DI FINE ESTATE


domenica 19 settembre 2010 di Michele Penza

Argomenti: Racconti, Romanzi


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In panchina.

‘Possiamo? ‘Certo! Accomodatevi, prego! La timida richiesta che, del resto, é solo formale perché a Levico, come ovunque, le panchine sono ovviamente a disposizione di tutti, ma è tuttavia formulata con un sorriso accattivante, proviene da una simpatica coppia di vecchietti. E’ così che facciamo conoscenza con il generale ***** e la sua gentile signora, una insegnante friulana in pensione anche lei, vispa e lucidissima, entrambi più prossimi ai novanta che agli ottanta.

Quando si fa conoscenza nei posti di villeggiatura la prima cosa che ci si chiede reciprocamente é da dove si proviene, e saputo chi siamo manifestano entrambi, e non credo solo per cortesia, nostalgia di Roma dove ci raccontano di aver vissuto a lungo. La conoscono bene infatti tutti e due, lui ancora meglio perché vi ha non solo lavorato ma anche compiuto gli studi presso il collegio militare a palazzo Salviati. Man mano che si parla vedo prendere forma la figura di due personaggi d’altri tempi, di un tipo che ritenevo ormai estinto, e tuttavia quanto mai vitali e simpatici.

La signora maestra é una persona colta, molto arguta e critica nei confronti della crassa e diffusa ignoranza che caratterizza la scuola dei nostri giorni. Scommette, e io credo con ampio margine di probabilità, che pur trovandoci noi in Trentino se provassimo a chiedere a qualche giovane del posto chi sia stato Cesare Battisti ci risponderebbe sicuramente un cantante o magari un brigatista espatriato. Anche il marito é piacevolmente loquace, felice di aver trovato un interlocutore con cui parlare di cose e di persone totalmente sconosciute e indigeste alla generalità degli ospiti dell’albergo dove è ospitato. Lusingato confesso che solo per gratitudine mi limito a sorridere al sentirlo manifestare grande nostalgia della monarchia dei Savoia, e risparmio ogni commento per non precludermi anzitempo ogni sua confidenza.

Del resto non manca quel signore di humour e trovo le sue opinioni sul quadro politico attuale condivisibili e spassose. Solo nei confronti del passato remoto il suo calendario interiore é fermo agli anni quaranta e il suo senso critico va in totale black out. Cominciamo a scherzare sulla nostra età e ci confida che oggi solo una persona potrebb 10000000000001F400000177FFA19543e turbare la sua olimpica pace dei sensi e ci fa il nome della signora Santanchè, nota parlamentare che effettivamente con le sue grazie femminili riscuote un consenso trasversale dentro e fuori il Palazzo tale da farle perdonare tante cose, ma il velleitario signore è subito punito da una zampata affettuosa e indulgente della moglie che tuttavia non frena una risatina molto scettica che mortifica un po’ il marito. Corro generosamente al soccorso e ammonisco la signora ricordandole il riso di Sara all’annuncio dell’angelo che Abramo novantenne le darà dei figli i cui discendenti empiranno la terra, profezia puntualmente avverata e riso duramente punito da un mare di cacca e pannolini. Lei, perfida, mi obietta che ignora cosa nel merito si auguri la Santanchè, ma quanto a sé stessa ride, sghignazza e può star quieta finché all’ambulatorio andrologico è delegato l’angelo, perché il prodigio in parola necessiterebbe di intervento del Primario in persona.

Cambiamo subito argomento e lui mi parla di suo padre, un fascista ferrarese che apparteneva al gruppo di Italo Balbo, congrega di personaggi sanguigni tipicamente romagnoli sempre in bilico tra posizioni ultrà e atteggiamenti di fronda all’interno del fascismo, il quale fin da piccolo lo ha messo in collegio militare perché tale era lo spirito dei tempi. Dice di essersi fatto tutta la guerra nei bersaglieri e di essersela cavata solo grazie a una fortuna sfacciata che l’ha sempre cacciato fuori dai guai al momento giusto. Come militare avverte tutto il peso del fallimento, come uomo si sente la coscienza serena perché ritiene di aver fatto personalmente il suo dovere, con il solo neo di un unico rammarico che solo dietro reiterate insistenze acconsente a manifestarmi.

Mi narra che dove si trovava lui nel ‘42, ossia in Cirenaica, in mezzo a bersaglieri e paracadutisti, truppe d’assalto impiegate insensatamente come fanteria a presidiare buche e camminamenti scavati nella sabbia, investite continuamente da mezzi corazzati, non c’era proprio da fare gli spacconi. Una situazione assurda, considerato che avevamo scatenato noi stessi la guerra. Tuttavia in mezzo a quel disastro casualmente si era verificata una occasione favorevole che aveva consentito a lui, tenentino di ventidue anni, di catturare col suo plotone dodici soldati scozzesi. 10000000000001F400000177F946B9B7Dettomi questo si ferma. ‘E quale è il rammarico, mi scusi? ‘E ora glielo dico. Pensi che il giorno dopo mi vedo capitare lì un gruppo di ufficiali tedeschi in ispezione. C’era anche il capo dei capi, Rommel, che volle stringere la mano all’ufficiale che aveva fatto i prigionieri. ‘E allora, questo non le ha fatto piacere? ‘Certo. Ne ero fiero, e lo sono ancora. ‘Quale è il rammarico dunque? ‘Dai miei superiori italiani invece non ho avuto cenni di attenzione. Al mio rientro in Italia ho avuto la sorpresa di sapere che per quella azione al mio comandante di battaglione che era rimasto in buca è stata conferita la medaglia d’argento. Del resto il rapporto al comando toccava farlo a lui!

‘Ah! Ora mi quadrano meglio tante cose! ‘Che cosa, mi scusi? ‘Lo so io generale! Lei mi conferma la diagnosi. ‘Si spieghi meglio. ‘ Che questa Italia è figlia della sua! E non è cambiata affatto, è tutta sua madre, ne ha conservato l’anima cialtrona e un po’ mignotta. E’ evidente il perché non decolla e se ne sta ammosciata in panchina, come ci stiamo noi qua adesso: sempre questione di uomini. Qui i Rommel scarseggiano, abbondano i comandanti di battaglione!-

Il nuovo amico ride e ce ne andiamo tutti a prenderci un caffè. Offro io volentieri.

A pensione da Helga (Quattro stelle, tutte le comodità!)

Quanto manca ancora? - Con questo tempo ci vorranno ancora un paio d’ore. Non faremo a tempo per il pranzo, meglio fermarci alla Esso a prend 10000000000001F400000177FF6B9F39ere qualcosa.- Lei annuì silenziosamente mentre la vettura si spostava sul lato destro della strada e rallentava per immettersi nello svincolo della stazione di servizio. Non le sembrava vero. Due ore ancora e avrebbe rivisto Peter, gli avrebbe parlato, sarebbe ricominciato quel gioco eccitante fatto di schermaglie brillanti, di battute ironiche, di attesa dell’attimo rubato da godere insieme da soli.

Il bar della Esso era strapieno. Mentre lui faceva la fila alla cassa ne approfittò per scendere alla toilette. Si rinfrescò il viso e si ritoccò il trucco con cura. - Non voglio che mi veda con questo viso disfatto dalla stanchezza. Rivolse un’occhiata critica allo specchio: sì, è vero, qualche ruga affiorava, c’era un’ombra di borsa sotto gli occhi, ai lati due piccole zampe di gallina. - Certo, non sono più una ragazzina, sono una donna matura, ma ancora una bella donna direi! E se mi toccasse di nuovo un po’ di felicità tornerei splendida, com’ero. - concluse rabbiosamente. Risalì lentamente la scala urtandosi con quelli che scendevano, lo cercò con lo sguardo e lo vide che l’attendeva col gomito appoggiato al banco e l’aria scocciata davanti ai toast freddi e rinsecchiti ed alle birre, ormai scaldate. - Hai fatto una bella doccia?- le chiese senza guardarla. - Quanto sei acido! Non vedi quanta gente. - replicò lei, senza sorridere. Consumarono in fretta e s’avviarono in silenzio alla macchina.

- Ecco, riflettè lei, stiamo andando in vacanza, ma è come se stessimo andando a lavorare. Tutti i giorni sono uguali, ogni istante è vissuto allo stesso modo, freddo così, asettico come se non ci aspettassimo più nulla l’uno dall’altro: nessun entusiasmo, neanche litighiamo più! No, non avverto alcuno scrupolo nei suoi confronti. Si può parlare di tradimento quando si ama, ma non è più il nostro caso. 10000000000001F4000001888F67FB01Dopo Bolzano la pioggia riprese, violenta. Il cielo s’era andato coprendo di nuvoloni neri che annunciavano un bel temporale. In montagna, di quella stagione, non era proprio il meglio che ci si potesse augurare. Uscirono dall’autostrada per imboccare la salita che conduceva alla valle in fondo alla quale era situata la pensione Alpina, dov’erano diretti. Lui scrutò il cielo e borbottò tra i denti: - Speriamo di non incontrare camion sugli ultimi tornanti, che sono quelli più schifosi.Lei non parlava. Braccia conserte e la testa incassata nelle spalle aveva assunto una posizione antalgica, era contratta, chiusa a difesa di se stessa contro il mondo intero. Né il ritardo previsto, né i disagi del viaggio che il maltempo poteva rendere pericoloso, né il paesaggio stesso che aveva perso ogni attrattiva e comunicava un senso di oppressione accentuato dall’incombere delle masse scure delle montagne, schiacciate a loro volta dai cupi nuvoloni, riuscivano a reprimere nel suo animo quella sensazione frizzante di attesa, di intima gioia per l’imminente felicità che ogni istante del viaggio, ogni curva, ogni tornante rendevano più vicina.La voce di lui le giunse inaspettata: - Che cavolo ci avrai da ridere! Lo guardò senza capire. - Ma che vuoi? – T’ho vista sorridere e mi sembrava che volessi dirmi qualcosa, poi ho capito che stavi ridendo per conto tuo. Fai pure, ma dovresti scegliere un momento più adatto per ridacchiare sotto i baffi, considerato che rischiamo di cadere nel fosso a ogni curva. Questa stradaccia la odio. Chissà perché poi veniamo sempre qua!

Non s’attendeva risposta e non ne ebbe. Lei aveva ripreso il controllo della espressione del viso e di nuovo appariva impenetrabile, immersa nei suoi pensieri. - Niente, non c’è più alcuna sintonia fra di noi, siamo due estranei. Peggio, anzi! Nei confronti di estranei può capitare di provare una curiosità, la voglia di cercare un punto di interesse comune, un varco per avvicinarsi, ma a due come noi che hanno vissuto la loro storia fino all’esaurimento non restano che noia e indifferenza. Sarà così per tutti il matrimonio? E chi lo sa. Ma che importa quello che succede agli altri? Per noi adesso lo stare insieme è questo, uno sforzo quotidiano di sopportazione reciproca che diviene sempre più pesante, e nemmeno ci sforziamo più di nasconderlo. Sarà per questo che il cuore legittimamente reagisce e si difende come può, vuole rivivere.Chissà perché le vennero in mente quei bulbi olandesi da piantare in terrazza per la fioritura di primavera, quelli che sembrano brutte cipolle secche, dall’aspetto gramo, da seppellire in vaso e dimenticare per mesi confidando che al tempo giusto un’ondata di calore li investirà e un miracolo ne renderà fecondo il grembo e ne farà germogliare un bel fiore. Coraggio, si disse, ancora un tratto di strada e allo stesso modo dal suo cuore avrebbe fatto capolino un germoglio verde! Questa analogia che dapprima le sembrava belle d’un tratto l’indispettì. Ma perché deve andare così? Perché la gioia deve durare quanto un giacinto? Due, tre settimane al massimo e poi via. Di nuovo si torna a casa, ancora, al gelo dell’animo, al grigiore dei giorni, al letargo dei sensi e dei sentimenti. Ah, ma stavolta sarebbe stato diverso! Fino allora le era bastato pensare al rapporto con Peter come a una parentesi gioiosa, un momento di rigenerazione che le consentiva di riprendere vigore, di ricaricare le batterie per poi tornare a tuffarsi nel tedio della vita coniugale. Come quando, bambina, correva a perdifiato con le compagne nel parco di Villa Paganini all’uscita di scuola, e a un tratto le veniva una gran sete e interrompevano il gioco per bere alla fontanella dell’acqua fresca che in quel momento rappresentava il massimo dell’appagamento.

Ora sentiva che questo amore vissuto come un break nel tran tran quotidiano non le bastava più. Tre o quattro settimane nelle ferie d’estate, la settimana bianca d’inverno, e poi? Doveva contentarsi? Era questo tutto il buono che la vita poteva offrirle a quarantacinque anni? No! No! Doveva imprimere un’accelerazione alla sua esistenza, doveva incalzarlo Peter, impegnarlo, imporgli d’accettare la realtà del loro amore, di essere conseguente, risoluto come lei stessa adesso era a dare una svolta significativa alla sua vita.

Era giusto farlo anche per lealtà verso il suo attuale compagno, che non meritava i sotterfugi. Non aveva colpe maggiori delle sue se il loro rapporto stava cadendo a pezzi. Non siamo noi, è la vita stessa che mena la danza, ma quando arriva il momento delle scelte da fare nella chiarezza è doveroso prenderne coscienza e non ci si deve tirare indietro!

La distolsero dalle sue riflessioni il sobbalzo della vettura e una filza di imprecazioni da parte di lui. L’osservò, sconcertata. - Che c’è adesso? - Pure questa! Abbiamo forato e non possiamo stare fermi in questo punto, è pericoloso! Bisogna sbrigarsi a cambiare la ruota, con tutta l’acqua che sta venendo giù! - Ti do una mano. Tu. comincia a svitare i bulloni mentre io tiro giù i bagagli e libero la ruota di scorta.Lavorarono affannosamente cercando di far presto e in breve la ruota era montata ma quando risalirono in vettura erano fradici da capo a piedi. - Forza, muoviamoci. - ringhiò lui mettendo in moto - ci manca ancora poco. Accidenti a quando t’ho dato retta.

Un quarto d’ora dopo la macchina entrava nel parcheggio dell’albergo. Si fece sulla porta Helga, la padrona, per vedere chi stava arrivando e andò loro incontro porgendo gli ombrelli e salutandoli cerimoniosamente. - Benvenuti, signori! Non li aspettavamo più con questo tempo. Ma loro sono fradici! Come mai? Diano pure a me una valigia, prego. Premurosamente li precedette per farli entrare poi, realizzata la situazione, tagliò corto ai convenevoli e dal banco della reception staccò una chiave dal gancio e la porse a lei, con un sorriso: - Le ho riservato la solita camera, signora. E’ già pronta, può salire subito a fare una bella doccia per scaldarsi. Lei, piuttosto, signore, se aspetta per asciugarsi che la signora abbia finito si prenderà un malanno: prenda l’accappatoio e scenda. Vedrò di farle fare la doccia in una camera libera. Peter è di servizio al bar, quando si saranno sistemati verrà a salutarli.

Helga seguì con lo sguardo sorridente la coppia che entrava in ascensore gocciolante d’acqua e carica di bagagli, e si mise a cercare sul registro una camera vuota ove far fare la doccia a lui. La ricerca fu infruttuosa: solo due camere risultavano libere ma i loro ospiti erano attesi in serata da un momento all’altro. A quell’ora le addette alle pulizie avevano terminato il turno e non si poteva rischiare una brutta figura. Helga prese rapidamente una decisione, la porta dell’ascensore già si stava riaprendo e ne uscì lui che reggeva in mano il borsone con l’occorrente per la doccia. - Non ci sono camere libere, signore. Venga, farà la doccia nel mio appartamento. - Ma signora Helga, non voglio incomodarla a questo punto. La ringrazio, ma non posso permettere...Venga! Per me è un dovere e un piacere, lei non deve avere alcuna remora. Soddisfare i clienti è la nostra ambizione. La prego!

Helga, sorridente, s’avviò precedendolo e lo guidò fino in fondo al corridoio dove estrasse una chiave dalla tasca del vestito ed aprì un uscio che recava scritto su una lucida targhetta d’ottone ’Privato’. Lui entrò appresso a lei, tirò la porta alle sue spalle e s’arrestò. Il borsone scivolò sul parquet del pavimento, quasi senza rumore. Anche Helga si era fermata e girata lentamente a guardarlo. Le sue mani la avvinsero ai glutei attirandola a se. Helga gli si abbandonò addosso, gli cinse il collo con le braccia e lo baciò. - Finalmente! E’ da mezzodì che ti stavo aspettando, non arrivavi più! Sai, ho raccomandato a Peter di tenerla sempre sotto controllo, e gli ho detto che se non ce la tiene lontano gli dimezzo la paga. Rise a piena gola. - Vedrai che stavolta staremo in pace! Un altro scoppio di risa, poi: - Scheisse! M’hai inzuppato tutto il vestito, adesso mi devo cambiare! Forza, aiutami, tira giù la lampo.

Sollevò le braccia in alto per farsi sfilare l’abito sopra la testa, sorridente e felice come una ragazzina, e si soffermò un momento a rimirare soddisfatta la sua immagine riflessa allo specchio. Ci vide l’espressione raggiante di una bella donna bionda, dal corpo pieno ma ancora fresco, fasciato da un body ricamato di pizzo nero. La prossima volta che scendiamo a Bolzano devo ricordarmi di passare a “La Perla’. pensò mentre si rivestiva. - Hanno sempre della roba stupenda! Mi farò scegliere da Peter un bel capo, l’aiuterà a fargli smaltire il broncio. Povero cucciolone mio, me ne vorrà per un po’, ma poi gli passerà, ne sono sicura! So io come fare!Poi, rivolta a lui: - Grazie, amore! Svelto, adesso, fatti questa doccia!-