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FAVOLA DELL’ANIMALE UMANO E DELL’ESSERE UMANO

FAVOLA
sabato 13 luglio 2019 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Era un’animale, oh sì, un animale era, ma strano. Strano perché si interessava agli altri animali oltre quelli della propria specie, e come se ciò non bastasse, si interessava altresì alle piante, tutte le piante, ed ai minerali, naturalmente tutti. Passando gli anni accumulò saggezza. La sua specie era già longeva di per sé, ma quell’esemplare sconfinò anche dalla vita media che gli era propria e continuava a vivere, e continuava ad accumulare saggezza.

Così divenne famoso fra tutti i viventi. Ed il tanto sapere di ogni animale vegetale minerale gli consentiva di schivare ogni guaio, mantenersi bene, procurarsi le situazioni e le sostanze giuste in dosi giuste per essere sempre più longevo. Continuava a vivere e continuava ad accumulare saggezza, finché finì col sapere come accadesse qualunque cosa, finì col sapere praticamente tutto. C’era qualche inconveniente a tale situazione, e non solo per il saggio…

Gli animali continuamene andavano da lui chiedendo consigli, soluzioni e favori. D’altro canto non si poteva parlargli un attimo, magari di una banalità, che ti asfissiava con una sequenza di dati in merito a quanto avevi nominato, per una inezia che fosse. Comunque tutto procedeva come sempre, e niente riusciva più ad incuriosire e sorprendere il vecchio animale più che saggio.

Ma un bel pomeriggio qualcosa accadde finalmente d’inconsueto. Andando a bere in un laghetto, si vide riflesso nell’acqua: tante volte gli era capitato, ovviamente, mentre il suo pensiero non poteva fare a meno di ripetersi come fosse fatta l’acqua, e l’aria, e la suzione, ed i microrganismi in sospensione, e lui tutto, tutto quello che lo circondava o lo riempiva… Ma quella volta fu diverso. Sembrò che il tempo si fermasse e lo spazio perdesse di significato. E la sua immagine guardandolo ad un certo punto non seguì più le sue espressioni, ma fissandolo in fondo agli occhi mosse le labbra e gli chiese… così, semplicemente… “perché “.

Il saggio animale che sapeva di tutto, ogni come di qualunque cosa, a sentirsi chiedere per la prima volta il più reale perché a monte di ogni come… si sentì morire. E di fatto morì. La testa gli cadde nell’acqua, e spirò. Morendo, si sentì cadere in un pozzo fondo e profondo e continuava a cadere. Passò tanto tempo che si rese conto come stesse piano piano dimenticando quello che sapeva. Finché non seppe neppure come stesse lì a cadere, e continuasse a farlo. Ad un certo punto seppe sol che cadeva, e che c’era un baluginìo in fondo al pozzo. Il baluginìo aumentava ed aumentò finché esplose luce e freddo, paura e fame.

Passò altro tempo. Ombre in movimento scorgeva nel chiarore, licori scorgeva nel buio. Corpi duri e morbidi, schiaffi di gelo e nuvole di tiepido provava. Sentì ingrossarsi, muoversi, distinguere. Si rese conto di essere un bambino. Non ricordava niente di tutto quello che era successo prima. Si affidava ad altri bambini, anche se erano 4-5 volte più grossi di lui. L’unica cosa che lo pervadeva era la curiosità, il perché di tutto questo, di piccole cose, di grosse situazioni, di impressioni e pulviscoli, di ogni cosa che fosse e accadeva.

Continuò a crescere, a domandare perché, a collezionare risposte. Era una gioia chiedere e sentire soddisfatta la richiesta. L’unico inconveniente era che la soddisfazione durava poco, perché subito emergeva un’altra domanda, e quindi un’altra risposte e così via. Ben presto cominciò a collegare i perché, che gli davano altre risposte più complesse e sottili, che gli davano altre domande complesse e sottili… finché divenne saggio, molto… e finì col sapere tutti i perché di tutto.

C’era qualche inconveniente a tale situazione, e non solo per il saggio… gli umani continuamente andavano da lui chiedendo consigli, soluzioni e favori. D’altro canto non si poteva parlargli un attimo, magari di una banalità, che ti asfissiava con una sequenza di dati in merito a quanto avevi nominato, per una inezia che fosse. Ma niente riusciva più ad incuriosire e sorprendere il vecchio umano più che saggio.

Ma una bella notte qualcosa accadde finalmente di inconsueto. Passeggiando nel suo parco, si soffermò presso il laghetto artificiale che vi aveva fatto costruire. E si chinò a bere. Sapeva tutto dell’acqua, della sete, del metabolismo, dei propri movimenti in rapporto con l’ecosistema etc. etc. Sapeva anche di avere l’impressione che qualcosa vagamente simile gli fosse già accaduta. Vide riflesso nell’acqua: tante volte ciò gli era capitato, ovviamente, ma quella volta fu diverso. Sembrò che il tempo si fermasse e lo spazio perdesse di significato. E la sua immagine guardandolo ad un certo punto, non seguì più le sue espressioni, ma fissandolo in fondo agli occhi mosse le labbra e gli chiese… così, semplicemente… “come ?”.

Il saggio umano che sapeva tutto di tutto, ogni perché di qualunque cosa, a sentirsi chiedere per la prima volta il più reale come a monte di ogni perché… si sentì morire. E di fatto morì. La testa batté per terra e avvampò. Morendo si sentì salire in un pozzo alto e sublime, e continuava a salire. Passò tanto tempo che si rese conto come stesse piano piano dimenticando quello che sapeva. Finché non seppe neppure perché stesse lì a salire, e continuasse a farlo. Ad un certo punto seppe solo che saliva e che c’era un baluginìo in cima al pozzo. Aumentando divenne una scintilla, e poi vide che essa esplodeva. E poi si accorse che la scintilla era sempre la stessa perché esplodendo per un verso ingrandiva, ma in altro verso si contraeva, e restava sempre se stessa.

Allora gli venne proprio da sorridere al giocattolo bello ed anche un po’ buffo, ingegnoso ma complicato, unico eppure strano. Comprese che non c’è problema, perché non c’è una legatura. Tutto sommato e niente escluso, ciò che era… era. E se non era… on sarebbe certo mai stato, finché continuava a non essere. E poiché nel nulla non c’era tempo, né spazio, né direzione e verso, in quanto nulla, pertanto mai avrebbe preso ad essere. D’altro canto ciò che era…non sarebbe mai non stato, finché continuava ad essere.

E poiché nell’essere vi era tutto il tempo e lo spazio e direzione e verso, pertanto non avrebbe mai smesso di continuare ad essere. Comprese allora che non c’era niente da sapere, perché si poteva sapere solo ciò che già si sapeva. Si poteva ricordare solo ed inventare, dimenticare e perfezionare. E ca.pì, ca-pì di non avere ancora tutto compreso.