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TATTOO....CHE PASSIONE

DI SANDRO MEARDI
giovedì 21 febbraio 2019 di Sandro Meardi

Argomenti: Curiosità


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La pratica di tatuare il corpo umano è antica almeno quanto l’uomo stesso, ma è a partire dagli anni settanta del secolo scorso che essa ha conosciuto un vero e proprio boom tra vecchie e nuove generazioni.

Il ritrovamento pressoché intatto di mummie umane conservate nel “permafrost”, ovverosia in terreni ghiacciati della zona artica terrestre, ha permesso di studiarne le caratteristiche antropomorfiche e, nello stesso tempo, rilevarne i segni decorativi sul corpo assimilabili agli odierni tatuaggi. Ciò induce a pensare che quella che oggi ha assunto le caratteristiche di una diffusa moda nel far pigmentare la propria pelle con disegni, simboli e scritte di varia natura, in passato fossero invece segni distintivi di status e di appartenenza. Una sorta di carta d’identità esposta sulle parti più visibili del corpo che consentiva l’immediato riconoscimento di colui il quale ne era portatore.

Tale era sicuramente lo scopo del tatuaggio tra gli antichi egizi (in funzione spesso anche scaramantica) e nell’antica Roma. In quest’ultimo caso, il tatuaggio era pratica inflitta agli schiavi che in tal modo potevano essere riconosciuti come tali attraverso le iniziali marchiate a fuoco del loro padrone ovvero, prima dell’avvento dell’imperatore Costantino che ne vietò la pratica, segno distintivo con il quale i cristiani di Roma rivendicavano la propria appartenenza religiosa divenuta, appunto superflua, con l’editto dell’omonimo imperatore (chiamato anche editto di Milano) e della sua conversione al cristianesimo.

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Cesare Lombroso

Dove però il tatuaggio si è caricato di significati particolarmente negativi e che in qualche misura continuano a rivestire un ruolo di pregiudizio che ha permeato la cultura giuridico-sociale, è nelle teorie di Cesare Lombroso. Quest’ultimo, nella sua celebre opera “l’uomo delinquente”, mise in stretta correlazione l’uso del tatuaggio con coloro i quali hanno una particolare predisposizione a delinquere e la sua diffusione tra ex detenuti, mercenari e disertori ne erano, a detta del criminologo forense italiano, una prova incontrovertibile.

Non meno interessanti, sotto un profilo antropologico, sono altresì le decorazioni epidermiche più o meno permanenti presso le varie culture civili e religiose del mondo. L’Islam, ad esempio, ne vieta l’uso se non in forma rimovibile, assicurata dall’impiego di pigmenti organici ricavati dalle piante ma di durata temporanea. Famosi altresì sono i tatuaggi delle popolazioni asiatiche, del Giappone, della Cina e dell’Oceania (si pensi ai Maori e di quanto folklore susciti la loro danza rituale di guerra, in origine vestiti dei soli indumenti incisi sulla pelle).

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Danza Maori

Il tatuaggio, insomma, ha scandito sin dalle epoche più remote e ad ogni latitudine, le tappe di tutte le civiltà, suscitando curiosità scientifiche e dando modo all’antropologia d’interpretare usi e costumi di popoli a noi lontani nel tempo e nello spazio, eppure così vicini nella riscoperta, fosse anche in funzione di pura, superficiale “griffa” modaiola, di simboli e significati per lo più estranei, nel loro messaggio di civiltà, a coloro i quali ne sono oggi vanitosi espositori.