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Le ragioni degli altri


lunedì 1 febbraio 2010 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni
Argomenti: Ricordi


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Le motivazioni dell’agire umano si possono dividere in due grandi categorie che inglobano tutte le altre: le ragioni nostre e quelle degli altri.Non è detto che le nostre siano sempre le migliori in assoluto, come ci fa comodo ritenere.

A piedi ripercorsi lentamente tutto il viale Galese dalle ultime case dei ferrovieri dove mio zio abitava fino al cantone ove inizia la discesa che porta alla stazione. Il tiepido pomeriggio di quel settembre 1941 invitava al passeggio, e il traffico scarso non disturbava il corso dei miei pensieri. Ogni tanto si vedeva un camion o un piccolo convoglio di automezzi militari transitare frettoloso in direzione del porto o, nel senso inverso, uscire dalla città per scomparire lungo la strada che costeggia il mar Piccolo. 1000000000000190000000FAEF809C53Al posto di blocco situato all’angolo della scesa trassi di tasca la carta d’identità e la porsi allo sguardo annoiato del carabiniere di postazione, che si ravvivava soltanto quando vedeva passare qualche ragazza. Di solito queste camminavano in gruppo tenendosi a braccetto, e facevano bene perché in una città di mare a quel tempo gremita di soldati, nostri e tedeschi, in procinto di salpare per l’Africa, e di marinai stravolti perché ogni giorno rischiavano in mare guai grossi con tutti quegli aerei nemici che perlustravano il canale di Sicilia, una ragazza di famiglia che girava da sola qualche problema lo trovava sicuramente.

1000000000000226000001913FB90F06Solo quando si presentavano donne il carabiniere sembrava rianimarsi e la sua faccia ottusa acquistava un’espressione tra seria e furbetta, mentre lui si raddrizzava sullo sgabello ove sedeva entro il casotto di legno dal quale, allungando il braccio da una finestrella, poteva manovrare la barra metallica bilanciata da un peso che consentiva il passaggio ai veicoli. S’investiva allora d’autorità e alzava solennemente una mano a fermare le ragazze che già erano ferme da un pezzo, conoscendo ormai tutti la manfrina, e chiedeva loro con tono ufficiale la carta d’identità che quelle già tenevano in mano, e poi iniziava a esaminarla con una faccia disgustata, col distacco dello scienziato che osserva un bacillo di Koch spiaccicato sul lastrino. Poi si concedeva qualche commento, sbirciando il seno, del tipo: “del 1924, diciotto anni, eh! Si direbbe qualcosa di più!”

Indugiava alquanto alla restituzione, forse sperando in una risposta che potesse consentirgli un aggancio. Se proprio non poteva farne a meno restituiva la carta con un gesto schifato, per appollaiarsi di nuovo sul trespolo e ripiombare nel suo apatico letargo. La funzione di quel gufo, nel pensiero di chi ce l’aveva messo, era quella di vigilare affinché in città non entrassero tipi loschi e sospetti di complicità col nemico. Era la solita psicosi delle spie che si diffonde in tempo di guerra, fondata sul presupposto che le spie siano tipacci malvestiti, di aspetto equivoco, privi di documenti e con un forte accento straniero.

Di spie escluderei che quel segugio ne abbia mai beccata qualcuna, di appuntamenti con qualche zitella non posso dire poiché le donne sono imprevedibili e con loro non sei mai sicuro di nulla.

Superato il posto di blocco la discesa diviene agevole e veniva naturale accelerare il passo verso piazza Fontana, che nel suo complesso rappresenta un approccio piuttosto gradevole alla città di Taranto. Per via c’era animazione e si vedevano coppie di innamorati allacciati e branchi di marinai che apparivano però meno vivaci e cagnaroni del solito. Erano ragazzi sempre affamati che s’affollavano attorno ai banchetti di ambulanti che vendono meloni e uva, quella dolce da tavola con gli acini grossi. Io seguitavo il cammino e quasi inavvertitamente mi trovai a compiere il solito giro, quello che facevo senza pensare alla via quando passeggiavo per Taranto. In ogni città nella quale ho vissuto dopo le prime uscite a caso mi sono creato un itinerario ideale, una strada che percorro in automatico se esco di casa senza meta precisa. Cammino a lungo lentamente fino a stancarmi, a tutto pensando meno che al percorso e dopo due ore di cammino finisco sempre col ritrovarmi più o meno al medesimo punto, che può essere un giardino o un viale o un lungomare. Allora cerco un sedile e mi fermo a riposare. Smetto di rimuginare ai casi miei e dedico la mia attenzione a quanto mi circonda.

100000000000028000000197DC80E2E8Ospite a Taranto di mio zio il mio itinerario regolarmente passava per il ponte girevole che unisce le due parti della città. In quei giorni il ponte si apriva e chiudeva spesso per dare passaggio alle unità della squadra navale che stava riparata in rada nel Mar Piccolo, e queste interruzioni costringevano i passanti ad attese che potevano anche essere lunghe. In quel caso la piccola folla assiepata in attesa ai due lati cresceva fino a diventare numerosa. Non tutti naturalmente erano perditempo come lo ero io e molti potevano avere buonissime ragioni di avere urgenza di andare, per cui quando si dava via libera c’era un momento in cui le fiancate del ponte, che non è poi larghissimo, a malapena sembravano contenere il flusso dei passanti.

Quando vi giunsi quel giorno c’era un bel po’ di gente ad aspettare sia da un lato che dall’altro, segno che l’attesa si protraeva da tempo. Non appena fu data via libera in un attimo il ponte si riempì di gente che avanzava sgomitando e due ondate procedettero rapidamente da ambo i lati fino a incontrarsi al centro della campata e lì rallentarono di colpo perché per proseguire l’una doveva filtrare attraverso l’altra. Udii allora alcuni colpi nervosi di clacson echeggiare dall’estremità opposta alla mia e mi sembrarono del tutto fuori luogo in quella situazione. Ma che cavolo ti suoni, pensai, anch’io come gli altri, non vedi la gente che c’è? Aspetta, scemo!

Il sergente Lutz Haase era diretto alla base aerea di Grottaglie dove stava conducendo il convoglio di tre camionette con il loro carico di soldati in licenza di convalescenza diretto in Germania. Sette mesi di guerra in Cirenaica gli avevano tolta tutta la voglia di estate e di sole che da buon tedesco si portava nel DNA. Ne aveva preso tanto di sole a picco sull’elmetto da bastargli per tutta la vita, anche se previsioni sulla durata della sua vita futura a quel punto era difficile farne. Aveva giurato però a se stesso che se avesse avuto la fortuna di riportare a casa la cotenna e di tornare a un’esistenza normale mai più avrebbe lasciato le montagne del suo Tirolo, quella bella neve fresca e immacolata che era stata in quei mesi il suo sogno ricorrente di ogni notte. Come aveva potuto un giorno desiderare di stendersi al sole sulla sabbia per cuocersi alla brace? Ora che quel calore gli aveva inaridito la carne, resa color mattone la pelle del viso e grinzosi gli occhi, Lutz se lo chiedeva incredulo assieme agli altri ventimila dell’Afrika Korp di Rommel. 1000000000000703000003034185CB30Conosceva la strada che già aveva percorso altre volte e sapeva che sarebbe stata breve senza quella strozzatura del ponte girevole che faceva perdere un sacco di tempo. Speriamo bene, pensava, quando alla curva del lungomare gli apparve proprio ciò che temeva e bestemmiò. Vedeva un mare di gente dall’una e dall’altra parte scalpitare in attesa del via come bambini di scuola che aspettano la campanella per scappare a casa, ma senza quella aria gioiosa; si percepiva in giro un clima teso perché la guerra non andava bene e la città era stata colpita diverse volte e mostrava le sue ferite nei fabbricati diroccati e nelle carcasse di navi semiaffondate nel porto.

Mi lasciai trascinare dal flusso di gente che spingeva per incanalarsi nella strettoia tra le fiancate del ponte, ma me ne pentii quasi subito. Alla malora, avrei fatto meglio ad aspettare che la massa fosse defluita senza andare a incastrarmi in quella baraonda. Avrei perso altri cinque minuti, e che importanza avrebbe avuto? Ma ormai c’ero in mezzo.

Ancora s’udì un colpo irato di clacson, poi un altro, poi udii salire il rombo d’un motore che accelerava seguito da uno scoppio di voci. La folla si fendette come un melone in cui affonda il coltello e coloro che stavano al centro della carreggiata si gettarono ai due lati per non farsi travolgere dalle camionette e andarono a cadere letteralmente addosso a quelli che già vi si trovavano. Imprecazioni e bestemmie si levarono altissime e scoprii che il popolo di Taranto ha un’anima passionale e se provocato malamente non suole reagire con grazia e nonchalance.

Mi trovai schiacciato tra un vecchio ossuto e una femmina cicciona che mi tolsero il respiro per alcuni istanti, e quando ripresi fiato neanche io mi sentivo ben disposto verso gli alleati germanici. Non comprendevo alla lettera tutte le invettive che sentivo urlare intorno a me perché molti parlavano un dialetto stretto, ma il senso mi era chiarissimo e lo condividevo in pieno. Mamme e sorelle degli autisti erano, diciamo, il canone di quel canto, con variazioni creative sul tema. Ma come si permettevano quei maledetti di comportarsi in quel modo? E se qualcuno non ce l’avesse fatta a scansarsi che poteva accadere? Ma che quei crucchi erano pazzi?

10000000000002A7000001F19C991A9FIl sergente Haase guardò l’orologio e imprecò. Mancava un’ora alla partenza dell’aereo e se avesse perduto la coincidenza avrebbero dovuto attendere la partenza del giorno dopo. Quel maledetto ponte non si decideva ad aprirsi e tutta quella gente che si accalcava non prometteva nulla di buono. Un giorno di licenza per un soldato in guerra non ha prezzo. No, non ci avrebbe rinunciato senza lottare. Ma perché tutti quegli idioti non si toglievano di mezzo? Non sapevano che c’era una guerra? Non sapevano che il sergente Haase rischiava la pelle tutti i giorni mentre loro stavano a casa tranquilli? Non sapevano che era venuto dall’Austria fino in Africa per fare quello sporco lavoro che loro stessi avrebbero dovuto fare? Non bastava il fronte russo, a tutto loro dovevano pensare? E non sapevano che lui stava andando in licenza? Che era stato ferito ed era vivo per caso? E ora volevano fargli perdere l’aereo, a lui e ai suoi compagni? Fargli passare un giorno intero sul prato dell’aeroporto in attesa del prossimo volo? Magari per beccarsi una mitragliata dagli inglesi proprio sul punto di arrivare a casa? E no, per Dio! Quelli andavano a spasso, la precedenza ai militari!

Il sergente Haase diede un ultimo colpo rabbioso sul clacson col palmo della mano poi sollevò il piede dal freno e l’affondò sull’acceleratore.

Alla mamma del sergente Lutz Haase fischiarono a lungo le orecchie quel giorno. Ebbe una sensazione strana, come le pervenisse l’eco di un richiamo confuso, lontanissimo, gridato da tante voci, e non riuscì a immaginare chi potesse pensare a lei in modo così intenso. Il pensiero le corse al suo Lutz, al suo buon ragazzo: chissà dov’era in quel momento e che stava facendo! Sospirò, si passò il dorso della mano sugli occhi e riprese accuratamente a impastare il suo dolce di mele. Quel movimento regolare era come un massaggio lieve al suo cuore stanco. Quante volte aveva sognato quella licenza di cui le parlava in ogni sua lettera. Ogni volta una delusione, ma lei seguitava a sperare e intanto si teneva pronta. Chissà se quella guerra maledetta glielo avrebbe riportato a casa, un giorno o l’altro, il suo Lutz, ma se mai fosse accaduto il profumo dello strüdel caldo gli avrebbe parlato del suo amore fin dalla soglia di casa..

Le ragioni degli altri

Questo racconto è nato dal desiderio di recuperare nella memoria per attribuirgli il suo giusto significato un piccolo episodio, vissuto nella realtà esasperata d’una Taranto violentata dalla guerra, collegandolo a una riflessione fatta molto più tardi, dato che all’epoca avevo solo 11 anni. Mi sono chiesto perché un episodio di rilevanza minima come questo, piccola esplosione di violenza senza conseguenze simile al bagliore di un lampo nel corso di una bufera, mi fosse rimasto radicato nel ricordo e mi è sembrato di individuarne la causa proprio nella sua apparente incongruenza. Perché gli uomini assumono talvolta atteggiamenti ruvidi che non sono loro congeniali e nemmeno abituali? C’è sempre una ragione, cerchiamola. Ci sono due grandi categorie di ragioni a questo mondo, che a loro volta inglobano tutte le altre: le ragioni nostre e quelle altrui. Caso vuole che le nostre ci appaiano sempre le più nobili, le più fondate, le più giuste. Ovvio che é un paradigma di comodo, e prima si riesce a demolirlo più si cresce in consapevolezza.

Sappiamo benissimo infatti quanto un tale assunto sia mistificante, tuttavia giustifichiamo una valutazione egoistica delle motivazioni sembrandoci conforme alla natura umana che ognuno tiri l’acqua al suo mulino, nella prospettiva consolatoria che in fin dei conti visioni egoistiche opposte si bilancino fra loro.

In realtà siamo perfettamente consapevoli che due menzogne di segno contrario non riescono a fare una verità per cui occorre cercare sempre di compiere uno sforzo per capire le ragioni degli altri, specie se confliggono con le nostre. Non sempre ci si riuscirà ma almeno il tentare di comprenderle, sopratutto quando le combattiamo, non è fatica sterile ma ci evita di agire in base a valutazioni errate, a presupposti falsi che non possono giovare ad alcuno. Anche se non credo possibile mai una conoscenza assoluta della verità, deve restare comunque viva la volontà d’individuarne tutto intero quel frammento, piccolo o grande, che credo sia possibile trovare purché lo si voglia sinceramente.

Ne vale la pena. Tutte le volte che sono riuscito a comprendere le reali motivazioni di coloro con cui mi incontravo o mi scontravo, se non ho vinto, ho limitato i danni.