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Stefano Angelucci Marino incontra un d’Annunzio molto diverso dalla “vulgata”.

Al Teatro Officina di San Leucio di Caserta prima nazionale de "L’infermo"
mercoledì 11 febbraio 2009 di Gianandrea de Antonellis

Argomenti: Letteratura e filosofia
Argomenti: Teatro


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Pallido, malaticcio, con addosso un cappotto ed un cappello di pelliccia (quanto ricorda un anziano Gabriele d’Annunzio in una famosa foto che lo ritrae a colloquio con Mussolini!). Giorgio Aurispa si compiace del proprio continuare a sopravvivere – anzi, verrebbe da rettificare – a sottovivere. «Ecco, io sono vivo, io respiro» continua ripetere, con una certa soddisfazione.

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Mussolini e D’Annunzio

La vicenda del protagonista del romanzo Trionfo della morte viene portato sulla scena da Stefano Angelucci Marino, che interpreta, firmando adattamento del testo e regia, stravolgendo la lettura classica che si fa dell’eroe d’annunziano. Il fiero aristocrate ammiratore del dispregiatore delle plebi (Nietzsche), l’esteta amante della dimenticata musica passata (Bach) e delle sperimentazioni dell’avvenire (Wagner) si riduce ad un essere non molto dissimile da quella borghesia che affetta di disprezzare.

Giorgio Aurispa, abruzzese trapiantato a Roma, “città dell’inerzia intellettuale”, in cui si muove a proprio, perfetto agio, una volta ritornato nella terra natia, speranzoso di ritemprarsi, si ritrova come un pesce fuor d’acqua: non riconosce più la propria madre, non è capace di affrontare il padre fedifrago, viene sconvolto dal tripudio della religiosità popolare. Forse solo la morte potrebbe redimerlo, ma Giorgio non ha il coraggio di affrontarla decisamente, come lo zio del quale si sente figlio spirituale.

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Angelucci Marino sulla scena

Il romanzo di d’Annunzio, dedicato a Michetti e scritto come una sfida impossibile a Wagner, opera d’arte totale che vorrebbe con il suono della lingua italiana gareggiare con le tele del pittore e l’orchestra del compositore, è solitamente letto in chiave eroica: di fronte al fallimento della propria esistenza, di fronte alla volgarità della donna amata (quanta distanza dalla pallida fanciulla idealizzata un anno prima!) l’unico rimedio è la fuga, la ricerca di una morte redentrice, il lanciarsi nell’abisso. «E precipitarono nella morte avvinti» è la chiusura del romanzo.

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Stefano Angelucci Marino_
foto Micchele

Il lavoro teatrale di Stefano Angelucci Marino va invece in un’altra dimensione: ci restituisce un Aurispa complessato, disgustato dalla propria famiglia, ma incapace di difendere la madre contro un marito indegno; dalla barbara passionalità propria terra abruzzese, come pure dall’ipocrisia romana, ma inetto a porsi su un piano superiore; lui, discendente di una famiglia il cui stemma campeggia, ormai solo muta pietra, sotto il portico della cattedrale di Guardiagrele, viene quasi sommerso dalla folla di mendicanti che si trascina al santuario di Casalbordino, dal quale Giorgio fugge perché non riesce a sopportare il contatto con il popolo che si sente invece portato a dominare.

Così la lettura delle pagine di Nietzsche lo esalta, ma egli non è capace di trarne utili insegnamenti: farfuglia su Zarathustra e sul superuomo, ma è ben lontano dall’essere superiore alla massa che disprezza; si immagina un novello Tristano, ma si sceglie per Isolda una femmina carnale e lussuriosa. Insomma, più Totò Merumeni che Sigfrido…

Pur attendendosi strettamente al testo dannunziano, Stefano Angelucci Marino lo rilegge in questa chiave di sconfitta, ma sconfitta non eroica. Solo su un simbolico divano (che è quello su cui si consuma la scena erotica finale, ma che ben rappresenta la tendenza all’inattività ed alla sostanziale pigrizia del personaggio, pronto più a sognare che a realizzare), il protagonista si agita e lancia proclami, senza concludere alcunché: sogna di salire su un biplano mettendosi il casco da aviatore ed arrampicandosi sullo schienale del divano, ma finisce in tal modo per somigliare più allo Snoopy di un immaginario duello aereo contro il Barone Rosso che al Vate del volo su Vienna…

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Alla fine del concitato ed affascinante monologo, che dura poco meno di un’ora, il debole Giorgio non viene pugnalato alle spalle dalla vita, come lo fu l’eroe nibelungico da Hagen: il finale de L’infermopropone invece una lettura ciclica del romanzo originale, un ricominciare senza che nessuna delle passate esperienze sia servita a crescere. Aurispa si ritrova al punto di partenza. «Ecco, io sono vivo, io respiro», ripete, questa volta quasi con rassegnazione. Il contrario di un superuomo.

E la morte trionfante? E l’abisso? Ed il suicidio a due precipitandosi abbracciati contro le rocce? Negli atti, nei gesti del protagonista non v’è nulla di eroico né di tragico: c’è solo la banalità del risveglio alla quotidianità – magari dopo uno scivolone di un paio di metri e qualche ammaccatura – con la consapevolezza che tutto è stato un sogno (il superominismo, la rigenerazione, l’aristocratismo, la morte redentrice) e che la realtà è fatta di debolezza, prima spirituale che fisica, di una sciarpa calda e di un cappotto che ripara, come il cappello di pelliccia, da intemperie atmosferiche e da temperie decadenti.