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FAVOLA DEL TROPPO TARDI E DEL TROPPO PRESTO


domenica 22 luglio 2018 di Andrea Forte, Vivi Lombroso

Argomenti: Opinioni, riflessioni


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Le favole –si sa – possono essere liete o tristi, ma in tutti i casi sono belle, o non sono favole (o perlomeno così dicono).

Questa che stiamo per raccontarvi non è bella, forse perché non è una vera e propria favola, o forse perché noi non sappiamo raccontarla bene, o forse perché risulta così strana e così triste da sembrare brutta e stupida, pur non essendolo in fondo in fondo ma molto in fondo. Comunque sia, la favola è questa.

C’era una volta un bambino molto povero, che viveva fra gente molto povera, in un paese molto povero. Gli mancava sempre qualcosa: se stava fra dei muri, mancava la luce; se doveva uscire, mancavano le scarpe; per giocare mancava la fede; per la tristezza, mancavano le lagrime; per dormire, mancava una coperta; per stare svegli, mancava un motivo; per fuggire da quel paese devastato dalla guerra, mancava il coraggio; per restarvi, mancava l’acqua ed il mangiare, e così via. La cosa della quale se ne aveva tanto era il tempo. E la paura.

Nato e cresciuto in periodo di guerra, al bambino sembrava che non sarebbe finita mai. Eppure il tempo di quella paura finì. “Ora siamo liberi” sentiva dire in giro. “Che vuol dire che siamo liberi ?” chiese allora il bambino. “Che si può andare dove si vuole, che si può dire ciò che si vuole, che si può tentare quel che si vuole, che si può fare quello che ci pare” gli risposero, ridendo e piangendo nello stesso tempo. “Ah –pensò il bambino – sembra proprio tutto il contrario di prima. Proviamo!”

E cominciò il tempo del desiderio. Prese irrequieto a girare, provare, scambiare, fantasticare, fare… e più faceva, e più gli andava di fare, e più si divertiva un mondo a fare, anche quando le cose non andavano (ed era la maggioranza dei casi).

E venne il tempo della furia. Continuava ad andare, sempre più veloce, ancora più veloce… da un paese all’altro, da una scienza ad un’altra, da un amore all’altro, da una filosofia all’altra, da un lavoro all’altro, da una fede all’altra e così via. Girava, correva, saltava, ballava. Si divertiva, molto si divertiva, ma non era contento, non era contento affatto.

E venne il tempo della follia. Cominciò ad aggredire, fuggire, torcere, tradire… ebbro, ma disperato. Assaliva sempre più ferocemente, fuggiva vigliacco, strisciava in mille agguati, si esaltava contro nemici troppo grandi per lui… sempre più farneticante ed alienato da sé e dalle cose, sempre più isolato e soffocante nella sconfitta disperata.

E finalmente venne il tempo della riflessione. Si rese conto allora con chiarezza di quello che in passato intuiva fosse il problema, il nocciolo della questione: il fatto che non riusciva a coi coincidere con gli spazi e con i tempi. Incontrava una persona troppo tardi o troppo presto. Trovava un oggetto, troppo tardi o troppo presto. Scopriva un luogo, viveva una esperienza, succedeva un fatto… magari di un’inezia troppo tardi o troppo presto. Verificava se stesso per certe cose troppo tardi, per altre troppo presto. In alcune dimensioni era precoce, in altre uno scemo. Aveva qualche minuscola abilità sul passato e sul futuro, ma non riusciva ad afferrare l’attimo, a far coincidere il presente col presente, a coincidere esattamente con se stesso. Urlava, piangeva, implorava, malediva… ma non c’era niente da fare. Si fece servo degli altri, si fece padrone di altri, si fece servo e padrone di se stesso. Ma non funzionava. Perplessità, paura, rabbia… perché non si riusciva a far coincidere l’attimo ed il luogo fra loro, e ciascuno in sé ?

E venne il tempo della semplicità. Quel bambino ormai divenuto adulto, si rassegnò al fatto che la guerra non era affatto finita, che anzi non sarebbe mai terminata, che addirittura si esasperava progressivamente. Quel bambino, ormai adulto, si rassegnò al fatto che non era vero –come gli avevano detto da piccolo- che si era tornati liberi… anzi, si tornava ad essere sempre più schiavi, tirati da due folli catene: più si pretendeva, meno si aveva; meno si pretendeva, più ti veniva tolto.

Ed allora quest’adulto sorrise, così… semplicemente.

Ma il fatto di sorridere gli fece tornare alla mente un versetto che aveva scritto da piccolo. Per la cronaca, il versicolo diceva: “e il mio sorriso di ebete si addice a questo triste spettacolo”. Niente male per essere un bambino, pensò l’adulto, anche perché ricordava bene tutto quello che aveva inteso dire con quelle parole. Ed allora sorrise di aver sorriso poco prima. Poi si fermò, e gli venne di pensare: presto sorriderò di aver sorriso di sorridere.