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Una valigia fuori legge

Era un uomo grande e grosso, era l’unico tra tutti i ferrovieri che prendesse in mano l’abbonamento per verificarne la scadenza.
lunedì 23 giugno 2008 di Alberto Marcialis

Argomenti: Ricordi
Argomenti: Racconti, Romanzi


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In questi racconti di viaggio deve esser per forza ricordato un episodio senza dubbio bizzarro ed un poco inusitato che mi è capitato tanti, tanti anni fa, nel 1948 se non ricordo troppo male.

Mi ero iscritto all’Università di Cagliari nella Facoltà di Medicina e anche se la premura di mio Padre aveva provveduto a procurarmi una stanza a Cagliari che mi consentisse di frequentare le lezioni con tutta la comodità possibile, preferivo servirmi dell’abbonamento ferroviario che sempre mio Padre mi aveva acquistato con altrettanta premura, per fare il pendolare tra Oristano e Cagliari.

Le lezioni iniziavano tutte alle 8 o alle 8, 30 e dovevo per forza prendere un treno che mi consentisse di essere presente a quell’ora; e poiché il “diretto” delle 8 arrivava alle 9,15, ero costretto a servimi di un accelerato che partiva da Oristano alla 4,50 per arrivare-in orario- alle 7,10. In realtà, per un motivo o per l’altro si giungeva a Cagliari alle 7,30 e finanche alle 7,45, comunque in tempo per presenziare alle lezioni.

Cercavo poi di tornare nel primo pomeriggio per vedere la ragazza, stare con gli amici, frequentare cioè ogni giorno un ambiente cui mi ero affezionato e nel quale mi trovavo a mio agio.

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Locomotiva 740

Questa decisione di fare il “pendolare”ha davvero determinato uno dei periodi “eroici” della mia vita: ”eroico” per la scelta di fare il pendolare, ”eroico “ per la fatica quotidiana, “eroico” per la volontà di affrontare un disagio notevole pur di poter tornare a casa ogni giorno.

Un periodo importante, quindi-ma allora non lo sapevo-che non dimenticherò sin che campo e che con gli anni è diventato un ricordo molto caro, circondato da un manto di inevitabile romanticheria.

Mi alzavo tutti i giorni alle 4 e dopo una toilette frettolosa ma adeguata uscivo di casa alle 4,30; passavo fischiando sotto le finestre della ragazza che profittava della sveglia fischiaiola per alzarsi e mettersi a studiare. Mi incamminavo quindi verso la stazione.

Non esistevano servizi di autobus e mi facevo tutta la strada a piedi, anche con la pioggia, per circa 2 kilometri in assoluta scioltezza senza mai recriminare e senza rimpianti per soluzioni più comode. Insomma, quasi una passeggiata, anche se si svolgeva prevalentemente durante la stagione meno favorevole; una passeggiata compiuta in tranquillità, sicuro di non perdere il treno ed assaporando in anticipo la calma e sonnolenta atmosfera del vagone, l’arrivo a Cagliari, la mattinata trascorsa con i colleghi con i quali iniziavo a prendere confidenza.

E poi il ritorno a casa, sempre lieto ed atteso e vissuto con gioia. Unico neo in quelle mattinate che cominciavano davvero per tempo, le lezioni, noiose e prive di qualsiasi interesse, specialmente al primo anno di corso. Ma anche nei successivi, tranne rare eccezioni, tanto da convincermi allora, e convinto lo sono ancora, che avrei potuto studiare da solo a casa con lo stesso risultato in temini di rendimento, di acquisizioni e di evoluzione culturale.

Queste esperienze negative hanno certamente inciso sulla mia concezione della funzione dell’insegnamento per cui ho cercato di dare ai miei allievi ben più di quanto abbia ricevuto.

Il ricordo di quella passeggiata alla stazione mi è-lo ripeto-molto caro, tanto che rientrato definitivamente a Oristano dopo tanti anni, ho provato a ripercorrere a piedi quella strada-magari in ore un poco più comode-cercando di rivivere lo spirito e le sensazioni di allora, senza un grande frutto ma con molto divertimento.

A quell’ora (le 4,50) la stazione era molto buia e ben poco frequentata: su un binario secondario si intravvedeva il treno già pronto, circondato dalle nuvole di vapore del riscaldamento delle vetture, causate da vistose perdite dai tubi fradici, visto che si trattava di materiale vecchissimo con almeno 40 anni di servizio sulle spalle; materiale ben adatto ad un accelerato scalcagnato come quello che mi apprestavo a prendere e non dimentichiamo che eravamo in Sardegna e nel 1948.

Prima di salire e di cercarmi un buon posto-al finestrino-vado a controllare che tipo di macchina hanno destinato a questo rottame: la speranza che abbiano messo una locomotiva più moderna è sempre vana, perchè vedo la solita 740 del 1911 destinata in origine ai merci ma diventata tutto fare a seguito della distruzione di locomotive provocata dalla guerra. Poco male e nulla di nuovo che renda più viva la curiosità del viaggio.

Apro la portiera, entro nel vagone quasi vuoto, mi scelgo un posto che mi vada bene e mi sistemo ad arte il cappotto e la sciarpa di lana intorno al collo. Non c’è freddo(il riscaldamento a vapore non è perfetto ma in qualche modo funziona) ed il sedile è abbastanza soffice anche se la stoffa consunta e finanche strappata in vari punti fa pensare a tempi migliori.

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Honoré Daumier
Viaggio in 3° classe

Il treno parte, di solito con un brusco strattone che mal depone per la capacità di guida del macchinista e si avvia con una velocità moderata che manterrà sino alla prossima stazione(e che volete che faccia quella vecchissima 740?), per sostare poi in tutte sia per rispettare l’orario ma soprattutto per incrociare i treni che viaggiano nella direzione opposta, visto che la linea è a binario unico.

Ad ogni stazione salgono molti viaggiatori così che il vagone si riempie progressivamente, tutti con bagagli vistosi ed oggi certamente inusuali ed impensabili: predominano enormi valige di cartone legate a spago, ma non mancano bidoncini di olio, qualche più grande bidone di latte, pacchi di varia misura, cesti contenenti verdure ed uova.

Tutto questo sembra molto strano ai nostri giorni ma allora il treno, sia pure mal ridotto come quello di cui stiamo parlando, costituiva l’unico mezzo di trasporto relativamente veloce che consentiva di spostarsi da un paese all’altro trasportando qualche carico per piccoli commerci.

Un signore vestito di quel tessuto che in Sardegna da tempo immemorabile si chiama”vellutino”, con molti sforzi e dopo alcuni tentativi riesce ad issare sulla reticella portabagagli posta immediatamente sopra la mia testa una enorme valigia di cartone sempre rinforzata con lo spago e quindi esce dallo scompartimento per chiaccherare nel corridoio affollato.

Cerco di appisolarmi sfruttando l’alzata precoce, il rumore ritmico della macchina, l’impatto cadenzato delle ruote sulle giunzioni dei binari, ma so già che non ci riuscirò, perchè mi interessa molto il viaggio-anche se l’ho fatto tante altre volte- ed il controllo della velocità del convoglio eseguito calcolando ad ogni stazione l’ora di arrivo e di partenza ed il tempo impiegato per percorrere un kilometro da un paletto all’altro(quando naturalmente riesco a vederli).

In queste condizioni, che si ripeteranno da allora in ogni viaggio in treno, è effettivamente difficile appisolarsi ma ogni percorso assume l’aspetto di un impegno; di un impegno reale che per le persone normali diventerebbe a lungo andare intollerabile ma che per me costituisce sempre un motivo di distrazione.

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Capotreno del 1940

Quella mattina era di servizio un capotreno estremamente attento che passava da un vagone all’altro alla ricerca di poveretti senza biglietto, altri poveretti con bagagli che superavano le misure ammesse dai vigenti regolamenti, con una perenne aria ed un baldanzoso atteggiamento da inquisitore, anzi di persecutore, scelto per combattere e punire gli abusivi, anche quelli che viaggiavano con l’abbonamento scaduto.

Infatti era l’unico tra tutti i ferrovieri che prendesse in mano l’abbonamento per verificarne la scadenza. Era un uomo grande e grosso con un vistoso lipoma sulla nuca ed un berretto a tre strisce d’oro che testimoniavano il suo grado ed il suo potere assoluto sui viaggiatori.

Probabilmente la sua attività inquisitoria e persecutoria era l’unico elemento di affermazione della sua personalità e l’unico momento di distrazione in una vita fatta di percorsi in treno sempre uguali e ripetuti all’infinito.

Questo esercizio di controllo e di verifica non era difficile e portava quasi sempre a qualche risultato, magari con la scoperta di un incauto che sostava in 2° con un biglietto di 3°, come capitava facilmente a contadini spesso analfabeti e comunque non esperti in differenziazione di classi, di tariffe etc.

La scoperta di una posizione irregolare costituiva il giusto premio per lo zelo costante del nostro funzionario e forse un motivo di appagamento personale.

Sta di fatto che nulla gli sfuggiva: entrato nel mio scompartimento, visti i biglietti ed esaminato con cura il mio abbonamento, volgendo lo sguardo in alto e rivolgendosi a me: ”Lo sa che questa valigia supera le dimensioni dei bagagli che si possono portare in treno?” “Lei crede?”rispondo io, al che il Nostro”Adesso glielo dimostro” e fa seguire alle parole i fatti prendendo di tasca un metro a nastro con cui misura la valigia dopo essersi inerpicato sul sedile.

Alla fine di un’operazione abbastanza complessa che comprende la misurazione di altezza, larghezza e profondità di quella povera cosa legata a spago, scende dal sedile e con un’intima soddisfazione che non cerca di celare, mi conferma: ”Glielo avevo detto, questa valigia passa le misure!” e quindi tira fuori un blocchetto ed una matita-naturalmente copiativa- e si mette a fare certi calcoli, per annunziarmi alla fine, soddisfatto e trionfante. ”Lei deve pagare 20 lire di sopratassa!”. Al che io”Non credo” “Come, non crede? Il regolamento parla chiaro “ e mi cita a memoria l’articolo che regola il trasporto del bagagli in treno.

La situazione sta diventando grottesca, il gallonato continua a strepitare sui miei doveri di pagare l’ammenda ed io continuo a mantenermi sul diniego. Dopo qualche minuto di discussione, arriviamo alla svolta finale: ”Ma perchè non vuol pagare?” “Perché la valigia non è mia” e questa affermazione viene pronunciata tra le risate degli altri viaggiatori dello scompartimento.

Il capotreno gallonato mi guarda sbalordito; non ha la reazione che mi attendevo ma gira di spalle ed esce senza una parola e neppure un borbottio.

Intanto stiamo arrivando a Cagliari e mi preparo a scendere, senza curarmi di quella valigia di misure proibite ma pur sempre misera:il proprietario avrà provveduto a recuperarla guardandosi intorno per evitare lo zelo di quel capotreno.