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Il bianco e il nero

Delicati ricordi di viaggi giovanili
giovedì 13 novembre 2008 di Michele Penza

Argomenti: Ricordi


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Sono i colori che indicano una tecnica di stampa di pellicola cinematografica, ma possono anche esprimere il massimo contrasto cromatico che si possa ottenere, e simboleggiare contraddizioni violente, forti, come forti erano le emozioni suscitate in me dalla visione degli episodi settimo e ottavo della serie ‘Heimat’ (una ricostruzione cinematografica della storia tedesca dal 1919 alla riunificazione) cui assistevo l’altra sera.

Le scene del primo dei due episodi, quello dedicato all’amore dei soldati, pur così severe e contenute nelle effusioni e tuttavia cariche della consapevolezza di ciascuno dei protagonisti della assoluta fragilità della propria sorte nel quadro del dramma comune della guerra, ho trovato di una struggente bellezza. Anche l’altro episodio ho apprezzato nei riferimenti, non accentuati ma abbastanza espliciti, al clima di degrado e di umiliazioni che comporta per ogni paese la occupazione di truppe straniere. Una esperienza che ho vissuto.

Di quegli anni e di quei fatti ho una vivissima memoria e la proiezione di ‘Heimat’ me la ha risvegliata con forza ancora maggiore. Non poteva perciò non tornarmi alla mente un episodio che, al momento, ho vissuto non dico con innocenza, ma con spirito leggero, senza rendermi compiutamente conto delle implicazioni che comportava, ma per il quale non posso non provare oggi al ricordo un senso di amarezza e di vergogna non tanto per l’azione in se stessa, né buona né cattiva, quanto per le circostanze e il contesto in cui è stata compiuta.

Nella primavera del 1951 ho avuto l’occasione di fare un viaggio in Germania con alcuni amici di una associazione giovanile per stabilire contatti con giovani tedeschi, e mi trovavo appunto in Baviera a Würzburg, una città che era stata incendiata da uno spaventoso bombardamento appena pochi giorni prima di essere raggiunta dagli alleati, a guerra ormai vinta e praticamente conclusa.

Erano trascorsi cinque anni da quei fatti di cui restavano dappertutto segni evidenti ma si notava un grande fervore di ripresa. La vita e le attività dei cittadini si svolgevano per lo più in baracche di legno e per la via osservavo la presenza di un gran numero di donne in attività. Molte erano addette alla rimozione delle macerie e lavoravano alacremente armate di pala e di carriole, altre gironzolavano frettolosamente su e giù cercando di attirare l’attenzione dei militari americani. Questo non era uno spettacolo nuovo per me, che le stesse scene avevo visto a Roma e a Napoli, con la differenza che là vi si erano protratte per un certo tempo ma a quell’epoca ormai erano sparite con la partenza delle truppe di occupazione alleate.

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Würtzburg

A Würzburg invece, dove l’occupazione perdurava, quel clima di baldoria e di trasgressione era ancora presente e me ne lasciai coinvolgere. Gironzolavo da solo nei pressi del ponte dei Leoni quando mi colpì l’aspetto di una giovane donna bionda, diversa perché aveva un sorriso mite sul volto del tutto privo di quel trucco vistoso e volgare che le altre ostentavano, e anche perché vestiva completamente di nero dalla testa ai piedi. Una dark ‘ante litteram’.

Avevo solo 21 anni. Non voglio darmi una giustificazione, ma solo fornire un dato oggettivo. Al momento non ebbi esitazioni e non mi posi alcun problema, le domande e le considerazioni le feci dopo. Certo, non ho commesso un atto di violenza, quella donna mi si offriva liberamente con un sorriso invitante. Ma perché lo faceva?

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Era rimasta sola con due bambini e quell’abito nero non era un vezzo ma il lutto che ancora portava per il marito morto in Russia cinque anni prima. Devo dire come mi sentii quando mi resi conto che quelle calze nere sulla sua pelle bianca, che me la avevano resa così attraente, lei le indossava per rispetto al suo soldato morto? Un verme. Ebbi improvvisa la percezione di aver partecipato a un rito di devastazione di vite umane e di umiliazione di un paese, che a casa mia, vivendolo dall’altro lato, avevo sempre giudicato odioso e indegno.

Rimasi senza parole e non seppi dirle più nulla. Che potrei dire oggi ad Ilse se potessi rivederla, ammesso che viva ancora, come le auguro? Forse che non sono più un ragazzo di 21 anni, ne sono passati cinquantasette da quella sera, ma che ancora mi brucia il male che le ho fatto, e la pregherei anche di non annoverarmi fra coloro che nel violarla intendevano umiliarla e profittare di una situazione.

Le direi che di lei ho un dolce ricordo e che comunque ho sbagliato e le chiedo perdono.