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NAUFRAGIO A BORDO

di Andrea Forte e Vivi Lombroso
venerdì 15 gennaio 2021

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Questa storia cominciò il giorno in cui decisi di fare una crociera nel Pacifico… la solita crociera, direte voi. Ebbene sì, la solita crociera: però questa, il suo piccolo imprevisto l’ha avuto, reale.

Per farla breve, prenotai, firmai, pagai e partii. Ci rimasi subito male: la stupenda motonave del dépliant era un modesto ed obsoleto piroscafo, tinto e ritinto da falso lusso, di quella roba che piace alle persone di buon gusto.

Per farla ancora più breve, dopo una settimana di navigazione, quando cominciavo a rimpiangere i miei libri, le telefonate alle mie amiche… ebbene accadde. Venne su un tornado e facemmo naufragio. La faccenda andò grosso modo nei seguenti termini: cominciai a sentirmi male, arrivò il tornado e mi ritrovai in un canotto con tre persone, non ho capito come e perché. Le tre persone erano un marinaio, un signore attempato, ed un tizio più o meno della mia età.

Dopo qualche ora morì il signore attempato. Con mio grande orrore, l’altro passeggero frugò nelle tasche, ne trattenne il fazzoletto e l’orologio con catena, rimise dentro documenti e soldi, e gettò il cadavere in mare. Dunque non era un ladro. Ma perché ?

Dopo parecchie ore morì il marinaio. Cerimoniale: il tizio trattenne fazzoletto e coltello, rimise documenti e soldi, e gettò il cadavere in mare.

Sopraggiunse la notte. Molta sete, un po’ di fame ma, soprattutto paura. Andavamo alla deriva, come si suol dire. La prossima sarò io, penso. Quando sento prossima la fine, proprio come nei romanzi, quasi due giorni dopo avvistammo terra. Allora quello, comincia a “remare” protendendosi fuori dal bordo con le mani nel tentativo di agevolare la corrente che sospinge il canotto verso terra.

Sia pure con lentezza esasperante, approdiamo a terra che si rivela un isolotto. È un piccolo paradiso: c’è acqua dolce, frutta; se commestibile non lo sappiamo. Comunque, sento subito tornarmi le forze. Non c’è gente, ma fa caldo. Naturalmente… arrivano le mestruazioni, mi pare logico. Bisogna essere donna per sapere che non ti vengono quando ti servirebbero, e compaiono quando non vorresti. Quando l’altro passeggero torna al bagnasciuga, lava e sbatte i due fazzoletti “rapinati” ai morti e me li porge.

Mi nascondo in un cespuglio ed improvviso tamponcini.

Dal cespuglio lo guardo. È molto gracile di corpo, però ha un viso molto bello; è bruttino, direi, salvo il viso che ha dell’angelico. E’ proprio il contrario di me: io sono brutta di viso, ma ho un corpo molto bello.

Passano i giorni. Andiamo avanti a frutta e acqua. Come i fazzoletti, anche il coltello si è svelato una gran risorsa. Abbiamo potuto fare una tettoia, scodelle coi gusci, insomma un sacco di cose. Sono passate le mestruazioni, sento l’ovulazione in arrivo. Ci stiamo divertendo un sacco, devo dire. Ogni tanto mi guarda assorto. Passiamo lunghe ore a chiacchierare. Lui mi racconta della sua infanzia, dei suoi sogni, dell’affetto pietoso ma “casto” da parte delle compagne. Mi confida il suo perverso destino, quello di suscitare grandi innamoramenti grazie al suo bellissimo viso, ma che poi restano per lo più mentali per colpa del suo gracile corpo.

Io gli racconto della mia infanzia, i miei sogni, le proposte oscene degli uomini… Insomma ci dicemmo tutto. Parlammo della vita e della morte, ci scambiammo le nostre idee circa il proseguimento del viaggio dopo questa fase sull’ isola ed erano molto simili.

Cominciammo ad innamorarci reciprocamente, non per come eravamo, ma per chi eravamo. Parlammo a lungo, persino di cosa pensavamo durante le ì masturbazioni… questo per dire a quale grado di purezza e intimità eravamo arrivati. Considerammo che, se anche non ci avessero trovati, potevamo vivere felicemente un po’ di tempo e poi morire insieme per proseguire uniti un viaggio di crescita spirituale.

Ci dichiarammo il nostro amore.

Ci eravamo trovati, e la “prigionia” sull’isoletta ci aveva in un certo senso “costretti” ad abituarci reciprocamente.

E fu allora che accadde. Da lontanissimo sentimmo la sirena di una motovedetta della Polizia, in avvicinamento. Come ci spiegarono poi, subito dopo il tifone erano cominciate le ricerche dei superstiti. Eravamo tutti felici ed emozionati, anche le guardie, devo dire. Ci portarono velocemente a bordo di una nave militare, ci dettero due cabine, le docce, un medico, cibi cotti e vitamine.

La mattina dopo, vedo che lui mi guarda con perplessità. Il mio brutto viso so che mi tradisce, sento che sto mandando un’espressione di diffidenza. Gli leggo negli occhi che… teme che io possa approfittare delle sue confidenze, e del resto io stessa penso che potrebbe, una volta a terra, prendermi in giro, vendere la storia ai giornalisti. D’altro canto, lo stesso potrei fare io nei suoi confronti, ed è lecito che lui lo pensi.

Sento che lentamente ma inarrestabilmente stiamo diventando estranei, stiamo tornando civili. La vita funziona ala rovescia. Il naufragio è stato risalire a bordo, anche se questa può sembrare una battuta romantica. In ogni caso la crociera è finita.

Tutto qui.