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Mio padre


giovedì 5 marzo 2009 di Arturo Capasso

Argomenti: Ricordi


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Sguardo severo, gran lavoratore. Ripeteva spesso: non mettere nella bilancia della tua esistenza la riconoscenza altrui. E se qualche conoscente o illustre sconosciuto cadeva in disgrazia o passava qualche guaio, commentava: “quando io rido, tutti ridono con me, quando io piango, piango solo io”.

Non ebbi mai uno schiaffo. Ma neppure una carezza.

Lavorava moltissimo. A sera, quando tornava a casa, spesso metteva i piedi in una grossa terraglia con acqua bollente, riscaldata sul fornello a carbone.

E quando ci trasferimmo ed avevamo l’acqua calda dal rubinetto, il pediluvio lo faceva stando seduto a tavola. Dava un’occhiata al Corriere di Napoli, non riusciva neppure a ricomporre le pagine, le spostava e si addormentava sulla sedia, poggiando le braccia sul tavolo a mo’ di cuscino.

Capii. Allora capii che avrei dovuto fare sempre il mio dovere, senza vuoti pietismi. Il rigore sarebbe stato il mio modo di agire. Frequentai le medie ed il liceo senza neppure un giorno di festa o di filone. Ebbi risultati soddisfacenti. E poi mi buttai con l’entusiasmo del neofita nello studio di scienze politiche. La facoltà era stata appena varata, avevo infatti matricola 135. I corsi erano fra Giurisprudenza e Lettere. Ma io li volevo integrare, giacché i docenti si presentavano solo al momento degli esami. Una vera scollatura . Così andavo all’Istituto Orientale, ad Economia e Commercio, a Scienze Politiche a Roma. Ascoltavo, ascoltavo, prendevo appunti, cercavo di immagazzinare. Entro l’estate davo gli esami, andavo subito fuori per due tre mesi, tornavo e riprendevo con maggiore lena ed entusiasmo.

La sua passione erano le piante e il giardinaggio, che curava al mattino della domenica con il suo giardiniere, capace ed affettuoso.

Quando era fuori per affari e ci telefonava, il suo primo pensiero andava alle piante, raccomandando di non lasciarle senza acqua.

Aveva fiducia in me, mi dava grande libertà, mi faceva andare in tutti i posti d’Italia, d’Europa, del mondo. Sapeva che non mi sarei trovato in difficoltà o che, comunque, me la sarei sbrigata.

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Bombardamento
Napoli 4 agosto 1943

Un giorno la sirena che anticipava incursioni nemiche ci trovò impreparati a fuggire verso il ricovero. Forse gli aerei erano stati avvistati con ritardo. Fatto sta che ce li sentimmo passare sulla testa. Lui ci raccolse tutti nel corridoio, che sembrava più sicuro, spalancò le braccia e ci abbracciò tutti.

Ma ormai non potevamo più restare e andammo via dalla città. Rimase per un breve periodo solo lui. Stava appisolato sulla poltrona in camera da letto. Ancora le sirene. Decise di non muoversi e di continuare a dormire. Ebbe un sussulto improvviso, una spinta di suo fratello morto. Si alzò velocemente, andò al ricovero. Quando uscì, proprio quella camera con altre attigue fu attraversata da una bomba e crollò. Raccontò che il dolore nel vedere la sua casa distrutta fu enorme, come se fosse morto uno di famiglia. Ecco, in quel momento non gioì per lo scampato pericolo, ma soffrì per le sue pietre, crollate miseramente e tragicamente.

Anche lui andò via e ci raggiunse.

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Roccaraso
cartolina d’epoca

Da Roccaraso passammo a Sulmona. Lo ricordo sereno, con la giacca da camera, immerso nella lettura di classici che trovava nell’unica libreria del paese. I suoi preferiti erano i grossi volumi di Pirandello. Ma c’erano scrittori francesi, russi, tedeschi. Tutti a fargli buona compagnia.

Tornammo a fine guerra; i fratelli e i vecchi collaboratori si misero subito al suo fianco. Come ripartire da quel terribile collasso, con inflazione ed am lire?

Misero mano ad un “tesoretto”: due camere piene di tessuti conservati prima di chiudere il negozio. La vendita si sviluppò velocemente, prese dei contatti con la Città del Vaticano e ogni settimana arrivava un camion pieno di stoffe.

In modo parallelo iniziò la ricostruzione dell’ala di casa bombardata. Restavo ore ed ore fra muratori, pittori, decoratori, falegnami, idraulici, parquettisti. Un vero caleidoscopio di uomini laboriosi. Un bravo muratore non venne: era stato investito dal tram ed aveva perso una gamba. Si presentò dopo qualche mese con una grossa stampella. Che rabbia, tenerezza, dolore.

Proprio alla ripresa dell’attività mio fratello, che lavorava in ditta, fu colpito da una brutta malattia polmonare. Forse fu uno dei primi ad essere curato con la penicillina. Ma non bastò. Per anni fu un vero calvario. Mio padre era sempre con lui, quando venivano i vari luminari a visitarlo, quando andava in clinica per essere operato. Lo seguiva per giorni e giorni, specialmente durante uno dei più grossi interventi, presso la Clinica Margherita di Roma.

Era rispettato per il grande successo negli affari, amato perché aveva sempre una parola di conforto. Quando se ne andò, uno dei suoi amici, cliente affezionato, raccontò un episodio di qualche anno prima. Era passato a salutarlo di buon mattino. Ma sembrava preoccupato, e infatti lo era: si vendeva un appartamento attiguo al suo e si rodeva il fegato perché non aveva il danaro disponibile.. Il “commendatore”, come tutti chiamavano mio padre, gli disse di passare verso mezzogiorno. Diede disposizione di preparare il grosso assegno a nome dell’amico. Quando questi venne, glielo strinse fra le mani, senza aggiungere altro. Le riconoscenza di don Salvatore - questo era il suo nome - fu per tutta la vita.

Un giorno dovevo prendere l’aliscafo per andare a Capri. I posti erano già tutti occupati e l’imbarco passeggeri bloccato. L’armatore mi riconobbe, mi chiamò, mi ospitò nella cabina di comando. E durante il breve percorso mi disse: “chi può dimenticare il commendatore? Avevo bisogno di soldi, dovevo scontare delle cambiali e trovaio tutte le porte chiuse. Solo lui mi aiutò, senza prendere neppure una lira d’interesse”.

Mio padre. Volto severo, cuore grande, passione per il lavoro ed il giardino. La riconoscenza degli altri. Certo, non la mettiamo in conto. Ma qualche volta ci sta e chi è stato aiutato nel momento del bisogno ed ha una apertura mentale ampia, sente il dovere di gridare ai quattro venti come il commendatore gli abbia dato una mano.