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Dal romanzo alla scena il Toto modo di Sciascia

IL POTERE CORROTTO E LA CRISI DI COSCIENZA

Il significato della recente rappresentazione è proprio nel ripercorrere un cammino che ha unito le persone rispetto a ben più grandi delitti nella torsione drammatica di un Italia sconvolt
giovedì 4 dicembre 2008 di Carlo Vallauri

Argomenti: Politica
Argomenti: Teatro


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Sin dall’inizio degli anni ’70 in una Italia democratica che si avviava alla sua maggior crisi vi erano due spiriti critici che mantenevano intatto il loro senso di osservazione sui fatti, Leonardo Sciascia e Pasolini. Da due punti geografici e mentali diversi, avvertivano la corruzione del Palazzo e gli intricati nodi nei quali si ingarbugliava la stessa vita quotidiana. Nei romanzi l’uno, con l’aggiunta delle famose note nel “Corriere” l’altro, entrambi denunciavano la confusione tra sacro e profano, tra azione politica e stringenti poteri occulti. Toto modo è stata per lo scrittore siciliano la testimonianza della impossibilità di sottrarsi a quel clima, a quelle compiacenze omertose. E allora quel suo scrivere per metafore poteva sembrare quasi un sottrarsi a responsabilità più alte, che aveva toccato direttamente nella sua breve e singolare esperienza parlamentare.

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Pier Paolo Pasolini

Eppure ritrovando adesso, a distanza di oltre 30 anni, sul palcoscenico gli “esercizi spirituali” di una casta politica strettamente concomitante agli ecclesiastici si ha la netta impressione di una intuizione, o meglio di una profezia avveratasi, come è confermato dagli scontri feroci di tutti contro tutti in quel chiuso modo di potere affaristico coperto da asserite più alte idealità. Quel che colpisce soprattutto è proprio il costante richiamo a valori assoluti, con cui i protagonisti degli eventi narrati si proteggono e si nascondono. Ecco perché la riproposizione di un testo ormai celebre nella forma teatrale creata da Matteo Collura, giornalista e scrittore di qualità, giunge opportuna per una riflessione che la compagnia EAR Theater di Messina ha saputo condurre con sottile introspezione nella versione scenica di Fabrizio Catalano Sciascia e di Maurizio Marchetti.

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Leonardo Sciascia

Il “professore” che si trova coinvolto nella vicenda in un misterioso monastero appare indagatore più perspicuo dello stesso Procuratore chiamato a svelare il mistero di un primo omicidio, al quale presto ne seguiranno altri due. Infatti egli non deve individuare responsabilità pratiche, giuridiche bensì valutare e cercare di comprendere quale sia la causa di quel “male” più alto dal quale derivano tanti effetti nefasti. Gli sarà di conforto ed aiuto la capacità intellettuale di Don Gaetano, il gestore insolito di quel misto di luogo da riposo e di luogo da preghiera divenuto infine luogo di incontro tra poteri inconfessati? La risposta è negativa perché lo stesso prelato cadrà per mano dell’omicida, a conclusione di un ciclo tragico che, avviato, non trova una sua fine. C’è in questa indeterminatezza, nella impossibilità di scoprire cosa c’è dietro quel silenzio una attenzione – religione e psicologia – di comprendere veramente quel che sta avvenendo, il quadro preciso di una società senza punti fermi e senza valori: è l’Italia che lo scrittore interpreta esattamente nei suoi risvolti più intimi e perversi. Nelle stesse parole dei protagonisti non appare la luce di una speranza, almeno di ”capire”. Ma un uomo come Sciascia non poteva inventare quel che non c’era attorno a lui, come a tutti noi. Gli anni successivi avrebbero dimostrato quanto di vero vi fosse in quella intuizione paurosa e straordinaria.

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Paolo Ferrari

Il significato della recente rappresentazione – accolto con calore dal pubblico del Quirino di Roma – è proprio nel ripercorrere con sobria asciuttezza un cammino che ha unito le persone evocate nell’immaginario racconto rispetto a ben più grandi delitti, nella torsione drammatica di un Italia sconvolta, ma desiderosa di liberarsi di tante disgrazie collettive.

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Giuseppe Pambieri

È una immagine amara ma veritiera delle esperienza di quegli anni. Alla piena riuscita dello spettacolo – anomalo sul piano della realtà italiana – ha contribuito una regia tesa ed una interpretazione mimata di due attori quali Paolo Ferrari e Giuseppe Pambieri che hanno dato ai due loro personaggi la compiutezza di una trasfigurazione artistica incisiva, pur nell’arduo incontro-scambio caratterizzante i loro dialoghi. Si sentiva gravare sull’intera vicenda quel che è realmente accaduto in Italia tra la pubblicazione di Toto modo nel ’74 e l’attuale messa in scena, di cui Maurizio Marchetti è stato al Quirino anche interprete insieme a Paola Lorenzoni. Scene di Francesco Scandale adatte all’austerità del luogo evocato.