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SEGRETI MOSAICI.

FAVOLA
venerdì 4 ottobre 2019 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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La Tradizione vuole che l’Arciprofeta fosse balbuziente. Per chi non lo ricordasse, diremo che praticamente Arciprofeta vale come sinonimo di Mosè. Per chi non lo sapesse, ricorderemo che però esiste una tradizione nella Tradizione… laddove se la Tradizione è occulta (e quindi nota a pochi eletti), figurarsi che cosa è la tradizione: praticamente non la sa nessuno. Ma questo in realtà non costituisce un impedimento grave.

La Tradizione occulta dice dunque che Mosè fosse balbuziente; quella superocculta dice invece che era un trucco. Del resto che Mosè fosse un “trucchista” qualcuno lo pensa; alcuni glielo hanno pure detto, altri glielo hanno scritto. La stragrande maggioranza però se ne lava prudentemente le mani.

Ma non è questo il punto. Il punto è per quale motivo l’Arciprofeta simulasse di essere balbuziente. Non si tratta di un mistero: la realtà è molto semplice, ma per capirla bisogna risalire ai primordi.

La faccenda in pratica risulta questa: Jahvè di fatto era un dio molto antico, e per quanto fosse molto a posto – bisogna capire – col passare di tanti millenni si era un po’ assordato Orbene, come tutti quelli un po’ sordi, che strillano, anche lui tendeva alquanto ad urlare.

Il fatto è che, essendo lui divino e Mosè umano, praticamente quando Quello strillava, questo poveretto non ci capiva niente. Ad onor del vero, bisogna dire che Mosè per molti anni tentò di spiegargli tale inconveniente… ma più tentava di farglielo capire, e più Quello alzava il tono –secondo lui – per spiegarsi meglio, peggiorando ulteriormente la situazione.

Ad un certo punto, Mosè ci rinunciò, pensando che il Grande Vecchio – oltre che un po’ sordastro – fosse anche un po’… e questo non fa certo onore all’Arciprofeta (però a sua discolpa bisogna dire che all’epoca egli non era ancora Maestro, e certe cose non le aveva capite… ma, comunque di Jahvè certe cose non si devono neppure pensare).

Rimane il fatto che Mosè in realtà non ci aveva capito niente di quello che Jahvè volesse, di come andassero organizzate le cose e di cosa bisognasse dire alla gente. Ad intuito si era fatta una vaga idea del problema, e su quella genericamente si regolava, il più delle volte – stringi stringi – semplicemente improvvisando al momento.

Aveva sì il fortissimo sospetto che non la imbroccasse mai, perché Quello ogni due minuti si metteva ad urlare, ma d’altro canto, non c’era verso di fargli capire che doveva parlare più piano, se voleva essere inteso. Questa era la situazione di fondo.

Orbene, la cosa successe proprio agli inizi. La prima volta che un discepolo andò da Mosè e gli fece una domanda (naturalmente risolutiva, profonda intelligente, quali sono le domande dei discepoli, sempre), Mosè che – non dimentichiamolo – non ci capiva niente (e non capiva neppure che ci stesse a fare lì), ebbene, ovviamente, non sapeva che cosa rispondere.

Come spesso accade quando non si sa che dire, viene fuori un balbettare. Il discepolo (che doveva essere in realtà un Maestro camuffato da cretino) spalancò gli occhi, interpretò come profondamente simbolici quei mozziconi di parole, peritò che Mosè stava mutando il “campo” del contatto fra loro, valutò quindi come stranamente esoterica la risposta imminente. Mosè lo capì. D’altro canto tale situazione gli dette alcuni momenti durante i quali – riflettendo spasmodicamente – accroccò una banale risposta.

E il discepolo se ne andò felice e soddisfatto a diffondere l’evento. Mosè si rese conto di quello che era successo e ci restò male, perché in fondo era un onesto uomo. Sapeva di non aver risposto; d’altro canto non poteva escludere di avere per sbaglio dato una risposta giusta, oppure non poteva escludere che Jahvè avesse risposto per bocca sua… non per niente la risposta era proprio lo stile di Jahvè, salvo qualche tono sotto. Il fatto è che continuò così.

Sempre ad onor del vero, bisogna dire che ad un certo punto cominciò a capirci qualche cosa, e quindi cominciò onestamente a cercare di dare qualche risposta un po’ più chiara. Ma si accorse di essere molto lento: non riusciva a dare risposte veloci per come erano veloci le domande.

Era costretto a balbettare per guadagnare quei pochi secondi fra una parola e l’altra allo scopo di riflettere spasmodicamente su cosa rispondere. E con questo innocente espediente si barcamenava, e restò a galla fra diecimila impicci, e insomma, la sfangò

P:S. – Quella malalingua di Shatan sostiene che Mosè ad un certo punto non fosse più capace di parlare chiaro e normale. “A furia di fingere d’esser balbuziente, lo divenne” ha dichiarato più volte il Re dei Demoni. E come prova a sostegno di ciò egli adduce il fatto che Mosè – non riuscendo alla fine ad essere chiaro neppure con se stesso – quando stava solo, stava zitto.

Questo invece non prova proprio niente, ma Shatan – si sa – parla solo per invidia.