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ISABELLA MONARI: RELAZIONI IN GIOCO

MUSEI DI SAN SALVATORE IN LAURO
lunedì 13 maggio 2019 di Comunicato Stampa

Argomenti: Arte, artisti


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(MUSEO UMBERTO MASTROIANNI – 1° PIANO) ROMA PIAZZA SAN SALVATORE IN LAURO 15 TEL. 066865493 GIOVEDI’ 23 MAGGIO – MERCOLEDI’ 5 GIUGNO 2019 ORARI DAL LUNEDÌ AL VENERDÌ 10.30 -13 / 15.30 - 19

IN MOSTRA 35 DIPINTI AD OLIO (OLIO SU TELA E OLIO SU LEGNO)


UN’ETICA CHE CORRISPONDE ALL’ESTETICA DI CATERINA NAPOLEONE

C’è una ragione profonda in Isabella Monari nella scelta di dipingere a olio su tavola i suoi soggetti. Le venature del legno sono parte integrante – spesso lasciate a vista – nella resa atmosferica delle sue pitture che trasfigurano un’immaginaria obiettività in una luce tersa – una luce interiore, a tratti esuberante e passionale nei suoi colori sgargianti – che investe, e modula nei chiaroscuri, le figure nei rimandi dei loro gesti.

Un paysage verité che, nella sua arbitraria concezione d’aprés, rispecchia la soggettività dell’autore. Scrive Goethe a questo proposito: “Com’è importante e assolutamente indispensabile per un artista studiare dal vero il soggetto della sua opera”.

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Sparlamento. Olio su tela

Isabella Monari ha adottato a luogo d’elezione Roma dove, sedotta dalla sua luce, oggi vive e lavora. Da qui, con la purezza adamantina delle sue visioni, sembra percorrere un ideale Grand Tour attraverso i campi di gioco per cogliere e sublimare le relazioni instaurate dai movimenti dei corpi che costellano i suoi scenari come bianchi eroi di una trasognata mitologia.

Le distese dei campi di golf, le prospettive dall’alto o ravvicinate di un match di cricket o di tennis, gli sguardi assorti dei giocatori che seguono la traiettoria di una palla colpita o lanciata, l’enfasi di una partita di polo o delle corse al galoppo negli ippodromi, il triangolo di una regata, sono solo alcuni dei suoi temi prediletti.

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Ricerca del futuro Olio su legno

A questi si aggiungono gli orizzonti del litorale romano, sfondo a partite di volley o di football, o quelli delle anse del Tevere con i loro impianti sportivi su cui affacciano le tribune degli spettatori, dove la vibrante resa della natura rimanda al paesaggio classico colto con spirito e occhi moderni. Una quinta che s’innerva nei boschi e nelle radure in cui ambienta duelli di schermidori per enfatizzare una metafora del rapporto dell’uomo con il mistero che lo circonda.

Sono queste le impressioni che suscitano a prima vista le opere recenti di Isabella Monari nell’immediatezza di un’esecuzione che ritrae il corpo in esercizio o gli scambi interpersonali in luoghi di ritrovo, spesso estraniati dai loro contesti. Primi piani che assembrano ritratti di gruppo e, nell’Homo sapiens, l’euforia delle maschere alla maniera di Ensor. Tuttavia a un esame più attento, la loro rilevanza induce ad altre riflessioni. Scorrendo il suo curriculum si scopre che, tra le molte mostre tenute in Italia e all’estero, ha esposto i suoi quadri al Padiglione Italiano delle Olimpiadi di Pechino, Vancouver e Londra.

Spontaneo sorge il riferimento al film documentario di Leni Riefenstahl sui giochi olimpici di Berlino del 1936. Non fosse altro perché gli atleti dell’epoca avevano una corporatura snella e muscolosa simile del padre Giovanni Battista, campione italiano di nuoto e bello come un divo di Hollywood, del quale Isabella mi ha appena mostrato – compiaciuta – una foto riferibile alle medaglie vinte in piscina negli anni Trenta.

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Homo saliens Olio su legno

L’inattesa visione di un fisico simile a un bronzo del V secolo a.C., legittima ancor di più la sovrapposizione ai fotogrammi di Olympia, l’insuperato tributo della regista tedesca dedicato allo sport e al suo significato. Un inno alla bellezza e all’armonia – non solo del fisico, ma anche alle sue sottese accezioni – che inizia con un piano sequenza delle vestigia dei templi greci innestandosi in una galleria di simulacri della statuaria classica in cui l’apparizione del Discobolo di Mirone si dissolve in quella di un atleta intento al lancio del disco per poi, dopo aver compiuto un viaggio nel tempo, la corsa dei tedofori – simbolo degli ideali olimpici – concludersi sul braciere dello stadio di Berlino e avere inizio le competizioni.

Il riferimento alla Riefenstahl è pretesto per confessarmi che l’arte antica è il periodo della storia dell’arte che predilige, svelando un altro aspetto dell’artista e della sua ispirazione. Indizio che interpreto alla luce dell’introspezione psicologica di Edmondo De Amicis nelle pagine di Amore e ginnastica che hanno per tema “gli effetti meravigliosi dell’educazione fisica […]”, che sono “la forza e la salute, e che salute e forza sono serenità, bontà, coraggio e grandezza d’animo”.

Un concetto dichiarato a conclusione del racconto dalla sua protagonista, l’affascinante maestra di ginnastica Pedani, nel suo memorabile discorso pronunciato dagli spalti del congresso che si tiene nell’antico Parlamento subalpino di Palazzo Carignano: “Una nuova educazione, fondata sopra un esercizio perfezionato delle forze fisiche dell’infanzia e della gioventù, prevarrà innumerevoli miserie, risparmierà all’umanità innumerevoli dolori, falcerà mille vizi alla radice, agevolerà alle generazioni che saranno più buone perché più forti, e più giuste perché più buone, la soluzione dei grandi problemi attorno a cui s’affannano inutilmente ora le nostre menti malate e le nostre forze esaurite. Io credo in quest’umanità nuova, che innalzerà ai grandi apostoli della ginnastica delle colonne di bronzo”.

Nel fervore della nuova Italia, De Amicis aveva più volte prestato la sua penna al tema dello sport. In questo frangente, trae spunto dalle dispute tra obermannisti – fautori delle teorie enunciate in pieno Risorgimento dal fondatore della Società Ginnastica Torinese, Rodolfo Obermann, nel suo trattato La ginnastica, che fecero breccia nelle attività militari sabaude e, con l’Unità nazionale, in quelle scolastiche – e baumannisti, seguaci delle dottrine di Emilio Baumann, fautore della cosiddetta “scuola bolognese”, che sosteneva l’esercizio fisico come attività civile. Riaffiora alla memoria il corpo aitante di Giovanni Battista Monari, un esempio di stile di vita che certo, nonostante lo scarto generazionale, ha trasmesso alla figlia Isabella.

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In comunicazione. Olio su legno

La quale è un’artista brava e indipendente, dotata di un innato talento che non si lascia condizionare dalle mode o dalle avanguardie, come taluni sarebbero indotti a sostenere. Specchio di un animo forte e gentile come la sua terra natia, Bologna. Così, astenendoci da pleonastici confronti stilistici, ribadendo l’autonomia del suo estro, ci limitiamo a citare il ritratto di Primo di Carnera di Giacomo Balla, un’icona “pop” del campione mondiale di box. Ma non sono i protagonisti dello sport e i loro record su cui Isabella Monari concentra la sua attenzione.

I suoi soggetti, sono comparse che gremiscono un universo figurativo, e una poetica del quotidiano, al quale attinge per creare un agone privo di scorie e individualismi, come terreno d’incontro che forgia il carattere ottemperando a un’etica comportamentale – qui sublimata in estetica – che il gioco di squadra impone e che, soprattutto nello sport, sarebbe disdicevole quanto disonorevole trasgredire.

Misurarsi con l’avversario nella garanzia delle stesse opportunità, con i propri limiti e le proprie attitudini, il sacrificio e l’abnegazione, con i mutamenti dello stato d’animo che la competizione contempla, sono valori che Isabella Monari fissa in immagini cariche di un forte impatto emotivo.

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Fuga dall’eternità

Espressioni di un auspicio a un ritorno di fair play – di cui oggi si sente la mancanza – affinché non venga meno il rispetto della rivalità e della comprensione che regola i rapporti umani nel senso più nobile della convivenza civile. Senza frontiere e pregiudizi.