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Democrazie senza democrazia (Laterza, Roma-Bari, 2009)

SULLE CAUSE DELLO "SVUOTAMENTO" DEMOCRATICO


venerdì 22 gennaio 2010 di Carlo Vallauri

Argomenti: Mondo
Argomenti: Politica


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Massimo L. Salvadori riprende in questo libro il tema del funzionamento della democrazia nell’attuale fase di crisi del sistema legato al capitalismo finanziario e di trasformazione della prassi politica.

L’impianto istituzionale della liberal-democrazia si basava sul metodo rappresentativo, espressione di volontà effettivamente formatesi tra i cittadini operanti in condizioni di equa eguaglianza gradatamente poi superata dall’involuzione dei rapporti tra economia e politica che vede ormai la seconda di fatto succube della prima. Il trionfo dei valori della libertà poteva sembrare un principio acquisito dopo il crollo prima dei regimi autoritari sopravvissuti in Occidente poi dell’intero edificio del comunismo sovietico e dei suoi gulag.

Sennonché ostacoli al concreto svolgimento della democratizzazione si vanno sempre più rilevando (come aveva predetto Kelsen) perché la direttrice politica generale non appartiene più al popolo ma ad una maggioranza di eletti dalla maggioranza dei titolari dei diritti politici, mediante compromessi che hanno modificato i tratti essenziali della rappresentatività. Per di più è andato perdendo di peso e significato lo Stato “nazionale” e sovrano in favore di centri finanziari e industriali sovranazionali: la stessa formazione dell’opinione politica viene controllata e determinata da gruppi di plutocrati internazionali e da connesse oligarchie. Il famoso “equilibrio” tra i poteri immaginati da Montesquieu ha ceduto il posto a gruppi oligarchici che con la globalizzazione degli ultimi decenni del Novecento hanno alterato i termini del confronto e dell’articolazione politica.

In luogo del sistema classico liberal-democratico si è così imposto con i partiti di massa una differente base delle forze politiche. Nella società complessa in cui viviamo i gruppi dirigenti hanno costituito un blocco sociale (grandi imprese, apparati burocratici: in verità più le prime che non i secondi) che ha sequestrato a proprio vantaggio le possibilità di scelte nelle grandi decisioni operative. Dal governo “non democratico” delle imprese (come ha chiarito Dahl) è disceso un dispotismo manageriale con l’ineguale distribuzione delle risorse politiche, con evidente violazione dell’uguaglianza effettiva tra i cittadini. Un lungo processo che da qualche parte ha dato vita a forme di democrazia totalitaria (un “ossimoro”, osserviamo) e dall’altro ha indotto grandi forze politiche e sociali a diffidare della maschera di una democrazia, incapace di resistere al potere di fatto dei detentori della ricchezza. Le classi proprietarie hanno preferito sostenere l’autorità di uno Stato del quale – osserviamo – controllano l’effettivo funzionamento.

Così tra “progresso civile delle masse” e formazione dei grandi partiti democratici si è finito per accettare il cono d’ombra costituito dall’egemonia sociale del capitalismo: le masse in effetti – abbiamo osservato altrove – credevano di aver conquistato il potere. Ma il trinomio descritto da Salvadori (stato unitario, economia nazionale, sovranità) si è andato progressivamente disperdendo. Quello che lo studioso torinese definisce “secondo sistema della liberal-democrazia”, attraverso la globalizzazione ha dissipato la capacità dello Stato di controllare la propria stessa struttura interna e ha lasciato mano libera a ristrette oligarchie, il cui strapotere ha determinato un gigantesco spostamento della ricchezza, causando precarietà nel lavoro, impoverimento negli stessi paesi più sviluppati.

Ecco allora la caduta dello spirito critico, idoneo a formare opinioni razionali, mentre sono crollati i gruppi politici portatori di interessi diffusivi di specifiche ideologie, e sono privati del potere governi autonomi dalla concentrazione delle ricchezze. Inoltre la rivoluzione informatica, anziché favorire, ha indebolito la democrazia perché gli strumenti principali di formazione ed uso del potere sottratti alla opinione liberamente maturata tra i cittadini sono stati acquisiti da poteri personalizzati di grandi organismi: un’anomalia – prosegue Salvadori – che ha favorito l’americanizzazione che sostituisce al cittadino politicamente attivo la figura del consumatore che preferisce, “acquista” e vota il partito più compiacente e rispondente alle proprie preferenze. Sono cittadini – secondo Salvadori – che “comprano” ciò che loro piace. Il punto critico – precisa l’autore – riconduce al “modello americano” che deriva dal controllo reale che la plutocrazia riesce ad esercitare nella società. Tuttavia si può osservare che il decorso critico di quella società appare diverso da quello europeo.

Kevin Phillips ha saputo ben descrivere il rapporto tra ricchezza e democrazia oltre Oceano, dove la plutocrazia – lo rileva lo stesso Salvadori – non ha mai costituito un blocco politicamente unito ed omogeneo. In effetti – e ci avviamo verso la conclusione del libro – si sono affermati tipi di governo costituenti quella che Colin Crouch ha definito post-democrazia, con sempre maggiori poteri per le lobbies economiche.

Così siamo giunti allo “svuotamento” della democrazia che ha colto i nostri sistemi in crisi quando è sopraggiunta la crisi economica del 2008, che lascia – osserva Salvadori – la questione di fondo “aperta”, se si guarda, come egli fa, agli Usa di Obama. Ma a noi sembra che la rottura in corso è ben più profonda, mette in causa la stessa sopravvivenza della democrazia, minacciata – a noi sembra – sia dal terrorismo che dal potere dispotico delle minoranze governanti ma proprio l’operato di queste – aggiungiamo – alleva i germi del terrorismo. Non basta ormai limitarsi alle descrizioni o alle deprecazioni, la parola torna alla politica.