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MOSTRA COLORI DEI ROMANI

alla Centrale Montemartini
mercoledì 28 aprile 2021 di Roberto Benatti

Argomenti: Mostre, musei, arch.


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Fino al 15 settembre 2021 per conoscere importanti mosaici provenienti dalle collezioni capitoline.

Il mosaico nasce prima di tutto con intenti pratici più che estetici: argilla smaltata o ciottoli venivano impiegati per rivestire e proteggere i muri o i pavimenti in terra battuta. Risalgono al 3000 a.C. le prime decorazioni a coni di argilla dalla base smaltata di diversi colori, impiegate dai Sumeri per proteggere la muratura in mattoni crudi.

Nel II millennio a.C., in area minoico-micenea, si iniziò ad usare, in alternativa all’uso dei tappeti, una pavimentazione a ciottoli che dava maggiore resistenza al calpestio e rendeva il pavimento stesso impermeabile.

A partire dal IV secolo a.C., vengono utilizzati cubetti di marmo, onice e pietre varie, che hanno maggiore precisione dei ciottoli, fino ad arrivare, nel III secolo a.C., all’introduzione di tessere tagliate.

Le prime testimonianze di un mosaico a tessere a Roma si datano attorno alla fine del III secolo a.C., per impermeabilizzare il pavimento di terra battuta. Successivamente, con l’espansione in Grecia e in Egitto, si svilupperà un’ attenzione per la ricerca estetica e la raffinatezza delle composizioni.

Inizialmente le maestranze provenivano dalla Grecia e portavano con sé tecniche di lavorazione e soggetti dal repertorio musivo ellenistico, ma il mosaico romano diventerà poi indipendente, diffondendosi in tutto l’Impero: si preferiscono temi figurativi per lo più stereotipati, ma soprattutto motivi geometrici, arabeschi e vegetazione stilizzata.

“I pavimenti ebbero origine in Grecia e furono abbelliti con arte analoga alla pittura”, con queste parole Plinio il Vecchio, la più importante fonte letteraria sull’argomento, attribuisce ai Greci l’origine del pavimento decorato. Per quanto riguarda invece il termine “mosaico”, la sua origine resta incerta: l’uso della parola in epoca classica è ignoto, compare nella letteratura latina solo in epoca tarda. Una delle ipotesi è che il termine derivi dall’aggettivo musivum, “opera degna delle muse”, con riferimento alle decorazioni applicate nelle grotte dedicate alle muse e alle ninfe, dalle quali avrebbe avuto origine la tecnica del mosaico.

La selezione delle opere in mostra costituisce una preziosa sintesi del grande patrimonio decorativo dell’arte romana, che dal più semplice decoro alla più complessa narrazione trova nei mosaici di Roma l’espressione più alta e raffinata di capacità tecnica e ispirazione artistica. Un’ispirazione artistica che cerca attraverso un’opera musiva di lasciare ai posteri un insegnamento prezioso per la vita.

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Particolare mosaico

Il mosaico parietale fu un’invenzione romana, l’origine del mosaico verticale su parete deriva dall’usanza di decorare con conchiglie, pomice, concrezioni marine, scaglie di marmo e pezzi di vetro grotte e ninfei delle ville e dei giardini della tarda età repubblicana.

Gli elementi decorativi di questi ambienti, dedicati a ninfe e muse, erano messi in risalto dalla presenza dell’acqua che creava effetti di grande suggestione, esaltando colori e trasparenze dei materiali.

Intorno alla metà del I secolo a.C., questo tipo di decorazione si avvale dell’impiego di tessere vitree, dando luogo alla nascita dell’opus musivum vero e proprio. Nella decorazione parietale la materia prevalente è il vetro e il blu egiziano. Completavano la decorazione pomici dalla superficie ruvida e dai bordi frastagliati e conchiglie, quasi esclusivamente gusci del cardium edule e del murex brandaris (murice spinoso).

Tra il II e il I secolo a. C. le guerre di espansione di Roma verso la Grecia e l’Oriente portarono la società romana a confrontarsi con nuove tradizioni artistiche e culturali. Fu così che le consuetudini tradizionalmente austere dei Romani furono profondamente modificate attraverso l’introduzione del lusso, che cominciò a essere ostentato dalle classi più ricche come espressione del potere personale.

L’architettura domestica, simbolo della condizione sociale del proprietario, si modificò attraverso l’ampiamento degli ambienti di rappresentanza; si moltiplicarono i porticati e i peristili attorno a giardini decorati da fontane e sculture. Architetti, scultori e pittori greci arrivarono a Roma per soddisfare le richieste di coloro che volevano ricreare all’interno della propria abitazione uno stile di vita “alla greca”. Intere pareti venivano decorate con affreschi dalla straordinaria ricchezza cromatica che raffiguravano con libertà compositiva fantastiche architetture; mosaici e marmi policromi rivestivano i pavimenti delle abitazioni come dei veri e propri tappeti di pietra.

La mostra Colori dei Romani presenta al pubblico una ricca selezione di mosaici, capolavori delle collezioni capitoline poco conosciuti al grande pubblico: un evento importante per raccontare, attraverso la trama colorata di queste opere, brani di storia della città di Roma, illustrando nel modo più completo i contesti originari di ritrovamento.

Accanto ai mosaici sono esposti anche gli affreschi e le sculture che insieme a essi costituivano l’arredo degli edifici di provenienza; questa presentazione d’insieme consente di interpretare le scelte iconografiche, i motivi decorativi, l’aspetto formale delle opere come espressione del gusto e delle esigenze dei committenti, offrendo così un significativo spaccato della società romana in un ampio periodo compreso tra il I secolo a.C. e il IV d.C.

La ricca e preziosa documentazione d’archivio, messa a corredo delle opere esposte, illustra i rinvenimenti con foto storiche, acquarelli e disegni, testimonianze che aiutano a raccontare il clima e le circostanze che determinarono queste scoperte: le trasformazioni urbanistiche e il fervore edilizio che caratterizzarono la storia di Roma tra gli ultimi decenni dell’800 e i primi decenni del secolo scorso, quando, parallelamente al progressivo ampliamento della città per far fronte alla sua nuova funzione di capitale d’Italia, fu scritta una delle più “fortunate” pagine dell’archeologia romana.

Alcuni dei mosaici esposti alla Centrale Montemartini sono stati presentati nel 2019 in una mostra di grande successo allestita in tre sedi dell’area geografica balcanica: la prima e la seconda dal titolo “Visioni colorate dell’antica Roma. Mosaici dai Musei Capitolini” nel National Archaeological Institute with Museum at the Bulgarian Academy of Sciences a Sofia (16 maggio-3 agosto 2019) e nella Galleria Nazionale dell’Armenia a Jerevan (9 agosto-29 settembre 2019), la terza dal titolo “Antica Roma a colori. Mosaici dai Musei Capitolini” nel Museo della Georgia Simon Janashia di Tbilisi (10 ottobre-10 dicembre 2019).

L’esposizione si articola in quattro sezioni tematiche, all’interno delle quali il percorso segue un ordine cronologico.

Nella prima sezione introduce alla storia dell’arte del mosaico. Le opere scelte rappresentano tutte le tipologie dei pavimenti e delle decorazioni musive parietali, consentendo di illustrare attraverso le tecniche, i materiali, i colori, i motivi decorativi, l’evoluzione stilistica e la trasformazione dell’arte musiva nel corso del tempo. Dal più semplice decoro alla più complessa narrazione, i mosaici esposti sono l’espressione più alta e raffinata di capacità tecnica e di ispirazione artistica.

La seconda sezione, contraddistinta dal colore verde, presenta i mosaici provenienti dalle dimore di lusso, che a partire dall’età repubblicana caratterizzavano alcuni settori della città antica. Il percorso segue un criterio cronologico, passando dagli esemplari più antichi – come il grande mosaico policromo a cassettoni, scoperto presso la Villa Casali al Celio – a quelli via via più recenti, fino ad arrivare al IV secolo d.C., epoca alla quale appartiene il mosaico con busto di stagione, forse parte dell’ornamento pavimentale di un edificio che ricadeva nella proprietà dell’imperatore Gallieno.

Fa da quinta scenografica a questa sezione lo straordinario mosaico parietale con la scena della partenza di una nave dal porto, preziosissimo ornamento della domus di Claudius Claudianus, una ricca dimora che sorgeva sul Quirinale nella seconda metà del II secolo d.C. La ricchezza della casa era ostentata con preziose sculture e sontuosi oggetti di arredo, che sono stati per la prima volta presentati in questa mostra a testimonianza del prestigio sociale, del gusto abitativo e dell’esigenza di autorappresentazione del proprietario.

Nella terza sezione si narra di spazi sacri come la Basilica Hilariana, sede del collegio dei sacerdoti addetti al culto di Cibele e Attis, è l’esempio emblematico di un apparato decorativo in cui tutti gli elementi dell’arredo concorrono alla narrazione del contesto e della sua funzione. I primi resti archeologici della Basilica Hilariana vennero alla luce tra il 1889 e 1890 durante gli scavi per la costruzione dell’ospedale militare del Celio. L’edificio aveva incredibilmente preservato in situ un insieme di reperti significativi per l’identificazione stessa del monumento, tra i quali due mosaici straordinariamente conservati, esposti nella sezione.

Manius Poblicius Hilarus era il ricco mercante di perle che sostenne gli oneri finanziari per la costruzione della basilica che da lui prese il nome; sulla soglia dell’edificio l’iscrizione a mosaico recitava: “A chi entra qui, e alla Basilica Hilariana, siano gli dèi propizi”. Conosciamo anche il volto del generoso benefattore: si conservano, infatti, il suo ritratto e la base della sua statua, posta all’ingresso dell’edificio, che al momento della straordinaria scoperta fu accuratamente documentato con tavole acquarellate, anch’esse esposte in mostra con tutti gli elementi dell’apparato decorativo scultoreo e musivo.

Nella quarta sezione si mostrano I mosaici degli edifici funerari nelle necropoli del suburbio di Roma.

Nel repertorio sepolcrale la decorazione – che si tratti di temi figurati, di motivi ornamentali o di soggetti mitologici – è volta sempre a esaltare le qualità del defunto e a rievocare i valori collettivi fondamentali della società romana.

Nei contesti funerari i motivi decorativi e le raffigurazioni sono sempre da interpretare in chiave simbolico - escatologica, in relazione al tema della morte: il repertorio delle immagini circolava attraverso campionari che costituivano un’offerta di base da parte delle botteghe; redazioni più particolari dei soggetti e dei motivi decorativi potevano scaturire dalle esigenze e dal gusto del committente oppure essere riviste e adattate dagli artigiani che eseguivano il lavoro.

Nel repertorio figurativo sepolcrale i temi mitologici miravano a esaltare le qualità del defunto o della defunta, rievocate dall’eroe del mito, valori collettivi fondamentali della società romana; le vicende narrate producevano inoltre un effetto consolatorio attraverso l’assimilazione della sorte dell’eroe con quella del defunto.

Anche singoli motivi decorativi, vegetali o animali, estrapolati da più ampi contesti narrativi, avevano un valore simbolico immediatamente compreso dall’osservatore antico. Semplici ghirlande di fiori e frutti, così frequenti nel repertorio funerario, al di là del loro valore ornamentale, alludevano alle offerte vegetali con le quali nelle ricorrenze dedicate ai defunti venivano ornati i sepolcri e in tal modo associavano il defunto stesso al fiorire della natura e alla ciclicità delle stagioni della vita, come esplicitano le personificazioni della primavera, dell’estate, dell’autunno e dell’inverno, ciascuna con gli attributi caratteristici.

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Pavone

Con i suoi colori vivaci, il mosaico ottagonale con pavoni è un esempio emblematico di un motivo decorativo carico di significati escatologici e salvifici: il pavone, uccello sacro a Dioniso, perdendo ogni anno la coda e rimettendola in primavera con lo sbocciare dei fiori, allude alla rigenerazione oltre la morte. I documenti di archivio messi a corredo dell’esposizione mostrano il contesto di rinvenimento: il mosaico costituiva la parte centrale del pavimento di una ricca tomba di famiglia situata lungo la via Appia.

Per informazioni sugli ingressi e acquisto biglietti obbligatorio per il fine settimana

www.museiincomuneroma.it.