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Anand Nagar: La «Citta’ della Gioia»

Alla scoperta della vita negli slum di Calcutta
giovedì 20 marzo 2008 di Gaetano de Crecchio

Argomenti: Luoghi, viaggi
Argomenti: Ricordi


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De Andrè in uno dei suoi pezzi cantava: “…dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori” e, la Città della Gioia, lo slum per antonomasia di Calcutta ne è l’esempio lampante. Una superficie poco più estesa di tre campi da calcio per settantamila persone il cui salario medio pro capite varia da tre a dieci rupie al giorno (circa dieci centesimi di euro), senza acqua corrente, fognature, strutture sanitarie, luoghi di aggregazione, ecc., insomma uno di quei posti “senza”.

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Fabrizio De Andre
Via del Campo

Ma voi riuscite ad immaginarvelo? Voi avete una pallida idea di che cosa significhi?

Io assolutamente no, ma poi ci sono stato e, quello che vi racconterò è solo una parte di ciò che ho visto, annusato e sentito attraversando quegli angusti vicoli eppure così pieni di vita e speranza. E poi, c’è un’altra cosa da dire, per essere onesti fino in fondo: molte cose le porto dentro di me, sono lì nel mio cuore come attimi tutt’altro che fuggenti, sono ricordi limpidi per i quali però ancora non riesco a trovare le parole giuste, non sono ancora in grado di renderli “leggibili”. Ma questa, come mi capita spesso di scrivere, è un’altra storia.

Sono circa le sei e io cammino lungo un fumoso, ultra trafficato e rumorosissimo stradone; nulla di strano penso, nulla di diverso da ciò che ho visto sino ad ora a Calcutta. Il traffico è delirante come su ogni altra strada di questa immensa città.

I salesiani che mi guidano verso la famigerata “Città della Gioia” considerata da tutti come una “accozzaglia di Intoccabili”, mi dicono che la situazione dello slum è molto delicata, che le condizione igienica è spaventosa, che malattie come la lebbra, il tifo, il colera, la tubercolosi e una lista infinita ancora di disgrazie sono all’ordine del giorno, insomma un inferno quotidiano. E poi la delinquenza, lo sfruttamento minorile, la prostituzione, le mutilazioni inflitte per far fruttare al “meglio” la giornata lavorativa dei mendicanti e, tante altre “mattità”, come diremo noi abruzzesi veraci.

Non che tutto ciò si svolga direttamente all’interno delle cinta della baraccopoli ma poi è qui, che alla fine della giornata tutti questi “disgraziati” tornano a coricarsi, se fortunati, sotto un mosquitero. “Allora” - ho chiesto ad uno dei miei accompagnatori - “mi preparo al peggio?”. Lui mi ha guardato fisso negli occhi con un’espressione rilassata del viso e mi ha detto: “Preparati solo a rimanere sbalordito da ciò che vedrai li dentro. Preparati solo a questo”.

Che dirvi, aveva assolutamente ragione. Un luogo di disperazione, di dolore, di tribolazione e di morte nel quale però sbocciano come mandorli in fiore la speranza, la gioia, l’entusiasmo, la comprensione e il sostegno corrisposto e incondizionato.

Nella Città della Gioia, come sostiene il grande Dominique Lapierre, “nonostante tutto, l’accumulo dei fattori catastrofici si trovava equilibrato da altri fattori che permettevano agli abitanti non solo di rimanere pienamente uomini, ma altresì di superarsi e diventare uomini-modello-di-umanià. Si praticavano l’amore e l’aiuto reciproco, la spartizione con chi era anche più povero, la tolleranza verso ogni fede o casta, il rispetto per il forestiero, la giusta carità per i mendicanti, gli infermi, i lebbrosi e perfino i pazzi. I deboli venivano aiutati invece di essere annientati, gli orfani immediatamente adottati dai vicini, i vecchi presi a carico e venerati dai figli.

Contrariamente agli occupanti delle bidonville del resto del mondo, gli ex contadini rifugiatisi non erano degli emarginati”. Insomma, come ho detto in precedenza: un fiore colorato e dal buon odore su un mucchio di letame fumante.

La maggior parte degli oltre centocinquantamila abitanti per chilometro quadrato sono contadini approdati a Kolkota a cercare fortuna, lavoratori dalle poche pretese a cui la città non ha saputo dare delle risposte, a cui la baraccopoli, Anand Nagar o Città della Gioia che dir si voglia, ha offerto una “via di scampo”, un anfratto dove potersi rifugiare.

Per lo più persone avvezze a vivere all’aria aperta, a pieno contatto con la natura; uomini, donne e bambini abituati a svegliarsi con il chichirichì dei galli, a sentire il profumo dei fiori e della terra bagnata dai monsoni, a passare la maggior parte delle proprie giornate chini, nelle risaie, con i piedi immersi nel fango. Esseri semplici a cui la “civiltà” ha negato un posto di lavoro, un piatto sotto i denti, un tetto sulla testa ma a cui non è riuscita a sradicare la speranza, la dignità umana.

Camminando per le viuzze della baraccopoli, non vi è l’ombra di un alberello o di un cespuglio, non una pianta, non un uccellino, una farfalla o che so, un grillo. Gli animali che vi si incontrano sono per lo più corvi che rovistano nella immondizia al fianco di “qualcun” altro e insetti “fastidiosi” come mosche, moscerini, tafani e soprattutto zanzare che nelle fogne a cielo aperto che accompagnano la mia “passeggiata”, trovano l’habitat ideale per vivere e riprodursi. Insieme a loro, orde di cani “pattugliano” il territorio alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti e, nulla troverebbero se non fosse per la generosità degli uomini che, nonostante abbiano veramente poco di che vivere, non esitano ad offrire un tozzo di pane ai loro “compagni di sventura” a quattro zampe.

Insomma, un luogo la Città della Gioia caratterizzato dalle contraddizioni, un luogo magico che anche nelle zone più in ombra sembra serbare una “magia” inaspettata che mai avresti creduto fosse possibile: quella grazie alla quale, nonostante tutte le sventure, i dolori, le paure, le ingiustizie, le sopraffazioni, ecc., gli abitanti dello slum riescono a gioire del poco, pochissimo che hanno e a sperare ancora in un “giorno migliore”.