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Telefonate a viva voce

Quando non c’erano i telefonini !
sabato 26 aprile 2008 di Alberto Marcialis

Argomenti: Sociologia


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Stavo rientrando a Napoli in nave dopo aver fatto una rapida visita ai mei in Sardegna ed aver visto mio Padre che non stava bene. Una visita davvero veloce (poco più di 24 ore) ma sufficiente per rivederli e raccontare de visu le nostre ultime vicende napoletane.

Mi sentivo abbastanza tranquillo e dopo aver imbarcato la macchina - ero arrivato il giorno prima via Civitavecchia Olbia - mi apprestavo a godere di un lungo sonno che sarebbe iniziato alle 21 circa per durare sino alle 7 dell’indomani mattina.

La cabina a due posti era tutta mia: avrei potuto leggere comodamente e tranquillamente dopo essere andato al bar, comprato un panino ed una bottiglia d’acqua e fatto un salto nella cabina telefonica per salutare mia moglie e rassicurarla sul buon andamento del viaggio. Sto parlando di un periodo senza telefonini, quando per parlare dalla nave bisognava andare al posto telefonico, fare una fila più o meno lunga, contattare il radiotelegrafista per dargli il numero da chiamare ed attendere il proprio turno e l’impostazione del collegamento.

Le comunicazioni avvenivano “a viva voce” nel senso che tutti i presenti (radiotelegrafisti, passeggeri in attesa) sentivano perfettamente la conversazione. Immagino che non si potesse fare diversamente ma questo scambio telefonico avveniva per così dire in piazza e davanti a tutti, comportando di necessità una indispensabile riservatezza in chi parlava ed un pudico atteggiamento di “assenza” nei presenti che mantenevano l’atteggiamento più indifferente possibile per togliersi e togliere tutti di imbarazzo nel sentire le parole di una conversazione in fondo e pur sempre strettamente personale.

Appena entrato nel posto telefonico mi rendo conto di essere il quarto dopo una signora di inconfondibile stampo sardo, un giovanotto, un signore ben piantato sulla trentina che chiaccherava, con un pessimo accento ed un periodare romanesco, con l’ufficiale radiotelegrafista. La signora entra in cabina ed inizia una conversazione in lingua sarda chiedendo notizie di una bambina e promettendo di farsi sentire l’indomani.

La conversazione viene commentata dal romano, che pure non ne ha capito tenore e senso: ”questo dialetto é buffo e non so come facciano a capirsi, buffo come i costumi sardi e il ballo sardo che sembra una danza africana; buffa anche la targa delle auto di Cagliari con quel CA che sembra l’iniziale di caz...!”

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Guglielmo Marconi
Gli albori della radiotelegrafia

Il radiotelegrafista cui si rivolge annuisce e ride. Intanto la signora ha terminato, esce dalla cabina e tocca al giovanotto di foggia e vestire paesano, che entra nel gabbiotto ed inizia a parlare con la madre : “Come stai Efisio?” - ”Mamma sto bene, il mare è buono e c’è solo un po’ di vento” - “Mi raccomando, copriti bene, vai a mangiare e cerca di andare a letto presto” - “Mamma stai tranquilla, domattina ti chiamo da Roma: baciami tutti”. Mentre si svolge questa conversazione che in fondo è del tutto privata, il romanesco con un sorriso di compatimento e sempre rivolto al radiotelegrafista: ”Vede, si raccontano le solite sciocchezze, le solite cose: copriti bene, stai tranquillo, un bacio a tutti” e l’altro ”Oltretutto occupano la linea per dirsi queste banalità senza importanza” dimenticando che questa occupazione della linea è profumatamente pagata. Il prossimo turno è il mio perchè il romanesco non riesce ad ottenere la comunicazione.

Entro in cabina pregustando quanto avrei detto a mia moglie a beneficio di quei due str.... ”Bebbo come stai?” - “Sto bene ma stai attenta a quello che dici perchè qui ci sono due cogl... che sentono tutto, commentano tutto e ci ridono anche sopra. Io arrivo domattina alle 8: baciami le bimbe. Tutto a posto?” - “Tutto a posto. Ciao”.

Esco dalla cabina, mi avvicino al radiotelegrafista per pagare mentre il romanesco mi guarda con due occhi sgranati e pieni di stupore. Mi accingo a pagare, quando il radiotelegrafista: ”E c’è qualcuno che mi prende per un cogl....!” ed io aprendo le braccia: ”Che ci vuol fare, la vita è una vera schifezza!”.

Mi allontano con tutta la dignità di cui sono capace.