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L’IMPRESA UNICA, L’UNICA IMPRESA

Racconto immaginario
venerdì 10 maggio 2019 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Racconti, Romanzi


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I quattro astronauti (due uomini e due donne) erano in viaggio da circa 9 anni, partiti dalla Terra per raggiungere Jano, l’ultimo pianeta del nostro sistema. Era la prima spedizione umana sull’ultimo corpo celeste astronauticamente raggiungibile: dopo di esso, le distanze sarebbero state così enormi da restare fisicamente insormontabili anche col supporto della, un tempo tanto decantata, ibernazione.

La distanza tra Terra e Jano però, se non era insormontabile, risultava ancora problematica, al punto di volerci 9 anni di navigazione per risolverla e con l’equipaggio sempre operativo a turno.

Ma vi era un altro grave problema connesso a quello della distanza: la noia. Salvo situazioni di emergenza o impreviste, il mantenimento dell’astronave in rotta (e funzioni collegate) sarebbe stato più che monotono, minuziosamente identico e ripetitivo per sua propria natura: la salvezza dell’astronave e quindi dell’equipaggio sarebbe sempre dipesa dall’esattezza con la quale sempre lo stesso numero di manovre fosse stato compiuto con la stessa esattezza minuzia di calcoli e gesti.

Alla partenza i 4 lo sapevano: il nemico non era la pericolosità del viaggio, ma il viaggio sempre uguale. Nove anni a vigilare sugli stessi strumenti e sui propri nervi. Il che già era estremamente difficile. Ma il pericolo ancora più sottile era il fatto che… anche i propri nervi sarebbero stati sempre gli stessi. Nove anni, gli ultimi sei trascorsi senza notizie dalla Terra.

Un anno circa su Jano. Altri sei anni di ritorno prima di ristabilire il contatto radio, dopo 13 anni di isolamento. Età media dell’equipaggio sui 30 anni alla partenza, sui 40 a Jano, sui 50 di nuovo a casa. Vent’anni trascorsi chiusi in un’astronave, la parte migliore della vita spesa nella monotonia più obbligante, ma con un grande risultato scientifico ed umano: essere i primi a toccare i limiti del sistema planetario, a toccare i limiti dove l’umanità può arrivare, oltre i quali si può solo morire andando alla deriva con qualsiasi astronave per potente che sia.

«Quando tornerete, aveva detto il Presidente, io sarò morto; ma voi sarete ricchi e famosi come pochi nella storia dell’umanità e non vi saranno riconoscimenti adeguati per i vostri meriti scientifici. Con i dati da voi raccolti, potremo colonizzare il sistema planetario, dare spazio e risorse a tutti gli esseri umani». «Ma non ai figli nostri» pensarono gli astronauti… ovviamente essi avrebbero potuto avere rapporti sessuali durante il viaggio, ma non riproduttivi, dato che una gravidanza avrebbe compromesso la missione.

A dire il vero questa rinuncia non era sembrata fra le più gravi alla partenza. Tutto il mondo li guardava come eroi, al ritorno sarebbero stati idolatrati, potevano fare all’amore (sarebbe stato anzi uno dei passatempi fondamentali, fra gli oggettivamente pochi offerti dall’astronave). E di fatto tutto andò bene i primi anni : il contatto radio con la Terra, incontri con altre astronavi, percorsi già fatti da altri, lo spirito di quelli che li avevano preceduti su quelle rotte, la sensazione che questo spirito li assistesse e spingesse ad andare sempre più avanti, il senso impercettibile di fare la storia anche se i gesti risultavano consueti e ripetitivi.

Ma progressivamente la Terra tacque, scomparvero le astronavi, lo spirito dei predecessori si affievolì, il senso della storia perse di significato, e la realtà si impose. Noia, sensazione di essere abbandonati nello spazio, dubbio che il viaggio non fosse programmato esattamente, angoscia di non ritrovare più nessuno al ritorno per una qualche catastrofe planetaria.

Troppi rischi, troppe variabili, troppe assenze di riferimenti oggettivi e psicologici, le leggi della statistica tutte contro la possibilità di successo… era stata tutta una follia. A che valeva mangiare questo, economizzare quest’altro, riciclare, riparare, girare questa manopola, premere questo pulsante…

A che pro continuare, perché alzarmi dalla cuccetta, perché non lasciarmi morire, tanto morirò peggio tra poco… Perché non compiere il supremo atto di ribellione, inutile ma significativo ? Perché non tentare di infrangere i sigilli dei comandi per l’inversione di rotta, quelli che si sarebbero disinnescati automaticamente solo dopo il 10° anno circa di navigazione, quelli che – forzati – avrebbero fatto altrettanto automaticamente esplodere l’astronave… come ciascuno di loro sapeva, ed aveva «liberamente» firmato di accettare ? Ma anche questo era inutile.

Esplosa l’astronave, sulla Terra non avrebbero mai saputo del gran gesto di rifiuto. Avrebbero ipotizzato piuttosto un incidente di percorso; le probabilità che ve ne fossero erano così alte…

Senonché la noia che li prendeva, la noia li salvò. Si annoiarono persino di annoiarsi.

Queste fasi psicologiche, questo meccanismo psichico era noto e previsto dai cervelloni a Terra che li avevano spediti ? Certo che se quelli fossero stati a conoscenza di tutto ciò, erano dei gran figli di puttana, pensavano talvolta i quattro astronauti. Ma sempre più di rado, perché ormai… quella era la vita, quella era la loro vita.

Tutto era normale. Turni, controlli, calcoli, i soliti gesti, pasti, sesso, cinema, lettura, pettegolezzi e spiatine: insomma, una villetta bifamiliare, un villaggetto con pochissimi abitanti.

Si chiedevano: in città sembra diverso ma in realtà stanno come noi, fanno le stesse cose, che altro credi che facciano ? Forse parlano con un po’ più di gente, ma tanto non si capiscono lo stesso. Forse cambiano vestito una volta di più, ma tanto restano brutti uguale. A meno che non crolli il modo, non c’è niente di nuovo sotto il sole.

E fu così che arrivarono a Jano. Certo, al contatto visivo la monotonia fu sconvolta. Mille pensieri, gioie, angosce, ricordo di dolori. Un colpo di fulmine. Il sangue scorreva nelle vene come 9 anni prima, alla partenza. Forse non sarebbero riusciti a tornare, ma era valsa la pena di arrivare sin lì. Vedevano quello che nessun umano aveva mai visto, vedevano Jano e dietro di esso il vuoto interstellare. La storia per metà era già scritta. L’antica febbre dell’astronauta, di Ulisse, del nomade, dell’umano si riaccese. Scendere al suolo, scoprire, studiare, prendere possesso di tutto.

E scesero. L’onore di porre piede al suolo per primo toccava al colonnello Smith, comandante in prima della spedizione. E pose piede al suolo. O meglio, rimase col piede a mezz’aria. Giunto all’ultimo piolo della scaletta, mentre stava per poggiarlo sulla roccia, sentì nella radio del casco «Colonnello Smith, suppongo»… ma non era la voce di nessuno dei suoi compagni di viaggio.

Lentamente si voltò per quanto gli consentisse la tuta, e vide un ufficiale del Corpo Astronautico, coi gradi di maggiore sulla tuta, una tuta che era evidentemente un po’ più leggera e progredita di quella che aveva lui in dotazione. «Non si stupisca» proseguì il maggiore con voce stranamente lenta e flautata. «E soprattutto non si emozioni o si alteri per questo imprevisto. Capisco che potrebbe restarne sconvolto, ma questo creerebbe rischi per l’incolumità psicofisica sua e dei suoi colleghi. La spiegazione immediata è che, mentre eravate in viaggio, abbiamo fatto importanti scoperte tecniche e scientifiche. E quindi costruito astronavi molto più veloci di quella da voi impiegata. E quindi siamo già qui da qualche anno… Data la divergenza delle due velocità, non vi si poteva intercettare lungo il percorso. I dettagli le verranno forniti poi con calma. L’importante ora è l’incolumità sua e dell’equipaggio. Scendete pure secondo il vostro programma di addestramento. Poi vi porteremo alla Base». Meritava quel nome. Era più che una Base, era una cittadina. Spazio-porto con magazzini, comando militare, palazzetto governativo, centro commerciale… per parecchi chilometri quadrati.

Furono ricevuti con grande gioia. Li aspettavano. Sarebbero tornati a Terra non dopo un viaggio di altri 9 anni. Li avrebbero riportati a casa in 8 mesi ! Non sarebbero passati 20 anni vuoti per una impresa unica, ne erano passati 10 inutili per un’impresa vuota, senza significato. A casa li attendeva un pensionamento precoce: la loro esperienza era obsoleta, la loro preparazione tecnica era più che superata.

Ma i quattro non tornarono a Terra. Senza bisogno di dirselo, si ritrovarono il giorno dopo nella loro astronave. Senza parole, fecero i gesti abituali, noiosi, scontati. Contro ogni ordine e minaccia della torre di controllo, si staccarono dal suolo, entrarono in orbita, e puntarono oltre Jano, verso il vuoto interstellare. Non li avrebbero inseguiti, nonostante l’alta velocità delle nuove astronavi, perché non c’erano armi per fermarli, perché in quella zona non era questione di velocità: era una zona senza ritorno. Avevano un’autonomia per altri 9/10 anni.

Poi... si vedrà,