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Rubrica: CULTURA


Alcune considerazioni sull’esistenza di Dio

Ma tu ci credi?

Tutto quel che credo oggi è che non devo mai ignorare quella piccola luce che intravedo nel fondo della mia mente, sia umanità o divinità, dove sono scritte talune regole, il rispetto delle quali mi possa conferire quel minimo di coerenza e di serenità di cui ho un bisogno forte e insopprimibile per vivere e morire in pace con me stesso.
lunedì 1 settembre 2008 di Michele Penza

Argomenti: Letteratura e filosofia
Argomenti: Ricordi


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Per lungo tempo, anche perché vivevo in un clima di condizionamento ideologico, il solo accennare a certi temi mi ha dato un senso di fastidio ma ora sempre più spesso, man mano che avanziamo nell’età, qualche amico di quelli con cui si può parlare di tutto mi chiede: ma tu ci credi in Dio? Domanda da molti milioni di euro e, fondamentalmente, domanda alla quale non è possibile, almeno per me, dare una risposta definitiva per cui ritengo utile fare ogni tanto il punto della situazione.

Quantunque l’esperienza di vita quotidiana non ci induca al credere, ma piuttosto al suo contrario, ritengo riduttivo e fuorviante il limitarsi a fare un giro d’orizzonte, in pratica a dare un’occhiata al telegiornale e alle cronache per trarne considerazioni ovvie e banali che suggerirebbero non quella bensì altre domande, del tipo: ma di che parliamo, ma chi è questo Dio, ma dove sta di casa?

Sembra invece essere questo uno di quei problemi esistenziali complessi che non possono essere risolti da me, e che non possono accontentarsi di una risposta secca, unica e risolutiva. Chiedere aiuto agli altri, ricercare certezze all’infuori di noi neppure mi sembra ci possa aiutare un gran che, perché sebbene non manchino sedicenti esperti in materia temo che questo non sia tempo di profeti. Probabilmente è più utile seguire il processo inverso, ossia cominciare con lo scavare dentro noi stessi. Concordo perciò con chi afferma essere miglior cosa per l’uomo il conservarsi fedele ai suoi demoni, piuttosto che andarne alla ricerca di nuovi e sconosciuti.

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S. Trinità di Saccargia
Sardegna

Nel merito ritengo che in realtà esistano talune persone, che non so se debbano chiamarsi privilegiate, che avvertono una presenza dominante nella loro anima, e trovo giusto che costoro credano in lei e la assecondino in quelle che avvertono come sue ispirazioni. Altri però, e ritengo siano la maggioranza, non avvertono nulla del genere e penso che sia perfettamente inutile che costoro credano in Dio perché difficilmente potrebbero fruire dei suoi doni, che riesco a immaginare unicamente come gratificanti per lo spirito e solo a quello attinenti. Non penso a un Dio che ci guarisca dal tumore, perché non posso pensare a un Dio che ce l’abbia fatto venire. Il Dio che opera come ufficio assistenziale non mi convince e nemmeno vedo che in realtà funzioni. La risposta è quindi subordinata per me a una analisi rigorosa della propria coscienza tenendo conto però che parliamo di materia in continuo divenire, e che in corso d’opera le voci di dentro possono anche cambiare una, due, tante volte a seconda delle esperienze soggettive, degli schiaffi che la vita ci dà, dei solchi che gli eventi lasciano nel nostro spirito, o possono cambiare semplicemente perché noi stessi cambiamo con gli anni, indipendentemente da fattori esterni.

La domanda giusta da porre forse non è quella se dobbiamo o no credere ma piuttosto se siamo leali con noi stessi. Iddio c’è? Può essere sì o no la risposta corretta per ciascuno di noi, solo noi possiamo saperlo. Nessuno pensi però di eludere il problema all’infinito ignorandolo, anche perché vi sono connesse numerose implicazioni di carattere pratico, come scegliere se e come sposarsi, se battezzare i figli, che tipo di onoranze offrire ai defunti, e so che in taluni paesi d’Europa l’aderire a una chiesa comporta addirittura il pagamento di una tassa. Talvolta poi le nostre scelte riguardano altri, figli, genitori, familiari, il che ci impone serietà di riflessione ancora maggiore, e comunque arriva per tutti prima o poi il momento di porsi il problema con rigore per darci una risposta che, qualunque sia, ci ponga in pace con noi stessi. La peggiore delle risposte è quella di non darsene mai alcuna, facendo di ciò stesso una posizione di comodo che non risolve nulla..

Dalla necessità di una introspezione scevra di pregiudizi nasce anche il rispetto per la posizione degli altri. Per non parlare della stupidità criminale di chi ha preteso di tagliare la gola agli infedeli o di bruciare gli eretici, mi appare prevaricatrice anche la pretesa di chi sbandiera ostentatamente la propria fede e pretende di propinarla agli altri come uno sciroppo per la tosse, e puerile la faciloneria del missionario che vuol battezzare tutti i negretti che incontra per salvar loro l’anima, così come è rozza la presunzione di colui che considera ogni credente una specie di subnormale che si pasce di idiozie. Non può essere questo il metro di valutazione, si tratta di ben altro, di acquisire la consapevolezza che per ogni persona, pervenuta alla sua maturità, l’affrontare con onestà intellettuale il problema del divino, comunque lo risolva, significhi liberare una spinta alla sua crescita interiore, tonificare la sua capacità di introspezione e manifestare l’aspirazione a finalizzare la propria esistenza attribuendole una ragion d’essere più nobile.

Sono forse, queste di cui parliamo, le motivazioni profonde della nostra umanità: l’uomo è tale non perché crede o non crede ma perché si pone dei problemi. Ce lo dice Cartesio, uno che amava ragionare. C’è anche un altro aspetto della questione che è d’importanza non secondaria. Ha un rilievo il possedere una fede o una credenza, comunque la si voglia definire, che sia fine a se stessa, che sia priva di un coinvolgimento etico, dalla quale non debbano poi scaturire un agire, una linea di comportamento ad essa coerenti? La logica suggerirebbe di no, sul piano teorico e ancor più su quello pratico. Proviamo allora a capovolgere i termini del problema: può avere senso invece un comportamento non orientato secondo un canone morale dichiarato o teorizzato ma ben delineato da fatti concreti? Io credo di sì. Sarà un po’ debole e contraddittoria sul piano della logica ma su quello delle relazioni umane questa posizione conserva tutta la sua validità: meglio una bussola cieca della quale si distingua solo l’ago e non il quadrante che nessuna bussola. Chiedetelo a chi naviga. Casi del genere non sono per niente rari e ognuno forse potrebbe recarne testimonianza. Anche trascurando quegli esempi famosi di taluni personaggi di Tolstoi o di Dostoievski che si proclamano atei ma, in realtà, sembrano assordati dalla voce di Dio che grida nelle loro coscienze, che forse abbiamo incontrato solo nei libri, appartiene alla comune esperienza quotidiana la possibilità di trovare ovunque, specie nei ceti più umili, intendo meno acculturati, persone disposte a condividere la sofferenza altrui, a donare qualcosa di sè agli altri senza saperne bene il perché, solo per l’oscura percezione che sia giusto così, che così vada fatto per conservare l’equilibrio della propria coscienza.

Questa constatazione mi sembra importante perché forse contiene un elemento che mi può fornire una chiave del problema che ha originato questa riflessione. Ecco, forse è proprio questa la mia religione! Siamo partiti da una domanda troppo schematica e posta in modo un po’ brutale: ma c’è un Dio? Ebbene, la risposta che oggi riesco a darle è questa: Non lo so, e neanche me ne importa più. Penso però che forse sarebbe meglio in ogni caso il provare a comportarci come se qualcosa del genere ci fosse!

Tutto quel che credo oggi è che non devo mai ignorare né lasciare che si spenga quella piccola luce che intravedo nel fondo della mia mente, così lontana da non consentirmi di leggere se il suo nome sia umanità o divinità, ma forte abbastanza da illuminare una tavola su cui stanno scritte talune regole il rispetto delle quali mi possa conferire quel minimo di coerenza e di serenità di cui ho un bisogno forte e insopprimibile per vivere e morire in pace con me stesso.