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Breve storia del futuro (Fazi editore, Roma, 2007)

UN FUTURO GRAVIDO DI CONFLITTI MA ANCHE DI BENESSERE E CREATIVITA’

L’ottimismo di Attali
lunedì 1 settembre 2008 di Carlo Vallauri

Argomenti: Mondo
Autore del Libro : Jacques Attali


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Leggendo Breve storia del futuro di Jacques Attali (Fazi editore, Roma, 2007) certamente si trova una rapida e succinta ma correttissima, nella sua sinteticità, storia del capitalismo che precede i capitoli riguardanti la nostra imminente, prossima età.

Il mercato segna i suoi trionfi ma, dando vita al superimpero, tende ad un iperconflitto dal quale rischia di precipitare in una serie di barbarie progressive. Provvisorio, come tutti gli altri predecessori, il dominio dell’impero americano, ne avrà – secondo l’autore – solo per pochi decenni. Ma contaminandosi iperconflitto ed iperdemocrazia potrà instaurarsi una forma superiore di organizzazione dell’umanità, nella libertà.

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Jacques Attali

Francamente non condivido né il catastrofismo né tanto meno l’avvento di una società dell’abbondanza e gratuità per tutti. Tra assurde ipotesi di ciò che non è avvenuto (pensate ad es. cosa sarebbe accaduto se il Giappone anziché attaccare gli Stati Uniti a Pearl Harbour avesse attaccato l’Urss) e previsioni sugli sconvolgimenti demografici futuri, il lettore si trova di fronte ad una illimitata fiducia nel primato della libertà, nel cui ambito potranno svilupparsi mercato e democrazia. Suggestiva appare la descrizione dei progressi compiuti nell’età del capitalismo, l’azione pensante dell’homo habilis e il controllo della violenza, pure dispiegatasi con tanto devastante impeto, il passaggio dall’ideale greco sino all’Ordine mercantile e all’uso della forza, le conquiste tecnologiche tra fine Ottocento e primo Novecento che hanno posto le basi dell’attuale società: attraverso lo Sputnik e il computer si è perfezionato il modo di vivere e di produrre, anche se le imprese americane sono cadute sotto una pioggia di debiti.

Lo scenario descritto vede l’evoluzione di Cina ed India quali veicoli di progrediente connessione internazionale: la dematerializzazione delle informazioni ne renderà più facile l’utilizzo da parte di una popolazione caratterizzata sempre più dall’ubiquità nomade. Sono prevedibili altresì penurie insopportabili di mezzi materiali e si determineranno nuovi rapporti commerciali in un mondo policentrico. Ed Attali ritiene che islam, induismo e confucianesimo non si opporranno alla democrazia. Tuttavia l’ipersorveglianza verso la quale stiamo camminando con passi da gigante non spaventa l’autore, che confida in una più profonda rivoluzione consistente nella privatizzazione di tutte le imprese e di tutti i servizi, compresa la polizia. Saranno le macchine, la tolleranza e le trasformazioni a consentire la decostruzione degli Stati. Padroni dell’impero – soggiunge – saranno gli ipernomadi che, attraverso una selezione molto competitiva, daranno vita ad una nuova classe creativa, una iperclasse destinata a comandare. Una specie di “giganti della montagna” – osserviamo – immaginati da un artista come Pirandello.

Il mercato senza Stato dunque, ma eserciti privati e corsari prevarranno mentre sempre più forte sarà la collera dei laici che si confronteranno con i credenti mentre più forte sarà il movimento islamico che tenderà a ricostituire il califfato (il precedente aveva sede nel Mediterraneo e, tutto sommato, era meglio dei regimi che gli sono succeduti). La corsa dissennata all’armamento prepara l’iperconflitto e nuove guerre preventive. Il rischio di tale prospettiva spingerà la democrazia a trovare la capacità di sconfiggere i privati per insidiare un governo parlamentare in grado di limitare i poteri del mercato? L’iper-ottimismo di Attali a noi sembra pericoloso, anche se non possiamo escludere l’arrivo di “superumani”, la cui conquista maggiore sarà, secondo l’autore, l’accesso al “bene tempo” frutto dell’intelligenza universale. E Attali, nell’edizione italiana, non rinuncia a intravedere per l’Italia una stagione da grande potenza, non solo un serbatoio culturale: invita pertanto gli italiani a valorizzare di più la propria posizione geografica. Egli sembra confidare in noi, più di noi stessi.