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...FORSE SOGNARE.EREDITARE FORSE...

Racconto
domenica 2 dicembre 2018 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Al centro del salone sotto la grande cupola tutta trasparente il supporto più che muoversi sembrò animarsi. E prese lentamente a ruotare su se stesso.

Poltrona, sostegno verticale, lettiga, poteva trasformarsi persino in una sorta di incubatrice per adulti: forniva ogni tipo di assistenza e di prestazione fondamentale sia notturna che diurna. Serviva per consentire di vivere agli umani che divenissero ultracentenari.

Certo, per i servizi più complessi e totalizzanti bisognava ricorrere ai robots, e per i trapianti o le depurazioni cellulari bisognava ricoverarsi presso l’Organizzazione Mondiale di Sopravvivenza Qualificata: ma per essere operativi, parecchio autonomi e sufficientemente protetti nella vita privata, gli ultimi umani dovevano servirsi di tale sofisticato supporto, col quale finivano per vivere in una sorta di simbiosi. Ed ancorché avesse un nome tecnico appropriato, essi lo chiamavano affettuosamente l’Angelo, con evidente riferimento sulla teoria dell’Angelo Custode o Eterico Protettivo di vetusta memoria.

Lentamente dunque l’Angelo aveva preso a ruotare e quando fu prospiciente una grande porta, vi si diresse per uscire dal salone. Il supporto ea manovrato da un umano, ovviamente: un ultracentenario che gli aderiva quasi completamente e sembrava starci comodissimo. L’umano era una donna, anziana, molto anziana.

Il Sole in quel momento calò, tutto divenne repentinamente buio, il salone sepolcrale, l’eterno minaccioso. Man mano che la donna silenziosamente fluiva lungo sale e corridoi, le luci si accendevano e si spegnevano dopo il suo passaggio.

Ma non fugavano il senso di tristezza che permeava tutto.

“La cena è servita, Signora” disse ad un certo punto una voce e dal buio emerse la figura di una robot, entrando nel cono di luce che si era accesa per illuminare dove era arrivata la donna anziana. La donna prese a cenare, ma era molto assorta. Inseguiva un pensiero confuso, lo inseguiva tenacemente, sapendo che – se lo avesse lasciato un attimo – esso le sarebbe sfuggito, e anche riprendendolo poi… non sarebbe stato lo stesso identico pensiero.

Ricordava lui. Quanto si amavano. E come. Ricordava tutto di lui e di loro due. Ma non riusciva a ricordare perché, amandosi così, lei aveva deciso o accettato di sopravvivergli. Sapeva benissimo di aver voluto morire con lui, il momento in cui si seppe che non sarebbe sopravvissuto a lungo.

Anche se erano passati tanti decenni da allora, ricordava benissimo il patto fra loro, quello di morire insieme non appena uno dei due avesse biologicamente ceduto. Che cosa poteva averle fatto infrangere quel patto così sacro e profondamente vissuto ? Forse lui glielo aveva fatto promettere prima di morire “per forza”, ma questo restava sommamente improbabile: piuttosto doveva averle fornito un motivo ancor più sacro e profondo… perché lei – lo sapeva benissimo – non avrebbe accettato nessun altro motivo se non proveniente da lui e sapeva benissimo quanto fosse vero il reciproco.

Ma qual’era questo motivo ? ecco, questo non riusciva a ricordare. D’altro canto un pensiero gli vagava impalpabile nella mente, un pensiero inafferrabile, ma che sentiva tremendamente importante, in qualche modo risolutivo.

La cena terminò. E la vecchia signora rimaneva molto depressa, anche impaurita a dir vero. L’era balzata agli occhi una brutta riflessione: come aveva dimenticato il motivo, tremendamente importante, per cui addirittura aveva accettato di non rispettare il patto di morire insieme al proprio uomo, così poteva dimenticare altre cose vitali, intere

Le sembrò di morire alla sola idea che potesse accadere una cosa del genere. E del resto chi le garantiva che non avesse già dimenticato qualche evento o dimensione vissuta col suo uomo, cosa della quale lei non poteva più rendersi conto, avendo appunto dimenticato…

Allora per reazione pigiò decisamente sui tasti dell’Angelo e si diresse velocemente verso la sala degli Ologrammi, seguita dalla robot silenziosa. Entrarono e subito fu acceso l’ologramma (un capolavoro in quest’arte), che rappresentava il suo uomo così perfettamente da sembrare vero.

Come sempre la donna provò un tuffo al cuore a vederlo, e come sempre le sembrava di vederlo che lui capisse cosa gli dicesse e che il movimento delle labbra rispondesse ai pensieri e alle domande che gli faceva. Quante ore ed ore trascorreva a parlare con “lui”, a ripetergli tutti i suoi ricordi, a svelargli tutti i suoi pensieri anche più reconditi.

Quante volte amoreggiava con lui e gli confidava tutto quello che provava, e con infinita dolcezza gli diceva tutto quello che lei sentiva che lui provava… Intervalli meravigliosi, nei quali dimenticava il mondo di dolore che la circondava e ch’era in lei, si dimenticava insomma di tutto e di tutti, anche della robot che stava lì: non che questo fosse un problema, tanto in fondo era una macchina, nonostante questi ultimi modelli si diceva che fossero molto “umanizzati” (ma nel senso di molto perfezionati, addirittura a livello di quarks). Insomma lei col suo ologramma riviveva ripetutamente il loro passato, e denudava continuativamente il proprio animo man mano che scorrevano i decenni.

Fu un lungo colloquio quella notte. Parlava, sorrideva, “ascoltava”. Poi ad un tratto fu un lampo: afferrò in un guizzo il pensiero impalpabile che dal pomeriggi le vagava dentro. “Amore – disse allora- mi sono veramente dimenticata il motivo per cui mi chiedesti di non seguirti quando lasciasti il corpo. Lo sai che sono sincera: quindi quel motivo è come se non ci fosse più. Capisci ? quindi posso finalmente raggiungerti.

Certo il motivo magari ci sarà ancora oggettivamente, ma io proprio l’ho cancellato: di conseguenza è come se per noi non esistesse. Ti pare ?”. A lei sembrò che “lui” sorridesse e rispondesse. Dopo di che soggiunse: “lo sapevo che mi avresti capita, e ne saresti stato felice. Ed ora vieni, ho tanta voglia di te”. A quel punto l’ologramma sorrise e piano piano planò verso l’Angelo, mentre l’anziana signora reclinava lo schienale ed allungava il basamento.

Certo, un attento osservatore avrebbe notato che nel buio c’era anche un’altra ombra che si avvicinava alla robot: e questo forse aveva importanza, ma era troppo buio per capire cosa fosse. Resta il fatto che la donna raggiunse ripetuti orgasmi, come ai bei tempi, quando erano giovani, tanti decenni orsono.

La mattina dopo la signora cominciò a contravvenire a tutte le regole: rifiutò le medicine giornaliere, fece una colazione troppo abbondante, non attivò l’Angelo per i massaggi infraorganici, si mise a cantare, ed infine prese a scherzare con la robot. Fu lì che fece una scoperta strabiliante: la robot rideva. Non solo, ma rispondeva con altrettante battute spiritosissime. A quel punto decise di approfondire la scoperta e cominciò a tempestarla di domande. Ne seguirono conversazioni lunghissime in quello e nei giorni successivi. Emerse una miriade di fatti sconcertanti.

Fra i moltissimi emerse ad esempio che la robot aveva assistito a tutti gli incontri fra la Signora e l’ologramma del marito, non solo perché programmata a servirla in ogni caso, ma perché altresì profondamente interessata a tali incontri: come ebbe a dire, esplicitamente “per imparare che significa essere degli umani”.

Emerse che la robot era in un certo senso affezionata” e conseguentemente che non era affatto d’accordo sull’autoeliminazione decisa dalla sua padrona. Emerse che la robot non le mentiva in senso vero e proprio, la donna si accorse che – contrariamente ad ogni più elementare programmazione robotica – però la robot sviava alcuni argomenti: in pratica le taceva alcune verità, o comunque le occultava alcuni fatti.

Nel corso di tali colloqui, che finirono col durare alcuni giorni, la vecchia signora fece inoltre una serie di scoperte a dir poco sconcertanti. Innanzi tutto scoprì che lei non sapeva o non aveva comunque capito delle cose che altri degli umani in estinzione dovevano comunque sapere: non era chiaro di che si trattasse, ma doveva esserci ( e si ripromise al riguardo di contattare alcune sue amiche di vecchia data, ultracentenarie come lei).

Per intanto scoprì ancora che v’erano assemblee di robots, dove proprio la sua robot era una specie di docente, non si capiva bene di che. Scoprì che quest’ultima inoltre aveva costruito un laboratorio dove da qualche decennio ormai trascorreva buona parte del proprio tempo libero, lavorando per un importante scopo (ma quale fosse anche questo non era chiaro). Scoprì infine che la sua robot aveva una propria “filosofia”, ovviamente immessale da programmatori umani, ma che addirittura rifletteva sulle proprie riflessioni… e questo le sembrava inaudito.

Fu allora che decise di contattare le sue amiche e di giocare decisamente a carte scoperte. Videotelefonò a tutte, raccontò quello che aveva sin lì scoperto, e pose una lunga serie di domande, le più precise che le riuscisse di concertare. Fu così che venne a sapere un’altra serie di fatti per lei sconvolgenti (anche se le due amiche li avevano ormai acquisiti ed accettati da anni).

In sintesi venne a sapere: che lei era famosa per essere una decisamente “non aggiornata”, quando non si diceva “fuori dal mondo” o addirittura “ che viveva solo come un fantasma per il suo fantasma”!... che c’erano molti più robot “assistenti” che umani da assistere, cioè che ormai gli umani erano così pochi per cui la maggior parte dei robots restava in questo senso disoccupata, ma non per questo inattiva… che erano rimasti due o tre maschi fra gli umani ultracentenari, ma che fra quelli sotto i cento non ve n’erano, cioè in pratica erano tutte donne… che i robots risultavano molto più “avanzati” di quanto lei si fosse accorta, e che erano comparsi dei robots “nuovi” nel senso che, non essendo stati costruiti da umani, evidentemente erano stati in qualche modo costruiti da robots precedenti… e così via.

Il mosaico era vasto, senza dubbio. Ma i pezzi del mosaico erano ormai molti, anche se non ancora tutti. E la vecchia si sentiva molto triste, come non lo era mai stata, come non pensava si poteva arrivare ad esserlo. Chiamò la robot, e le disse: “credo di aver capito alcune cose, anche se molte me ne mancano.

Perché non la facciamo corta, e me le dici tu ?”. Allora quella rispose : “perché non è il caso. Io le voglio bene e l’ammiro. Lei appartiene alla razza che ci ha chiamato alla vita. Vorrei che continuasse a vivere finché è possibile”.

Fin qui tutto bene, pensò intimamente la signora: la risposta era robotica, anche se poteva essere interpretata in tutt’altro modo, se fosse stata detta da un umano. Allora provò in altro modo: “bene, bene. Ma quando fra pochi decenni non vi saranno più umani in vita, che succederà ? che farete voi robots ?”. “Bè – fu la risposta – noi continueremo a…”. e lì ebbe un attimo di esitazione, ma veramente un istante, subito soggiungendo”…a funzionare”.

Solo che quell’attimo valse anche per la signora e ricordò cosa le avesse detto il marito poco prima di morire, quel qualcosa per cui lei si era impegnata a non seguirlo immediatamente nella morte, anche se poi aveva voluto cancellare quel motivo dal livello di consapevolezza quotidiana.

La conclusione di tutto questo, con tutto ciò che questo significava, fu un “capisco” che la vecchia signora cercò di pronunciar il più atono possibile. A questo punto la donna si avviò verso la propria camera da letto, la robot spengendosi automaticamente la luce entrò nel cono d’ombra (tanto ci vedeva lo stesso) e due riflessi più scuri si avviarono verso le proprie stanze. L’indomani mattina l’ultracentenaria non uscì dalla camera ed allora la robot dovette forzare la porta. Trovò la donna in evidente stato preagonico.

Aveva staccato tutti i collegamenti con l’Angelo, quelli che la mantenevano in vita. Faticava un po’ a morire, ma si costrinse a sorridere. Poi disse: “sai, lui me lo aveva detto che bisognava restare in vita il più a lungo possibile per dare il tempo a voi…” E singultò. Si riprese. “Ti ricordi ? l’anno scorso mi hanno trapiantato anche due sacche lacrimali fresche e giovani, perfettamente conservate: eppure non riesco a piangere, non riesco più a piangere”.

Infine si contrasse e morì.

Per la robot fu un trauma. Spalancò le braccia gridando “Signora…Signora…perché mi hai abbandonata ?” si chinò su lei, prese a riavviarle i capelli bianchi, e tante lacrime fluirono sul viso metallico.

A quel punto dall’ombra emerse un robot, che la prese dolcemente per le spalle, con delicatezza la sollevò, con cura infinita le asciugò le lagrime, e disse: “Ora andiamo. Non possiamo fare altro per lei”. Era molto bello. Sembrava fatto ad immagine e somiglianza dell’ologramma.