INFORMAZIONE
CULTURALE
Giugno 2020



HOME PAGE

ARCHIVI RIVISTA

Articoli on-line 5312
Articoli visitati
4372588
Connessi 8

INDICE GENERALE
INDICE MENSILE
EDITORIALE
RUBRICHE
PASSATO E PRESENTE
EVENTI
ITINERARI E VIAGGI
PARERI LEGALI
COSTUME E SPETTACOLI
QUADRIFOGLIO
TERZA PAGINA
LETTURE CONSIGLIATE
CULTURA
SCIENZA E DINTORNI
FILATELIA
LIBRI RECENSITI
AUTORI
Argomenti

Monitorare l'attività del sito RSS 2.0
SITI AMICI

a cura di
Silvana Carletti (Dir.Resp.)
Carlo Vallauri
Giovanna D'Arbitrio
Odino Grubessi
Luciano De Vita (Editore)
On line copyright
2005-2018 by LDVRoma

Ultimo aggiornamento
2 giugno 2020   e  



Sito realizzato con il sistema
di pubblicazione Spip
sotto licenza GPL

BERETTA calibro 7,65


giovedì 25 marzo 2010 di Michele Penza

Argomenti: Ricordi
Argomenti: Racconti, Romanzi


Segnala l'articolo ad un amico

Nel comò della camera da letto dei miei genitori c’era una pistola, custodita in fondo al cassetto delle camicie di mio padre e avvolta in un cencio scuro. Lo sapevo da sempre e a me sembrava la cosa più naturale del mondo perché, in effetti, per quei tempi lo era. Io sono nato esattamente fra le due guerre mondiali e a mio padre è toccato in sorte di doversele cibare tutte e due. “Io adesso faccio il cassiere, ricordo che mi disse un giorno, ma in tempo di guerra sono un ufficiale, e gli ufficiali debbono avere una pistola.” Avvertiva la necessità di fornire a me una spiegazione per quell’arma che gli vedevo nelle mani, accompagnata però dall’ingiunzione di non toccarla mai, per nessuna ragione. Dopo di che si sentiva in pace con la coscienza soprattutto perché aveva il buon senso di conservare le cartucce in altro luogo che non mi riuscì mai di scoprire.

Nei confronti di quella arma provavo per un verso una specie di ripugnanza e per l’altro una sorta d’attrazione, che mi spingeva talvolta ad aprire il cassetto per svolgerla dal panno in cui era avviluppata e soppesarla nelle dita. La sentivo dura e pesante e la toccavo con timore quasi potesse esplodermi nella mano. Quel colore nero e opaco non lo ritrovavo in alcun altro oggetto che mi fosse familiare.

Ero ancora un bimbo ma sapevo bene a che serve una pistola. Tutti lo sapevano, lo si proclamava senza riguardi perché fin da piccoli dovevamo ricevere una educazione di tipo militare: le armi servono a uccidere i nemici e di nemici si parlava spesso in quei tempi perché ne avevamo tanti, sembra, e quando pareva che scarseggiassero c’era chi andava a trovarne di nuovi. Ecco perché quella arma, per un altro verso, m’infondeva anche un senso di sicurezza. E’ chiaro che un bimbo dorme più tranquillo sapendo che se vengono i nemici c’è in casa un papà ufficiale che ha anche una pistola nel cassetto.

Mi ero abituato perciò a considerarla una specie di nume tutelare, un totem che esercitava il suo potere anche restando celata nel cassetto. A me bastava sapere che era lì e neppure consideravo l’eventualità che potesse fungere meglio allo scopo in altra sede. La volta che vidi mio padre prenderla con sé nella borsa rimasi perciò sconcertato perché nessuno m’aveva detto che ci fossero nemici in prossimità di casa nostra. Chiesi ovviamente spiegazioni a lui, che aveva l’abitudine di dirmi sempre le cose come stavano senza timore che non potessi comprenderlo, o meglio, preferendo correre il rischio che non comprendessi appieno la spiegazione piuttosto che lasciarmi senza una risposta.

Mi spiegò dunque che s’apprestava a partire per una gita organizzata dal suo ufficio per i dipendenti, e che la meta di quel viaggio era una località montana della Svizzera. Adesso anche i ragazzini delle scuole medie vanno da soli in vacanze in Spagna o in Inghilterra ma allora uscire dal paese non era frequente e nemmeno facile per nessuno. Il passaporto veniva concesso raramente e con grande diffidenza, e bisognava avere delle ragioni molto buone per ottenerlo. Considerato anche quanto fossero basse le retribuzioni si comprende come la gente comune facesse normalmente a meno di espatriare. Soddisfare la voglia generica di andare a zonzo per il mondo era privilegio di pochi e perciò anche una banale gita organizzata dal dopolavoro aziendale poteva assumere una certa insolita solennità se aveva la meta del viaggio oltre confine.

In quella particolare occasione il direttore generale in persona aveva convocato i gitanti prima della partenza e li aveva catechizzati. Se in servizio il comportamento del dipendente doveva essere ineccepibile, all’estero doveva essere esemplare perché gli stranieri ci guardavano e giudicavano! Niente schiamazzi, niente turpiloqui, niente sbronze! Accennò appena a tristi episodi accaduti in passato di dipendenti sorpresi con posacenere e asciugamani, di proprietà dell’albergo, in valigia. Se una cosa del genere si fosse verificata all’estero lui stesso avrebbe provveduto a sistemare per benino il verme che trascinava nel fango la sua dignità e il prestigio stesso del paese. Il meschino se ne sarebbe pentito per tutta la sua vita lavorativa!

Alla fine della vibrante e minacciosa prolusione nel congedare i dipendenti aveva soggiunto ancora: “Quelli fra voi che sono ufficiali di complemento dell’esercito o della milizia sono pregati di trattenersi ancora un momento.” La maggior parte dei presenti uscirono dalla sala in silenzio scambiandosi occhiate significative. Qualcuno ghignava al ricordo delle gesta menzionate dal direttore, forse ripensando a esperienze personali consimili che per fortuna sua erano rimaste anonime.

Un certo numero di persone si era quindi trattenuto in sala riunioni e, rivolto a costoro, con voce sommessa e l’aria da congiurato il direttore aveva soggiunto: “I signori ufficiali sono autorizzati dal questore a portare la pistola d’ordinanza, poiché la gita di gruppo non necessita di controlli alla frontiera. Non servirà, ma ricordiamoci che andiamo all’estero e che ogni straniero è un potenziale nemico. Possono andare.”

Quella pistola ha fruito quindi d’una piacevole gita sulle alpi svizzere e se quella volta è riuscita a spassarsela ha fatto bene perché sarà stata la prima e l’ultima. I viaggi successivi che ha compiuto poco tempo dopo in Iugoslavia non furono organizzati dal dopolavoro e non risultarono altrettanto distensivi.

JPEG - 99.2 Kb
Zara (oggi Zadar)
Panorama

Acqua passata, certo, tante cose sono mutate. Di direttori così fatti purtroppo qualcuno ce ne sarà ancora, e ce ne sarà sempre, ma quella pistola invece sicuramente non c’è più. Dopo svariate vicissitudini ora giace sul fondo del mar Adriatico, a mezza via tra Zara e Trieste. Arrugginisca in pace, si era stancata di viaggiare e d’altronde ora non servirebbe, sarebbe in pensione anche lei. Ma sì, tutti quei nemici pare non ci siano più, se ne saranno andati a casa loro, o forse sono così mutati d’aspetto che ormai si confondono con noi. E anche noi abbiamo perso quel viziaccio di fare sempre il nemico di tutti gli altri.

Non voglio certo dire che oggi quella pistola mi manchi, il fatto è che io non ho più nulla nel cassetto che possa esorcizzare il male e farmi dormire sonni tranquilli. Mi sento totalmente disarmato e, quel che è peggio, non sono più un bimbo!