INFORMAZIONE
CULTURALE
Ottobre 2020



HOME PAGE

ARCHIVI RIVISTA

Articoli on-line 5450
Articoli visitati
4433038
Connessi 4

INDICE GENERALE
INDICE MENSILE
EDITORIALE
RUBRICHE
PASSATO E PRESENTE
EVENTI
ITINERARI E VIAGGI
PARERI LEGALI
COSTUME E SPETTACOLI
QUADRIFOGLIO
TERZA PAGINA
LETTURE CONSIGLIATE
CULTURA
SCIENZA E DINTORNI
FILATELIA
LIBRI RECENSITI
AUTORI
Argomenti

Monitorare l'attività del sito RSS 2.0
SITI AMICI

a cura di
Silvana Carletti (Dir.Resp.)
Carlo Vallauri
Giovanna D'Arbitrio
Odino Grubessi
Luciano De Vita (Editore)
On line copyright
2005-2018 by LDVRoma

Ultimo aggiornamento
26 ottobre 2020   e  



Sito realizzato con il sistema
di pubblicazione Spip
sotto licenza GPL

Il testimonio

Morti sul lavoro
venerdì 5 marzo 2010 di Michele Penza

Argomenti: Opinioni, riflessioni


Segnala l'articolo ad un amico

La verità assoluta forse appartiene a Dio, sicuramente non appartiene all’uomo. Nella sua mente il confine tra verità e menzogna è una linea di nebbia.

Non è detto che debba sempre essere un male.

L’amicizia, come del resto tutti i sentimenti umani, belli o brutti, si può manifestare in tanti modi, ma la sua forma di espressione più singolare che abbia riscontrato nella mia esperienza è stata senza ombra di dubbio quella offertami da Mauro. Tanto più gradita perché inaspettata in quanto perveniva proprio da Mauro, un compagno di lavoro che non era neppure tra gli amici più intimi, perché eravamo e siamo persone molto diverse pur essendoci fra noi sempre stata stima reciproca e istintiva simpatia che ha finito per coinvolgere anche le nostre famiglie.

Ci siamo trovati vicini nel lavoro professionale e nel sindacato. Più giovane di me di una decina d’anni, di formazione operaia, lui ha introitato naturalmente, respirandoli in casa sua, quei valori di gruppo e di solidarietà cui io sono arrivato faticosamente, per scelta, in età già adulta.

L’avventura che m’ha rivelato la concezione che Mauro ha dell’amicizia incominciò molto tempo fa, il giorno in cui un operaio, che stava ridipingendo la facciata del cortile nel grande fabbricato ministeriale ove entrambi lavoravamo, cadde dall’impalcatura e morì. L’impresa appaltatrice dei lavori di manutenzione, ben sapendo che le condizioni dei ponteggi erano semplicemente vergognose, volle cercare di sbrogliarsi dalle responsabilità negando persino che quel poveretto fosse un suo dipendente, e sostenne che si trattava di un tale al quale aveva subappaltato il lavoro di pittura, che stava quindi operando per conto proprio. Questo per non riconoscergli alcun diritto.

JPEG - 31.5 Kb
Obblicatorio non morire sul lavoro

Dopo l’incidente i ponteggi che al momento somigliavano a una lisca di pesce erano stati immediatamente messi in regola e, solo a quel punto, dopo due ore di lavoro febbrile, avevano fatto ingresso nel cortile i rappresentanti della pubblica sicurezza e dell’ispettorato del lavoro. E’ quasi sempre così ma nella fattispecie si era davvero esagerato e il ponteggio era diventato un vero e proprio bunker e veniva fatto di chiedersi come avrebbe potuto fare un aspirante suicida a trovare un varco per buttarsi di sotto da quella gabbia per canarini.

Una porcata che gridava vendetta al cospetto di Dio, così io l’ho vissuta, consumata sotto gli occhi di seicento persone che guardavano dalle finestre del cortile.

Un simile evento, che in realtà nei cantieri edilizi non è né raro né originale, per me allora era nuovo e riuscì a turbare in modo devastante la mia serenità. Ci pensavo sempre, non riuscivo a concentrarmi su altri problemi, di lavoro o miei personali. In breve mi resi conto che se non avessi fatto qualcosa per assumermi almeno quel frammento di responsabilità che comunque mi coinvolgeva in qualità di testimone, avrei perso la stima di me stesso.

Chiesi al sindacato il mandato di occuparmi della questione e partii pieno di buona volontà con tutte le iniziative del caso, e per prima cosa organizzai una raccolta di fondi per aiutare la famiglia dopo di che iniziai la ricerca di testimoni oculari dell’incidente. Nessuno si sorprenderà di sentire che delle centinaia di persone che avrebbero potuto farlo nessuno, tranne un vecchio elettricista amico mio con il quale stavo parlando al momento dell’incidente, si fece avanti. Per una ragione o per l’altra, ciascuno, più o meno velatamente faceva capire di non avere alcuna voglia di compromettersi con testimonianze.

JPEG - 38.1 Kb
Morti sul lavoro

Tenuto conto che, ove non fossero bastati la naturale pigrizia e l’egoismo delle persone, la nostra amministrazione, che avrebbe dovuto sorvegliare l’osservanza delle normative di sicurezza mediante l’assistente contrario ai lavori, e non l’aveva fatto, trovandosi in difficoltà mandava chiari segnali ai dipendenti che non avrebbe gradito iniziative individuali.

Maledicevo l’ignavia della gente, ma dovevo prendere atto che la necessità di scontrarsi con un fronte compatto di interessi opposti convergenti ai vari livelli rendeva le cose molto difficili e ti dava un senso deprimente di impotenza. Temetti di dover gettare la spugna ma fu Goffredo, l’amico elettricista, che aveva una lunga esperienza di lavoro in cantiere a darmi coraggio. La stavo prendendo male e non serviva a nulla nutrire e soprattutto mostrare malanimo verso gli avversari. Mi ricordò che non avevamo di fronte demoni infernali ma uomini normali perciò vulnerabili. - I padroni fanno sempre così - mi disse - e i cantieri sono tutti così. I ponteggi sono sempre insicuri e le cose vanno in questo modo perché l’ottemperare alle norme di sicurezza fa salire i costi. Si sceglie perciò coscientemente di correre un rischio che è messo nel conto: la pelle di un cristiano a fronte di un tot di denaro risparmiato.

Rimasi sconcertato. E allora che si fa?

- Dobbiamo trovare testimoni e dar battaglia sul nostro terreno, quello della legge. Sapevano di rischiare. Che paghino!

Per un certo tempo, che a me parve interminabile, la situazione restò bloccata a due sole adesioni una delle quali, la mia, poteva essere considerata di parte in quanto la mia iniziativa aveva l’avallo sindacale; un numero talmente esiguo, in un contesto di centinaia potenziali testimoni, da rendere minime le speranze di convincere il magistrato inquirente. Ero preoccupato.

Trascorsero così circa tre mesi dal fatto senza novità di rilievo quando improvvisamente fu Mauro che mi trasse d’impaccio perchè mi si presentò innanzi alla scrivania, afferrò una sedia e ci scaricò sopra di botto il suo quintale, poi sbuffò, mi guardò un attimo in viso e disse solo: - Segnami! Non stetti ad approfondire se agisse mosso da impulso spontaneo o trattavasi di decisione maturata dopo un sofferto travaglio spirituale. Mauro in effetti si presentava all’osservatore come elemento soggetto più a travagli digestivi che spirituali, ma il suo aspetto in verità non gli rendeva giustizia. La psiche di Mauro era caratterizzata dalla presenza di una specie di prostata mentale che consentiva il passaggio, faticoso, di una idea per volta. Una, ma chiara e distinta, e ricca di testosterone. Tra l’una e l’altra necessitava di un po’ di tempo per farle ben sedimentare ma raramente ho riscontrato in altri individui una elaborazione mentale sana e lineare come la sua

Funzionò come un segnale, e forse lo fu perché Mauro era anche il referente di una forza politica all’interno dell’ufficio, e servì da catalizzatore. Dopo di lui presero coraggio e si presentarono altri quattro volontari, e formammo così un gruppo di sette testimoni che si mise a disposizione dell’avvocato della famiglia del morto.

Per farla breve, al momento di deporre in istruttoria, il nostro gruppetto si presentò compatto e convincente. L’avvocato, quando poté prendere visione degli atti, si mostrò molto contento e mi disse - Siete stati tutti bravi, ma in particolare la tua deposizione e quella di Mauro li ha messi in mutande. Con queste carte in mano ho fiducia: ce la faremo!

Ebbe ragione. Quando, dopo la vittoria, brindammo tutti insieme al bar del tribunale, e c’era anche il nemico, l’imprenditore, che era venuto cavallerescamente a darci la mano, la vedova ci ringraziò commossa, ci abbracciò uno per uno e disse, tra l’altro:
- Grazie a Dio è andata bene, ma se quel giorno non ci fosse stati voi... La battuta di Mauro mi gelò la schiena: - Ma io veramente mica c’ero.
- Che cooosa?
- No. Quel giorno stavo a casa in malattia.
- Oh mio Dio! E che gli hai raccontato al giudice? - esplose l’avvocato, sbruffando l’aperitivo tutto intorno.
- Ho ascoltato lui per tre mesi. Ho ripetuto tutto quello che ho sentito dire da lui, ogni particolare, perché di lui mi fido! – rispose Mauro. E indicava me, col cucchiaino dello zucchero.-