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STORIA DELLO SCIAMANO E DI UNO SCIAMANNATO


venerdì 2 novembre 2018 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Molti secoli orsono viveva in Cina un grande Maestro, che era anche un grande Sciamano e Santo, famoso per le risposte sibilline che dava ai discepoli, ma anche inequivocabilmente sapienti ed impegnativissime.

Il tempo passava, e la fama di questo Maestro cresceva. Divenne presto risaputo che bastava fargli una domanda, per avere poi di che riflettere sulla sua risposta per anni ed anni, spesso per tutta la vita, tanto risultava profonda.

V’erano addirittura discepoli che si organizzavano per potersi poi ritirare a meditare quanto occorresse: cioè sistemavano i propri affari, salutavano amici e parenti come partissero per un lunghissimo viaggio, poi andavano a porre la domanda che avevano in cuore al grande Sciamano, e quindi si ritiravano a meditare… in una situazione che in genere finiva col durare anni ed anni, dato che i quesiti tendenzialmente erano profondi, profondissime risultavano comunque le risposte del Santo.

Ed il Celeste Impero era pieno di suoi discepoli ritirati (nel senso di “in ritiro”), discepoli ai quali l’incontro con Lui era stato fatale (nel senso di voluto dal fato), così che poi le loro menti ed i loro cuori erano rimasti inequivocabilmente toccati (nel senso di contattati dallo Spirito e dall’Amore).

Senonché girava per il Celeste Impero un mascalzone, un mercenario vagante, che non era neppure cinese. Non si sapeva bene da dove venisse, certo da nessun paese orientale. Fra l’altro fosse per gli stravizi, fosse perché di razza barbara occidentale, aveva la pelle di un repellente color bruno pallido.

Probabilmente fuggito o cacciato dalla patria per chissà quali misfatti, costui si vantava di avere compiuto grandi imprese, e di essere capace a compierne di ancora più grandi: ma campava in Cina compiendone di assai miserabili… di fatto lo chiamavano ora qui ora lì per piccoli servigi, che ovviamente non rifiutava mai, fosse pure per miserevoli compensi.

Fra i tanti vizi aveva quello di improvvisare grandi concioni, non importa se dinanzi pochi guitti, pur di sparare cavolate; dove passava, seminava scribercoli, come i piccioni seminano cacatine dove camminano… Insomma era uno sciattone, un vagabondo prezzolato, una schifezza d’uomo.

Il fatto è che questo scimunito, girando nel Celeste Impero per raccattare lavoretti dagli altri rifiutati, incontrava spesso discepoli in ritiro del grande Maestro (cui sopra ci riferivamo). E lo sciamannato li derideva, e diceva che il grande Sciamano era un falso Maestro.

La gente ovviamente faceva spallucce a simili stupidaggini, e si allontanava scuotendo il capo con commiserazione, talora mandando lo sciamannato a raccattare sterco nelle stalle, per così dire.

Ma venne una brutta notte, di quelle proprio da tregenda. I bambini piangevano senza motivo, le donne urlavano senza ragione, gli animali correvano all’impazzata, persino le piante raggrinzivano impazzite. E lo sciamano dette di senno, cioè finì ammattito del tutto.

Sapete com’è: ogni tanto la natura ha di queste crisi, e sono sempre i più deboli che soccombono. Resta il fatto che costui perfezionò il folle piano, che aveva già vagolante da tempo: smascherare il grande Sciamano, dimostrare cioè pubblicamente ch’era un falso Maestro. Ed ecco come fece (o meglio presunse di fare).

Si travestì da umile discepolo, andò dallo Sciamano, dichiarò la propria volontà di trovare il Vero, versò la rituale moneta d’oro nella cassa del Maestro con una mano (mentre con l’altra se ne fregava dieci), gli giurò devozione eterna, gli baciò anche l’anello e gli leccò anche il piede, ricevette cerimonialmente la medaglia con la santa effige, e finalmente potette fare una domanda per cominciare ad avviarsi sulla via della ricerca verso la Verità.

Per quanto concerne la domanda, improvvisò sul momento, tanto l’una valeva l’altra, egli pensava nella sua scemenza.

Per la cronaca, domandò: “Maestro Sciamano Santo, che cos’è la deduzione ?”. A quel punto sopraggiunse un misterioso silenzio, il tempo sembrò fermarsi, il Maestro rientrò in se stesso, vagò per i cieli infiniti, contattò l’Eccelso, ridiscese per portare pietosamente la risposta all’insignificante discepolo, e riemergendo dai propri imperscrutabili meandri rispose con dolcezza e sapienza: “vedi l’induzione. Medita su essa, e saprai cos’è la deduzione”. “Possibile – pensò lo scimunito - che questo sia un Maestro sul serio ? Certo la sua risposta è parecchio profonda”.

E se ne andò.

Dopo qualche giorno tornò, tutto imbellettato e damascato, cioè truccato da donna (ovviamente per non farsi riconoscere). E rifece tutta la traila come se fosse un’altra persona, una discepola. Dichiarò la propria volontà di cercare il Vero, versò la rituale moneta (e se ne fregò altre dieci), giurò, baciò, leccò, ricevette un’altra medaglia, e finalmente potè fare la domanda per cominciare ad avviarsi sulla via etc.

Per quanto concerne la domanda, gli venne in mente sul momento, anche se lì per lì non gli parve molto originale. E domandò: “Santo Sciamano Maestro, che cos’è l’induzione ?”. A quel punto sopraggiunse il già noto misterioso silenzio, il solito tempo si fermò, il Maestro rientrò, vagò, contattò etc. E rispose: ”vedi la deduzione. Medita su essa, e saprai cos’è l’induzione”. “Mannaggia, pensò la scimunita, cioè lo scimunito – lo dicevo io che questo era un bidone. Sembrano risposte, ma in pratica non risolve mai niente” e se ne andò.

Aveva smascherato il trucco, e questo gli interessava. Ma ci voleva una prova tangibile. Prese allora due amici (un ladro e una prostituta, per la cronaca: d’altro canto, che amici poteva avere mai un tipo come questo ?). Comunque li addestrò, dette loro mezza moneta ciascuno, e li mandò dal grande Maestro a distanza di qualche giorno uno dall’altro.

Il ladro, camuffato da umile discepolo, fece tutta la cerimoniale trafila e alla fine chiese: “Sciamano Santo Maestro, poiché sono sordo dalla nascita, ti prego, scrivimi su questa tela la risposta che darai alla mia domanda: che cos’è il tempo ?”. A quel punto il Maestro fece tutta la santa trafila, e scrisse sulla tela: “vedi spazio. Medita su esso, e saprai cos’è il tempo”. Poi andò la prostituta, camuffata da umile discepola, fece la trafila e chiese: “Maestro Santo Sciamano, poiché sono sorda a causa di un trauma passato, ti prego, scrivimi su questa tela la risposta che darai alla mia domanda: che cos’è lo spazio ?”. A quel punto santa trafila, e il Maestro scrisse sulla tela potete immaginare da voi. La prova tangibile c’era, secondo il malvagio scimunito. Ma siccome costui era pazzo, non scemo, prevedendo che qualcuno avrebbe potuto obiettare che le due risposte scritte fossero per caso reciproche, e che dimostrassero che si trattava di un sistema simulatorio, prese altre coppie di disgraziatissimi amici, li addestrò, e mandò alla spicciolata dal grande Maestro. Fu così che dopo un certo tempo disponeva di un grosso pacco di prove al riguardo. Le risposte erano puntuali.

Per il logico, si leggeva “vedi illogico”, e viceversa; per amore “vedi odio” e viceversa; per mutevole “vedi fisso” e così via.

Alla fine vinse dunque lo scimunito, direte voi sconsolati. Niente affatto: le forze del male non prevalgono mai. Quando egli rese pubbliche le prove, secondo lui, dell’infamia applicata dal grande Maestro, il popolo furente bruciò le tele e tentò di linciare lo scimunito e i suoi accoliti.

Quel pugno di imbecilli che restò si difese con armi strane ed improvvisate, poi sfondò l’accerchiamento, e si dileguò all’orizzonte.

Probabilmente saranno tornati alle loro terre d’origine, o saranno andati a fare danno altrove. Che cosa ci importa.

L’importante è che ce ne siamo liberati per sempre, e che tutto sia tornato alla normalità quotidiana ed alla sapienza eterna.