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Rubrica: CULTURA


Satyricon - UN ROMANZO PICARESCO DEL PRIMO SECOLO

Inquadramento storico e commento bibliografico
martedì 2 dicembre 2008 di Mario Scognamiglio

Argomenti: Letteratura e filosofia


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II romanzo picaresco, uno dei generi narrativi più caratteristici della letteratura spagnola del XVI e XVII secolo, non è stato inventato a mio avviso né dall’ignoto autore del Lazzarillo de Tormes, né da Mateo Alemàn nel suo Guzman de Alfarache. Il « picaro », prodotto subumano di una società in degrado, attore e vittima di spietate ribalderie, astuto, pigro, sostanzialmente amorale, inguaribilmente misogino, è nato, in effetti, negli anni 60 del primo secolo, col Satyricon di Petronio Arbitro, uno fra i più straordinari componimenti letterari pervenutoci dall’antichità classica.

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Di questa importante opera, purtroppo, si conoscono soltanto pochi capitoli, estratti probabilmente dai Libri XV e XVI del romanzo [1]. Da questi frammenti non è possibile seguire la trama del racconto; tuttavia, i pochi brani superstiti, di eccezionale valore linguistico, ci consentono di identificare nel Satyricon uno dei più grandi capolavori della letteratura latina.

Il linguaggio, vivacissimo, colorito, costellato da inusitate e piacevoli espressioni gergali tipiche delle città portuali greche del golfo di Napoli, offre al lettore la straordinaria sensazione di rivivere la Campania Felix di duemila anni fa, sensuale, crapulona, ironica e disincantata. Questa sensazione si accentua particolarmente nella lettura del brano strutturalmente più completo del romanzo: La Cena di Trimalcione, dove ci si sente coinvolti, frammisti a un’incredibile masnada di avventurieri, cortigiani, liberti arricchiti, eunuchi, prostitute e letterati falliti, nel più mostruoso banchetto della storia della gastronomia.

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Nel corso di questo banchetto accade di tutto, le lodi si alternano agli insulti, il piacere alla noia, il riso al pianto, la scurrilità alla poesia. Emergono, fra una pietanza e l’altra, le contraddizioni di una società obsoleta, destinata allo sfascio. Encolpio, Gitone, Eumolpo, Ascilto, i frustrati « picari » protagonisti del romanzo, annegano nel Falerno e nei pregiati vini vesuviani la loro miseria fisica e morale, il loro materialismo osceno, la degradante viltà del loro impietoso mondo. Trimalcione, anfitrione, regista e primo attore della farsa conviviale, è un tipico rappresentante della corrotta e smidollata società romana dei tempi di Nerone.

Non pochi studiosi di Petronio lo identificano nello stesso Nerone. Il padrone di casa vuole stupire e abbagliare i suoi miserabili ospiti ostentando la sua magnificenza. Le portate si susseguono inesauribili, sempre più raffinate. Arriva, in un gigantesco vassoio, portato da quattro schiavi, un enorme cinghiale allo spiedo, farcito di pernici, sanguinacci e salsicce. La corte dei miracoli applaude freneticamente, e Trimalcione impera sull’orgia, si commuove, recita, canta.

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Fabio Sironi
Illustrazioni del volume CENA TRIMALCHIONIS

Sull’Autore del Satyricon ci è pervenuto soltanto un colorito ritratto abbozzato da Tacito nel sedicesimo libro degli Annali (XVII, XVIII, XIX) dove, parlando delle feroci « purghe » neroniane del 66 d.C, scrive quanto segue [2]: «In pochi giorni caddero uno dopo l’altro Anneo Mela, Ceriale Anicio, Rufrio Crispino e Petronio... Per quanto riguarda Petronio è opportuno fornire qualche notizia: la sua giornata era tutta un dormire; di notte attendeva alle necessità e alle piacevolezze della vita. Pervenuto con la ignavia a quella rinomanza che ad altri procura la fatica, egli non era ritenuto un crapulone e un dissipato come sono tanti consumatori delle proprie fortune, ma un voluttuoso raffinato; e gli atti e le parole sue quanto più mostravano di libertà e di abbandono, tanto più avevano gradevole apparenza di semplicità.

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Fabio Sironi
Illustrazioni del volume CENA TRIMALCHIONIS

Proconsole della Bitinia, e poi console diede prova di energia e di capacità. Quindi tornato a una vita che era e voleva apparire viziosa, accolto tra i pochi favori¬ti del principe, fu nella corte di Nerone l’arbitro del buon gusto, il regolatore di quel che fosse, in mezzo a tanta ricchezza, bello e delicato. E Tigel-Iino [3] lo odiò: poiché vide in lui il rivale, e un rivale più esperto nella stessa scienza delle voluttà. Egli eccita frattanto la libidine che aveva più forza nell’animo del principe: la crudeltà, e accusa Petronio di amicizia con Scevino [4]. Fu corrotto uno schiavo perché facesse da delatore: interdetta la difesa : tratta in catene la maggior parte della servitù [5].

L’imperatore era partito in quei giorni per la Campania, Petronio che era al suo seguito, ebbe a Cuma l’ordine di fermarsi. Ma egli non tollerò gli indugi del timore o della speranza, né d’altra parte volle una morte troppo precipitosa. Si incise le vene, che poi legò e di nuovo riaprì: e s’intrattenne con gli amici a parlare scherzosamente di cose né gravi né grandi che restassero a celebrazione della sua fermezza; né stette ad ascoltare sentenze di filosofi o precetti sull’anima immortale, ma canzoncine e facili versi.

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Fabio Sironi
Illustrazioni del volume CENA TRIMALCHIONIS

Volle banchettare e dormire, perché la morte, quantunque imposta, apparisse accidentale. Nei suoi codicilli non adulò Nerone o Tigellino, siccome i più dei morenti eran soliti fare’: ma nominando giovinastri e prostitute egli raccontò tutte le vergogne e le novità della sconcia libidine imperiale. Poi sigillò e mandò a Nerone: e ruppe l’anello che non servisse più tardi a fare delle vittime » [6].

Tacito non fa nessun accenno all’attività letteraria di Petronio, ma quando parla del contenuto dei « codicilli » che l’ex console invia prima di spirare a Nerone e a Tigellino, lascia supporre che non si trattasse di semplici e ingiuriose epistolae, ma di componimenti molto più lunghi e complessi che non possono essere stati improvvisati all’ultimo momento. Probabilmente Petronio inviò all’imperatore la stesura completa del Satyricon, che da tempo serbava in un cassetto, pregustando la sofferenza e l’ira dell’ignobile Cesare nel riconoscersi in tanti squallidi personaggi del racconto.

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Fabio Sironi
Illustrazioni del volume CENA TRIMALCHIONIS

L’intento principale che mi ero prefisso nel ricordare ai lettori questa splendida opera, era quella di proporre o riproporre una lettura di quel che resta del romanzo di Petronio Arbitro. Mi limito quindi, senza approfondire ulteriormente l’argomento a segnalare le più importanti edizioni antiche e moderne del Satyricon.

Le edizioni latine si contano a centinaia. Le prime, stampate a Milano (1482) e a Venezia (Bernardinus de Vitalibus, 1499) sono frammentarie e lacunose. Cito, fra le migliori, quella di Vienna (del Sambucus, 1564); l’ottima edizione di Jean de Tournes (Lione, 1575) e quella di Parigi (Pierre Pithou, 1577). Segnalo inoltre l’edizione del Fram-botto a Padova del 1664 che comprende per la prima volta tutta la Cena Trimalchionis. Importantissimo, infine, il testo critico di Franz Biicheler, pubblicato a Berlino nel 1862.

Fra le edizioni italiane meritano particolare menzione quella di Brescia, stampata dal Bettoni nel 1806, le varie ristampe della traduzione di Vincenzo Lancetti (1826, 1865, 1906); l’edizione del Formiggini del 1912 e l’ottima traduzione di Ugo Dottori; illustrata da Salvatore Fiume, pubblicata a Milano nel 1943.

P.S.

N.d.r.: le immagini sono di Fabio Sironi ed illustrano il volume CENA TRIMALCHIONIS di Titus Petronius Arbiter – Edizioni Rovello Milano.

Cliccare sulle immagini per ingrandirle.

[1] Si rileva dal Codice Traguriensis (Parisinus 7989) che annota testualmente: Petronii Arbitri Satyrifragmenta expliciunt ex libro quinto decimo et sexto decimo

[2] La traduzione del brano di Tacito è di Concetto Marchesi.

[3] OFONIO TIGELLINO, prefetto del Pretorio, anima nera e braccio destro di Nerone.

[4] FLAVIO SCEVINO, senatore. Aveva ordito con i Pisoni una congiura contro Nerone.

[5] Lo facevano per sottrarre i parenti a ulteriori vendette dell’imperatore e per salvare almeno in parte il patrimonio di famiglia

[6] Si tratta deli’anulus signatorius, il sigillo personale. Petronio lo distrusse per impedire che si falsificassero le sue missive.