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Il sogno di Federico

Un commovente racconto e.. pieno di speranza
mercoledì 15 ottobre 2008 di Michele Penza

Argomenti: Ricordi
Argomenti: Racconti, Romanzi


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Non me ne perdevo una delle conferenze di Altiero Spinelli a Porta Pinciana in quegli anni ‘50, ma la lezione più alta sull’Europa, indimenticabile, quella che ha posto il seme ed ha fatto di me un convinto federalista, l’avevo già avuta molto tempo prima in famiglia da Federico, un uomo comune, come ce ne sono milioni.

E’ una storia di tanto tempo fa ma che vale la pena di ricordare quella di Federico e

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Ruggero II

Ruggero. Erano coetanei, ragazzi del ’96. Cugini ma anche grandi amici, cresciuti insieme in un paese del profondo sud condividendo ogni cosa, perfino la sorte comune di una infanzia segnata dalla morte del padre. Non proprio fame quindi, ma cinghia tirata! In piedi all’alba per la corriera, poi in treno per Barletta dov’erano le scuole, un boccone in piedi fra una lezione e l’altra poi una corsa di nuovo alla stazione. Di sera a casa e dopo cena stiracchiavano un paio d’ore di studio con la lucerna a olio. Vacanze e tempo libero in campagna a dare una mano: era questa la vita. A diciotto anni strapparono a fatica la licenza tecnica, una specie di diploma professionale di oggi.

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Federico II

Neanche il tempo di rifiatare e di guardarsi intorno per un lavoro che nel ‘14 scoppia il finimondo e, dopo un tira e molla da batticuore, l’anno appresso l’Italia ci si ficca dentro fino al collo. A nemmeno vent’anni perciò dopo un sommario addestramento Federico si ritrovò in fanteria, sbattuto in zona di operazioni, e Ruggero, geniere, fu spedito sul Monte Grappa a costruire fortificazioni. Fu un rapido saluto alla stazione di Verona: ‘Ciao caro, un abbraccio. Stammi bene e che Dio ci aiuti!

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La grande guerra

E per quella volta l’auspicio ha funzionato perché Iddio, o chi per lui, malgrado il gran da fare che poteva avere deve essersi segnato i nomi sul taccuino. Quando poterono raccontarsela era già il ‘19. Ruggero in verità non aveva molto da dire: per due anni aveva fatto vita da talpa, un lavoraccio da cani, tutto il giorno a scavar fori nella roccia per collocarvi cariche di dinamite da far esplodere, e poi bisognava portar fuori i detriti e farli rotolare giù dalla montagna.

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La grande guerra

Il racconto di Federico invece era molto più interessante. Me ne accennò casualmente circa una ventina d’anni dopo proprio Ruggero, che era mio padre, e ne fui così colpito che appena se ne presentò l’occasione chiesi io stesso a Federico, mio zio, di ripeterlo a me ed ai suoi figli che lo riascoltavano volentieri. Tornava di attualità l’argomento perché si era nel ‘39 e il barometro di nuovo segnava tempesta.

Per quanto possa ricordare oggi il nostro colloquio fu all’incirca questo: “Quando fui preso dagli austriaci vi assicuro che passai il momento peggiore di cui io abbia memoria. Sono eterni quegli attimi in cui sei sotto mira di qualcuno che ha ancora paura di te, col dito che gli balla sul grilletto per cui ti può sparare se solo crede che lo guardi storto. Alla concitazione della cattura segue poi una fase di avvilimento e di umiliazioni che vorresti solo dimenticare; ci volle comunque tempo prima di poter riprendere il filo di qualcosa che somigliasse a un minimo di normalità, in cui ci fosse la possibilità di bere acqua pulita invece che neve sciolta, di mangiare qualcosa di caldo ogni tanto, di svolgere le funzioni naturali come gli esseri umani e non come animali, in pubblico e all’aperto.

Come Iddio volle passò pure quel momento e per un po’ mi tennero in un piccolo lager nelle retrovie, meno male che durò poco perché vi si faceva la fame. Non era nemmeno il caso di lamentarsi perché era chiaro che non ne avevano neppure per loro. La fortuna fu che in Austria c’era gran bisogno di braccia. Tutto il lavoro ricadeva su donne e vecchi perché gli uomini validi dovevano alimentare tre fronti, quello italiano, quello balcanico e quello russo. I prigionieri perciò venivano utilizzati e io fui assegnato a una fattoria in Carinzia e ci rimasi per quasi un paio d’anni. Aiutavo una coppia di anziani contadini a coltivare segale, patate, orzo e un discreto orto. Gente di pochissime parole, che i primi tempi nemmeno mi guardavano in faccia. Io allora non capivo una parola e loro mi comandavano a gesti, secchi e autoritari. Che gente selvatica, pensavo, sono proprio crucchi! Poi, pian piano, con l’apprendere i rudimenti della lingua li cominciai a capire. E incominciai pure a rendermi conto: a parte l’indole e il resto, avevano perso in Bosnia l’unico loro figlio.

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Paesaggio di Carinzia

Per loro ero un nemico, non potevano aver voglia di farmi le coccole, c’era un muro invalicabile fra di noi! Le cose rimasero così un bel po’, poi cominciarono, molto lentamente, a cambiare. Quanto? Ve la faccio breve: da principio la padrona quando la sera mi chiamava al pasto, quasi sempre kartoffeln, ossia patate, sbatteva con rabbia un cucchiaio sulla padella, come su un tamburo. Verso la fine, ormai ne comprendevo abbastanza il dialetto, mi chiamava a voce: “Vieni Fritz, avrai fame.

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Contadini nei campi

Io lavoravo e non facevo storie, per me la guerra era finita, di spari e di puzza di trincea ne avevo fin qua. Molto meglio lo stallatico. Mai avevo apprezzato così il fuoco del camino, e il cane che abbaiava alle galline per me era musica di Mozart.

La guerra finì per tutti e venne un giorno il gendarme a dire di presentarmi in caserma per il rimpatrio. Hans, il padrone, mi chiamò in casa e mi trasmise formalmente l’ordine ma appena quello fu uscito il suo atteggiamento cambiò. Chiamò la moglie e fece cenno di sedermi al tavolo. Mi aspettavo un addio, ma mai ciò che mi disse. ‘Tu lo sai Fritz, che la guerra ci ha portato via Lothar, quel figlio che era tutta la nostra vita. Iddio che lo ha permesso ne saprà anche il perché, del resto è lui che dà ed è lui che toglie e noi ci dobbiamo rassegnare. Ma poi sei venuto tu, e può darsi che questo sia un segno della sua volontà. Tu sei un buon ragazzo, ci siamo abituati a te e ti vogliamo bene. Anche la terra ha bisogno di un uomo, e se tu vuoi restare con noi potrai prendere il posto di quel figlio che abbiamo perso. Non ci sono parenti e ciò che abbiamo un giorno sarà tuo. Pensaci e decidi con calma.

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Coppia di contadini
Austria 1920

“Non ci si crede! Ma come, nemmeno ti guardavano in faccia! E tu che rispondesti?” “Lì per lì nulla, che vuoi, ero sbalordito, senza parole! Sì, avevo fiutato un cambiamento da parte loro, ma chi poteva immaginare una proposta del genere. Ventidue anni, sai, poca esperienza e poi venivo da un mondo diverso, quello nostro, che i suoi sentimenti li urla. D’improvviso mi si è aperto davanti un altro universo, di sentimenti forti e dolorosi ma controllati, espressi appena con quelle parole secche che servono, e con un viso di pietra. La donna sembrava impassibile ma stava a occhi chiusi come chi attende la sentenza. Ora le vedevo nella sua giusta luce, era una povera madre addolorata ma io ne avevo un’altra che m’aspettava a casa, e il mio affetto per lei non mi consentiva altre esitazioni. Glielo dissi e quelli non batterono ciglio. Annuirono col capo, come per dire che in fondo era giusto così, che comprendevano. Lei taceva sempre, lui disse solo: ‘Addio Fritz, buona fortuna!

Perché, vedete, i crucchi sono fatti così, parlano poco! Sembrano sempre arrabbiati ma quello è il loro modo d’affrontare la gioia e il dolore. Prima di conoscerli neanche io li amavo, poi c’è mancato poco che diventassi uno di loro!” “Ma tu solo per quella ragione hai rinunciato?” “Sì, solo per quello, te lo giuro. Se no sarei rimasto, come altri nelle mie condizioni hanno fatto. E perché no? Lì c’erano benessere e pace, dopo venti anni di vita schifosa più uno di trincea.” “Ma come fa uno che è italiano a cambiare così, diventare austriaco dall’oggi al domani?” “Questo puoi chiederlo a chi scrive i trattati di pace! Io ti dico solo che dopo aver fatto ciò che dovevo per il mio paese, perché io ho combattuto, non te lo scordare, avrei gradito una vita migliore. Fritz o Federico sarei rimasto sempre la stessa persona, in fondo là mi accettavano per come sono.

Ma tu, lo sai cos’è che io sogno qualche volta? Lo vuoi sapere? Sogno di starmene a bere in pace una birra con quel povero ragazzo, sì con Lothar, che conosco da sempre perché è mio fratello, mentre Hans ed Ilse ci guardano contenti e mia madre gira le castagne a una a una sul braciere. Sì, hai capito bene, proprio così, una sola famiglia!” “Sì, ma dove? Qua o là?” “Già, dove? E’ ancora un problema.

In un posto che non sia né Puglia né Carinzia. Magari, chi lo sa, che un giorno quel posto non possa chiamarsi Europa!”-