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JACKSON POLLOCK AL VITTORIANO

Dal 10 ottobre al 24 febbraio 2019 nell’Ala Brasini
giovedì 6 dicembre 2018 di Patrizia Cantatore

Argomenti: Arte, artisti


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Jackson Pollock, la Scuola di New York e la nascita dell’arte contemporanea Le opere della collezione del Whitney Museum di New York con uno sguardo all’arte massificata di Warhol.

Dal 10 ottobre al 24 febbraio 2019 nell’Ala Brasini del Vittoriano si è aperta l’esposizione che accoglie uno dei nuclei più preziosi della collezione del Whitney Museum di New York tra cui le opere di: Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline e molti altri rappresentanti della Scuola di New York.

Come ha spiegato il curatore Luca Beatrice, per risalire all’inizio dell’arte contemporanea non si può ancora utilizzare la vecchia suddivisione dei testi scolastici che la faceva risalire alla scoperta dell’America, o alla suddivisione legata ai cataloghi delle case d’Asta che distinguono la categoria Post War Art.

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a gorky the betrothal 1947

In questo caso si è deciso di identificare come l’inizio di quella che può essere considerata arte contemporanea, in una data precise e cioè: quella dell’8 agosto del 1956 data in cui a Londra si inaugura una mostra This is tomorrow curata dagli artisti dell’Indipendent group e in particolare il collage di Richard Hamilton, Just what is it makes today’s homes so different, so appealing? Che si propone come il manifesto dell’arte di domani e dove appare per la prima volta la parola/logotipo POP, coniata dal critico Lawrence Alloway.

Senza dimenticare che negli stessi anni (1954-56) l’americano Robert Rauschenberg mostrava i suoi primi Combine Paintings, in cui l’artista mescola la pittura residuale con oggetti trovati, materiali di scarto che inseriti in un contesto nuovo diventano “cosa nuova” superando di fatto il confine tra quadro e scultura, tra dipinto bidimensionale e oggetto tridimensionale, pur persistendo un filone che utilizza ancora la gestualità dell’astratto informale.

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reinhard number 18 1948

L’altra data è quella della notte dell’11 agosto del 1956 nella quale Jackson Pollock, ubriaco e alla guida di un auto, si schianta contro un albero uccidendo se stesso e un’amica Edith Metzger, mentre la sua amante e studentessa Ruth Kligman rimase gravemente ferita.

Se ne va all’età di quarantaquattro anni uno dei più celebri artisti dell’Espressionismo Astratto americano, consacrato già nel 1949 da Life come il più importante artista americano vivente che aveva messo a punto la tecnica del dripping (gocciolamento) o pouring (versare) dove l’artista dipingeva in piedi con il quadro a terra, in misure grandi quanto quelle del corpo, senza pennelli ma con molti attrezzi in una sorta di danza mistica attorno alla tela, così come ripreso dal cineasta Hans Namuth, l’unico a vincere la sua ritrosia e a convincerlo ad essere ripreso durante uno dei più indimenticabili momenti di creazione.

Pollock è un artista che ha utilizzato la volontà di autodistruzione in un sentimento ispirante, l’arte fino a lui ha via via abbandonato l’immagine attraverso forme geometriche, linee, simboli.

Pollock fa un passo in avanti verso non solo la perdita dell’immagine naturale ma anche dell’idea di dare un senso a ciò che l’arte vuole esprimere, era solito ripetere che ogni artista esprime la propria biografia, il proprio mondo interiore psicologico, quindi l’arte visiva sembra voler cercare quasi un livello di astrazione che possa far risuonare nei suoi strati di colore tutte le altre arti: la musica, il teatro, la poesia, distillate alla sua luce interiore.

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Ploock number 17

In mostra si potranno vedere diversi suoi quadri, foto e il filmato in cui Pollock è ripreso intento in un momento creativo e, soprattutto, si potrà ammirare quello che viene considerato uno dei capolavori, la sua “gioconda” e, cioè Number 27 (1950) e altri 3 quadri tra cui il Number 17 (1950) e molte altre tele dei suoi colleghi Irascibili che appaiono “vestiti da banchieri” nello scatto di Nina Leen su Life del gennaio del 1951 con tanto di lettera di protesta contro il Metropolitan Museum che non aveva incluso gli Espressionisti Astratti in una mostra sull’arte americana contemporanea.

Lungo le sale dell’esposizione ci si chiarisce l’intento di questi artisti del dopoguerra, se Pollock riempie di strati le tele quasi a mettere a nudo la sua stratificazione interna, nelle opere di Willem de Koonig, Franz Kline, Arshile Gorky, Mark Rothko la disgregazione si serve delle lineee e delle immagini riprodotte come da una lente fuori fuoco, mostrando sulle tele le loro più intime emozioni come in una luce distorta attraverso lo specchio baluginante della coscienza.

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m rothko untitled blue yellow green on red

La strada era aperta per l’altro artista che condusse l’arte al consumo di massa, Andy Warhol, prima illustratore e vetrinista per poi intraprendere un percorso artistico unico che lo portò a divenire uno dei massimi esponenti della Pop Art, proseguendo quell’opera di svuotamento di ogni significato dell’immagine.

Ed è proprio nel padiglione destro dell’Ala Brasini che dal 3 ottobre e fino al 3 febbraio sono in mostra 170 opere di Andy Warhol.

Warhol utilizzerà la tecnica del disegno pubblicitario, della fotografia e della rappresentazione ripetuta delle immagini su vasta scala, per affermare il principio della Pop Art, secondo cui l’arte deve essere consumata come un prodotto commerciale. I prodotti di massa rappresentati diventano il mezzo attraverso il quale la democrazia sociale si attua e come tali debbono essere riconosciuti: anche il più povero può bere la stessa Coca-Cola di Elizabeth Taylor, di Marilyn Monroe o di Jimmy Carter.

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Gli irascibili

Successivamente rivisitò alcune opere del passato come l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci o i capolavori di Piero della Francesca e Paolo Uccello, rendendo omaggio agli artisti del passato. I VIP dell’epoca contribuirono alla sua affermazione, perché essere ritratti da Warhol divenne un imperativo a conferma del proprio status sociale.

Un’occasione unica poter vedere entrambe le mostre nell’intento di avere una retrospettiva più significativa del loro tempo.

ORARI Dal lunedì al giovedì 9.30 - 19.30 Venerdì e sabato 9.30 - 22.00 Domenica 9.30 - 20.30 (La biglietteria chiude un’ora prima)

Complesso del Vittoriano Via di San Pietro in Carcere, 
00186 Roma
 T +39 06 678 0664 Per info e prenotazioni + 39 06 87 15 111