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La riflessione sul teatro di S. Agostino


martedì 6 luglio 2010 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Qualcuno mi ha chiesto il perché dai temi che comunemente tratto nei miei racconti traspaia una predilezione per storie di sconfitti dalla vita, per vicende di soggetti che stanno uscendo dalla fase di lotta, di competizione con gli altri, che sembrano soccombere a un sentimento di stanchezza e, insieme, di consapevolezza dell’inutilità del loro agire. Trovo che la questione non sia infondata e che meriti un minimo di riflessione.

Non credo proprio d’indulgere a un atteggiamento crepuscolare, anche perché non é attuale una moda letteraria di questo tipo e non ne esistono i presupposti ambientali. Si tratta, al contrario, d’una scelta positiva consapevole che sorge da motivazioni del tutto razionali e credo che il problema travalichi la mia persona e investa un po’ tutto il campo della narrativa. 100000000000012D00000183AA56B2FA Non sembra anche a voi che le sole storie che veramente meritino d’essere raccontate perché toccano più da vicino la nostra sensibilità, perché ci appaiono maggiormente intrise d’umanità, siano proprio quelle degli sconfitti? Possiamo noi immedesimarci, condividere le vicende, comprendere appieno le ansie, i desideri, i dubbi, i sentimenti di coloro che vincono sempre? E, dato che lo facessimo, ci somiglierebbero costoro in qualche modo o riuscirebbero a suscitarci dentro qualcosa di diverso e di migliore d’un sentimento d’invidia, sterile e distaccato? 10000000000001D40000022783DDADA9

Ricorrendo a un’esemplificazione di carattere storico non pare anche a voi che un personaggio come quello di Napoleone sia stato, e sia ancor oggi, argomento di letteratura e di fiction più fecondo, ad esempio, di quello d’uno Stalin, imperatore scomparso nel fulgore della sua potenza? E, se questo è vero, credete che ciò sia dovuto ad Austerlitz, o non piuttosto a S. Elena? Lo stesso Shakespeare, da quel profondo conoscitore dell’animo umano che è, non ha scelto di proporci la storia di un doge di Venezia ma quella del povero fornaretto: l’uomo comune leggendo quella tragedia pensa che anche il suo destino è appeso al filo della casualità e della fortuna e coglie nella vicenda dell’innocente travolto dalla sorte un’eventualità che ugualmente potrebbe toccare anche lui nella sua realtà individuale.

Solo nella sofferenza anche la vita dell’uomo comune, di uno qualsiasi di noi, si forgia. Può acquistare aspetti di grandezza e assurgere a livelli di nobiltà degni di considerazione e suscettibili di rappresentazione drammatica, purché l’occhio che osserva sia capace, penetrandovi, di coglierli questi aspetti.

Del resto, se vogliamo tener conto del dato che la vita stessa trae valore e significato dal suo contrario, all’identico modo di un disegno nel quale sono le linee nere ad imprimere un significato al bianco del foglio, è opportuno considerare vita e morte come due situazioni che si succedono nel tempo ignorandosi l’un l’altra, o piuttosto come due realtà che continuamente si fronteggiano realizzando un’interazione nella quale ciascuna legittima ed esalta la sostanza dell’altra?

La storia personale di ciascuno di noi si conclude, in ogni caso, con una sconfitta. La morte è, al tempo stesso, il destino ultimo e la sconfitta dell’uomo, e più grandi sono il successo e il potere da lui raggiunti nel corso della vita maggiormente può risultarne drammatico il distacco.

Ritenuto quindi che le storie dei vinti siano quelle maggiormente degne d’essere narrate nel senso che da loro, più facilmente e più naturalmente, possa scaturire materia ideale per la narrazione, può trovare spazio, in seconda battuta, una riflessione su quale debba essere l’atteggiamento ottimale del protagonista di una storia siffatta: vinto sì, va bene, ma un vinto che lotta fino allo stremo ed oltre, o un vinto che si rassegna e accetta con dignità la sua sorte? Qui subentra la personalità del narratore, perché c’è campo per entrambe le possibilità, e non è escluso che la medesima storia possa contenere più personaggi che risolvano in maniera diversa il loro conflitto col destino. Shakespeare, da quel grande scrittore che è, si è cimentato magistralmente nel collocare questa dualità addirittura all’interno di un unico personaggio quando ci ha proposto Amleto. Potrebbe essere, quindi, interpretata la sua come una posizione equidistante fra le due scelte, l’essere o il non essere, come lui le ha individuate.

Sussiste però, in immediata evidenza, il dato di fatto inoppugnabile che Amleto infine soccombe (come ogni uomo), ma muore anche malamente, di morte violenta, nel culmine delle passioni e dell’odio. E non basta: il suo forte anelito alla giustizia nemmeno è servito a ristabilire l’equilibrio che il male ha turbato, ma ha solo prodotto ulteriori sconquassi perché alla rovina di Amleto s’è aggiunta quella di due innocenti, di Ofelia e Laerte. Valeva dunque la pena di lottare col mondo intero? Quella posizione di supposta neutralità di Shakespeare, alla luce di queste considerazioni, risulta più apparente che reale, smentita dalla evidenza dei fatti così come ce li propone nella sua narrazione.

Ai tempi della scuola, mezzo secolo fa, mi colpì, e n’è prova il fatto che da allora ancora mi permanga nella memoria, una pagina dalle “Confessioni” di S. Agostino relativa agli effetti del teatro sullo spettatore. Può facilmente essere esteso e riferito a tutta la ’fiction’ il valore di quella riflessione, che mi sembrò acuta e vera e che recitava, all’incirca, così: 100000000000012C0000016E961D313C

- ... Mi rapivano gli spettacoli teatrali pieni d’immagini delle mie miserie e d’alimenti del mio tormento. Perché mai l’uomo ama di addolorarsi allo spettacolo di casi luttuosi e tragici che, tuttavia, egli stesso non vorrebbe soffrire? Egli vuole soffrire come spettatore il dolore che viene da loro; e questo dolore è il suo piacere. Non è questa una miserabile follia? Giacché tanto più ciascuno è commosso da quei casi quanto meno è guarito da quelle passioni, sebbene il patirle si chiami miseria, il compatirle negli altri, pietà._ Ma quale pietà vi può essere per vicende rappresentate scenicamente? Lo spettatore non è, infatti, chiamato a prestare aiuto, ma è soltanto invitato ad addolorarsi e tanto più approva l’autore di quelle rappresentazioni, quanto più si addolora. E se quelle dolorose vicende umane, antiche o immaginate, sono tali che lo spettatore non se ne commuove, egli se ne va annoiato e malcontento; se invece arriva ad addolorarsi, rimane attento e contento. Dunque si amano le lacrime e i dolori. Certamente ogni uomo vuole godere, e sebbene a nessuno piaccia essere misero, piace tuttavia essere pietoso: è forse per questa causa che si amano i dolori, dal momento che senza dolore non vi è compassione? ... Deve essere dunque ripudiata la pietà? Per nulla. Dunque, qualche volta i dolori si possono amare. -

L’origine dell’interesse che si prova per il dolore scenicamente rappresentato è, per Agostino, un sentimento buono che è l’amicizia, cioè l’affettuoso interessamento che si prova per gli altri. Ma questo sentimento è a suo parere completamente traviato e guasto nel caso del teatro.

10000000000001900000012CFCEAD463Questa potenza corruttrice dell’arte drammatica che rinfocola negli spettatori le passioni rappresentate nell’azione dei personaggi è uno dei motivi della condanna che Platone pronunciò sull’arte nel X volume della “Repubblica”. Altri motivi metafisici e gnoseologici si univano poi in Platone a rendere totale la condanna dell’arte, considerata in generale come imitazione del mondo sensibile.

E’ da Aristotele, che aveva invece parlato della catarsi operata dalla tragedia sull’animo degli spettatori, che giunge al mondo moderno la definitiva consacrazione dell’arte come valore positivo e la conferma rassicurante che la commozione generata dalla finzione artistica, scenica o letteraria nell’animo del suo fruitore non è segnale di debolezza d’animo e d’irrazionalità ma di sensibilità e di gentilezza di sentimenti. In una parola: di civiltà.

Non facciamo alcuna scoperta nell’attribuire al fattore soggettivo l’importanza fondamentale che gli compete nelle scelte che ogni autore fa, e mi sembra che non si possa neppure negare l’importanza del fatto, logico, che nella generalità dei casi chi si dedica ad un genere d’attività come quello letterario è scontato che sia un uomo di penna più che di spada, un contemplativo più che un uomo d’azione, uno incline al sogno più che all’azione determinata.

Tornando quindi alla domanda iniziale che ha dato origine alla presente riflessione mi resta ancora una carta da calare, un’argomentazione che è irrazionale quanto si vuole, ma di grande spessore pratico. Una risposta analoga a quella che spesso ci è data dai bambini che, pure incapaci d’analizzare le loro motivazioni, riescono però a percepirne tutta l’urgenza: - Perché prediligo certi temi ad altri? Bene, perché così mi va, così mi piace, così sento che è meglio fare per realizzarmi più compiutamente, per essere fedele a me stesso.