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IL MUSEO DELLE ARTI SANITARIE NELL’OSPEDALE INCURABILI DI NAPOLI


mercoledì 26 maggio 2010 di Dante Caporali

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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Prefazione di Achille della Ragione

Tra le visite più interessanti programmate in questa edizione del Maggio dei Monumenti quella al neonato Museo delle Arti Sanitarie è senza dubbio una da non perdere: oltre cento pezzi, esposti in nove bacheche, raccolti con pazienza certosina da Gennaro Rispoli, valente chirurgo, ma soprattutto raffinato cultore di storia della medicina e studioso degli ospedali napoletani, un capitolo affascinante della nostra tradizione, che merita di essere approfondito e portato alla conoscenza di tutti i cittadini. Ricordo con una punta di malinconia la relazione, in anteprima assoluta, che il collega tenne nel salotto culturale di mia moglie Elvira alcuni anni or sono, durante la quale, oltre ad una serie di rarissime foto illustranti antichi e dimenticati nosocomi cittadini, ci mostrò anche alcuni forcipi ed altri strumentari medici adoperati nei secoli scorsi, da lui raccolti per il futuro museo.(A tal proposito chi volesse approfondire l’argomento può consultare su internet un mio articolo: Paralipomeni per una storia degli ospedali napoletani). Si possono ammirare vecchi ferri chirurgici, stampe anatomiche, farmacie portatili, antichi microscopi e clisteri. Affascinante il racconto dell’avventura del barbiere, che si trasforma in chirurgo ed i primi progressi nel campo dell’anestesia, realizzata per la prima volta in Italia proprio nell’ospedale degli Incurabili, una struttura che ha rappresentato il fiore all’occhiello della Scuola Medica Napoletana, a lungo tra le più celebri in Europa. Il Museo è ospitato in alcuni locali del Monastero delle Pentite, a sua volta collocato in quell’ambiente unico costituito dall’ospedale, dai suoi cortili e da quella grande piazza interna dove si affaccia la celebre Farmacia, la chiesa di S. Maria del Popolo degli Incurabili e la cappella dei Bianchi della Giustizia. Un continuum di scale di piperno, corti cinquecentesche e vecchie sale dell’ospedale fondato dalla catalana Maria Longo, in un momento storico in cui si credeva che le malattie fossero legate ad un castigo divino ed i medicamenti erano poco efficaci, per cui le preghiere erano necessarie per sconfiggere morbi ed epidemie. All’opera di medici ed infermieri si affiancavano perciò frati e suore che alleviavano il dolore e la sofferenza e rendevano accettabile anche l’idea della morte.


Una gradita sorpresa di questo Maggio dei Monumenti è stata l’apertura, anche se solo di due sale, del Museo delle Arti Sanitarie dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli.

Inserite nel ritrovato sito del Collegio delle Convertite queste due sale, che rappresentano soltanto un nucleo iniziale di un futuro Museo di Storia delle Arti Sanitarie, sono intitolate a due importanti esponenti della Scuola Medica Napoletana: Domenico Cotugno, anatomista, ricercatore e rettore dell’Università Partenopea, e Domenico Cirillo, medico e patriota della Rivoluzione del 1799.

Gli oltre cento oggetti, raccolti con pazienza da appassionati medici ed operatori sanitari dell’Ospedale, ci sorprendono per la loro bellezza e per la qualità dei materiali con cui furono forgiati da esperti artigiani per i tanti medici che si avvicendarono nell’arco di quasi cinque secoli nelle corsie di questo complesso, dove tra l’altro fu fondata la prestigiosa Scuola Medica Napoletana.

Strumenti chirurgici, sedie operatorie, macchine anatomiche in cartapesta, stampe mediche e antichi manoscritti, farmacie portatili, microscopi, set per salassi, forcipi e clisteri d’epoca ci aiutano a ripercorrere la storia e l’evoluzione delle scienze mediche che vide questo Ospedale sicuro protagonista, che vanta altresì il primato della prima pratica anestetica realizzata in Italia

La visita del Museo inizia dalla Sala Cotugno, accolti dall’austero sguardo di Domenico Cotugno (fig. 1), raffigurato nel busto marmoreo settecentesco dello scultore Angelo Viva, valente allievo di Giuseppe Sanmartino.

In questa sala l’oggetto che immediatamente attira la nostra attenzione è un’antica sedia operatoria ottocentesca in ghisa imbottita di velluto (fig. 2), che ci atterrisce alquanto se ripensiamo alle pratiche operatorie di un tempo, illustrate da eloquenti pannelli, dove quell’aggeggio e le braccia umane “aiutavano” a trattenere il malcapitato paziente che si dibatteva con analgesia abbastanza precaria.

Un’altra serie di oggetti interessanti è costituita dai bollitori per la sterilizzazione, tra i quali la pentola di Papin (fig. 3), un recipiente a pareti robuste chiuso ermeticamente da un coperchio con valvola di sicurezza, nel quale l’acqua bolle ad una temperatura anche superiore ai 100 °C.

Troviamo poi in altre vetrine un apparecchio per asfissia (fig. 4), una farmacia portatile appartenuta a Domenico Cotugno (fig. 5), un cauterio del ‘700 (fig. 6), strumento chirurgico per eseguire bruciature terapeutiche, un astuccio portatile in pelle sempre del ‘700 (fig. 7) con tutto il necessaire per operazioni chirurgiche, come bisturi, forbici e rasoi, questi ultimi da sempre presenti nell’armamentario del chirurgo per ricordare che la nobile arte è nata dall’antenato barbiere-cerusico.

Chiude l’esposizione della prima sala un antico manoscritto del ‘600 (fig. 8) ed una serie di accuratissime stampe anatomiche (fig. 9) provenienti dalla collezione dell’Ospedale, realizzate sotto la guida del prof. Falcone, anatomista dell’800. Questi disegni a mano fin dal ‘500 costituivano il più antico mezzo di comunicazione per la formazione e spesso venivano eseguiti in sala settoria e colorati a mano dagli allievi.

Continuando la visita si attraversa un corridoio dove prosegue l’esposizione delle stampe anatomiche e si entra nella Sala Cirillo dove è presente un busto bronzeo di Domenico Cirillo (fig. 10) e siamo subito colpiti da uno scenografico allestimento lungo lo scalone dell’antico Monastero delle Convertite (fig. 11).

Alla sommità dello scalone troneggia di spalle una macchina anatomica settecentesca in cartapesta (fig. 12), un po’ simile a quelle famose del principe Raimondo di Sangro della Cappella Sansevero, ma molto più dettagliata nei particolari. Poi vi è una composizione del noto scultore napoletano Lello Esposito intitolata Metamorfosi (fig. 13) e che rappresenta una sorta di Pulcinella in decomposizione con un enorme ratto nero su di una spalla ed un uovo all’interno. La scultura simboleggia il proliferare della peste del 1656 a Napoli a causa dei ratti che trasportavano le uova di cimici, principale veicolo di trasmissione della terribile malattia. Infine ai piedi dello scalone una macchina protettiva per la peste (fig. 14), il famoso becco indossato dai medici, contenente filtri e balsami odorosi per contrastare l’aria corrotta che diffondeva il contagio attraverso invisibili particelle.

Una bacheca è dedicata all’ostetricia con tazze per puerpere (fig. 15), una delle quali con impresso lo stemma dell’Ordine dei Cavalieri di Malta, dediti da sempre all’assistenza ospedaliera, un tiralatte, uno dei primi biberon in vetro e poi una serie di forcipi (fig. 16) con antiche stampe relative al parto.

In un’altra bacheca troviamo invece un set per salasso (fig. 17) con apposito recipiente in peltro utilizzato durante questa pratica, alcune lancette per salasso con manico in tartaruga (fig. 18) ed un interessante coltello a tre funzioni (fig. 19) impiegato per il salasso, per provocare la rottura delle acque e per la cauterizzazione.

Di grande interesse sono poi gli strumenti per litotomia (fig. 20), qualcuno risalente addirittura al ‘500, utilizzati durante gli interventi di chirurgia urologica per l’asportazione dei calcoli.

Accanto a vari tipi di sete e garze sterilizzate per suture (fig. 21) vi è poi un set portatile con rasoi e seghe impiegato dai barbieri-cerusici che viaggiavano durante le guerre al seguito delle truppe, pronti ad intervenire con amputazioni di arti per evitare pericolo di cancrena.

Infine assieme ad un antico microscopio (fig. 22) e ad una rudimentale maschera per anestesia vi è una intera vetrina con clisteri di vario tipo (fig. 23), sia professionali che per uso personale, e bustine di tabacco, quest’ultimo usato come stimolante però con cautela, pena gravi complicazioni che potevano portare fino al decesso.

L’interessante visita si conclude con l’augurio che tale Museo, certamente unico nel suo genere, possa restare aperto con continuità anche dopo il Maggio dei Monumenti e che possa essere soltanto il tassello iniziale di un Museo di Scienze Mediche da estendersi anche alle tante altre istituzioni ospedaliere della città di Napoli.