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UN’ORA AL GIORNO: APPUNTO DA INTITOLARE COSI’

di Andrea Forte & Vivi Lombroso
venerdì 3 dicembre 2021

Argomenti: Società


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Vorrei scrivere la storia di un bancario (oppure di un insegnante, insomma un impiegato dalla vita decorosa, abitudinaria e sciocca), che si ammala verso la fine della propria modesta carriera, alcuni anni prima di andare in pensione.

Data, comunque, una sua certa sensibilità d’animo e stante il fatto che le prolungate cure non sortiscono effetto, egli si rende conto del proprio stato e ne chiede conferma al radiologo. Questi, trovandosi di fronte una persona che conosce come calma e di buon senso, gli spiega il quadro clinico e quindi l’incurabilità del suo male.

Il protagonista pertanto riflette, e decide di continuare la propria vita come di consueto, come se la malattia non fosse sopravvenuta, senza comunicare niente ai famigliari, senza stabilire in sé e negli altri la psicosi della inevitabile fine. Egli non vuole essere un “morituro”… anche perché, come conclude nelle proprie riflessioni, entrare in questo ruolo scompiglierebbe la vita dei suoi familiari e quella parte che gli resta della vita.

Unico cambiamento che si concede, in una situazione che di fatto comunque egli sa essere sostanzialmente mutata, è quella di un’autoconcessione: un’ora al giorno nella quale poter vivere secondo criteri, desideri, programmi, accorgimenti sino ad allora rimandati e non presi sufficientemente in considerazione, pur sapendo intimamente che per un certo verso essi sarebbero più giusti e più veri di quelli che poi finiva per attuare.

(In pratica avviene un fatto molto semplice: il sapere di dover morire entro uno o due anni gli fa recuperare una sorta di libertà umana, che poi sarebbe quella con la quale avrebbe dovuto vivere abitualmente.

La morale è vecchia: vivi secondo te stesso. Il fatto è che il protagonista non fa stramberie, né cambia completamente la propria vita. La tesi del racconto è che sarebbe sufficiente… un’ora al giorno)

A questo punto avviene una serie di fatti, in parte “fortuiti” ed in parte da lui “determinati”, in base ai quali il personaggio scivola in una specie di doppia vita (non nel senso tipo romanzo giallo, ma nel senso che si vengono a formare situazioni concrete e più vere quando egli si concede la “sua” ora di libertà).

In quell’ora utilizza delle qualità trascurate, evidenzia aspetti della propri personalità sino ad allora inibiti, fa subito cose in passato rimandate per pigrizia, prende iniziative che prima riteneva “troppo” rischiose, cerca di approfondire problemi che gli sembravano insolubili etc.

Attraverso incontri, iniziative economiche, esperienze vissute, idee che gli vengono, scoperte di situazioni oltre le loro apparenze etc. il suo nuovo atteggiamento lo porta a costruire una situazione indiscutibilmente solida in senso sociale ed intimo. Si accorge che il problema è mantenere sistematicamente una coerenza logica in ciò che si fa. A questo punto la nuova situazione comincia a interferire, sbordare nella vecchia.

Naturalmente l’ambiente familiare e quello dove sin da giovanissimo ha scrupolosamente lavorato non riescono a comprendere questo cambiamento di situazione, anche perché l’uomo non è spettacolarmente mutato: cambiata è la sua presenza, il suo modo di porsi nelle situazioni.

C’è chi pensa ad una metamorfosi di qualche tipo magico, chi pensa che sia diventato “uomo di paglia” di qualche gruppo che non vuole comparire, chi pensa che si comporti così perché ricattato per qualche errore commesso (tutte ipotesi che però, in bene o in male, sminuiscono a lui il valore di quello che fa.) La vera protagonista del racconto deve risultare l’ora al giorno, non il personaggio. Egli, in fondo, subisce il potere di quell’ora al giorno vissuta con “esasperata coerenza”).

A questo punto posso chiudere il racconto in due modi. O la diagnosi del radiologo era giusta e allora dopo un paio di anni il personaggio muore (concetto del tipo: adesso so come avrei dovuto sempre vivere, se fossi sempre vissuto così forse non mi sarei neppure ammalato (vedi certe dichiarazioni strane di alcuni morent ed il potere taumaturgico del successo). Oppure la diagnosi era sbagliata e allora il personaggio prosegue a crescere per il resto naturale della vita, sul concetto del tipo “ho vissuto due volte” (e resta aperto il sospetto che il successo possa ammalare, ma possa anche guarire).

Ovviamente preferisco la seconda, anche se letterariamente è un po’ smielata e un po’ all’americana. Preferisco scriverle tutte e due così posso concedere al lettore la libertà di scegliere.