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Dalla Maiella a Calcutta e Katmandu tra i bambini di strada

L’altra faccia della medaglia

Quella che in pochi sembrano voler guardare negli occhi...
mercoledì 12 marzo 2008 di Gaetano de Crecchio



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La notizia…

Il sole sta calando e io, sulla Maiella madre, sono disteso su un prato d’altura, tutt’attorno è giallo, rosso, arancio, fucsia, un’esplosione incontrollabile di colori; il cielo ha preso venature che hanno del soprannaturale, sembra che una scintilla da un momento all’altro debba appiccare l’incendio: è il vento caldo che viene dall’Africa, il Libeccio ad esserne l’artefice. Chiudo gli occhi e, per un momento mi abbandono al silenzio e ai miei sogni; per un momento mi metto ad “ascoltare”. Non è un suono a richiamarmi alla realtà ma un tremolio insistente alla gamba, penso che sia per la strana postura che ho assunto su quel tappeto profumato ma, mi muovo e quel tremore continua. Infilo la mano in tasca e ricordo di aver tolto la suoneria e inserito la vibrazione al cellulare per allontanarmi dal mondo ma, qualcuno non si era arreso e continuava a cercarmi. Sul display lampeggiante c’è il nome “Fondazione Mago Sales” che appare e scompare: rispondo. Qualche minuto dopo inizio già a sentire i clacson delle macchine, i forti odori, i campanelli dei risciò, le urla dei mercanti, il rintocco delle campane, il rullio delle ruote sacre che girano, lo sventolare delle preghiere al vento.

“Si parte fra un mese” - mi dice Don Silvio Mantelli, in arte Mago Sales - “Andiamo a trovare i bambini di strada di Calcutta e Kathmandu. Devi fare delle fotografie per allestire una mostra, per diffondere il messaggio del Diritto al Sorriso per ogni piccolo e indifeso della Terra”.

Realizzo. Erano loro, i bambini di strada a chiamarmi; non ho esitato un attimo, non posso che andare ad ascoltare quello che hanno da dirmi ho pensato…

L’arrivo…

Dopo otto ore e più di volo sopra alle nuvole io e Don Silvio, presidente della Fondazione, alle tre del mattino rimettiamo i “piedi a terra”. All’aereoporto di Calcutta ci stanno aspettando per portarci a poggiare la testa sul cuscino. Ci guardiamo un po’ attorno sotto lo sguardo inquisitorio delle guardie nella sala d’attesa e, decidiamo di uscire fuori per farci riconoscere. Ci aspettavamo due salesiani ma invece, il primo ad avvicinarsi è un bimbo di sei, sette anni a cui non riesco neanche a dare una caramella, e poi, dopo averlo quasi travolto, un’orda impazzita di tassisti, “uomini cavallo”, guide improvvisate, venditori di frutta e altri ancora, senza che noi gli avessimo detto nulla, ci urlano che sapevano dove portarci. Il mio sguardo e quello di Don Silvio si incrociano e, fuga in battente ritirata.

Alle cinque del mattino finalmente sono sotto il mosquitero. Fisso il soffitto e penso ad una scena che ho visto pochi minuti prima. Nel buio tra i rami di un albero c’era un cartellone pubblicitario: sullo sfondo il viso di una bella donna dai tratti occidentali e affianco la scritta “Successfull is woman”; peccato cha sotto ai suoi piedi un gruppetto di bimbe rovistava nell’enorme montagna di immondizia per cercare qualcosa da mangiare. Abbasso lo sguardo, chiudo gli occhi e penso che domani sarà una giornata all’insegna delle contraddizioni, che domani, sarà veramente un altro giorno, di quelli che non potrò dimenticare…

Kolkota e Kathmandu

Pensare di scrivere tutte le storie che mi hanno raccontato sarebbe da pazzi, quello che seguirà sarà un resoconto emozionale, una sintesi “striminzita” di quello che è stato, degli incontri con luoghi e persone, con un mondo che gira in modo totalmente differente dal nostro. Le altre le porto con me, dentro di me ma, non sono solo per me, sono di chiunque voglia ascoltarle.

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India

In entrambe le città il traffico è indescrivibile: per la via si accalcano fiumane straripanti di persone, taxi, corriere, carretti tirati da uomini o biciclette e, nonostante l’evidente caos, tutti sembrano seguire un ordine, una direzione. Sui “marciapiedi” o meglio sul ciglio della strada, tra gas di scarico e fogne a cielo aperto, tra la vita e la morte, migliaia di persone vivono in condizione inimmaginabili. Tra queste, una gran fetta dei “condomini dell’asfalto” sono bambini tra i 5 e i 14 anni. Sono i così detti street children , bambini che spesso per lo stato e la burocrazia non sono mai nati, bambini senza genitori, senza casa, senza cibo e acqua potabile, senza medicine e assistenza, senza diritti, senza tutela, ecc.: bambini “senza”, bambini che ne hanno viste di “cotte e di crude”; che sulla pelle e molto più spesso sull’anima portano cicatrici indelebili.

Passo le mie giornate in dei “centri” nei quali sono liberi di entrare e uscire quando vogliono, li osservo mentre studiano, giocano, mangiano e, dopo un po’ di tempo passato insieme iniziano a raccontarmi le loro storie. Le ascolto e spesso sento le lacrime che vorrebbero scivolare sulle guance, le orecchie che vorrebbero chiudersi per non sentire, le dita delle mani intrecciarsi per il nervosismo ma, ciò che più mi “schiaffeggia”, che più mi fa tremare ed aver paura, che mi sconcerta lasciandomi senza fiato sono i loro sorrisi, quegli occhi che per ringraziarti di una carezza, di un abbraccio, di una parola, dal buio tenebroso del ricordo, passavano ad una lucentezza scintillante…

Due testimonianze…

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Nepal - Katmandu

Ekam aveva tra i dieci e i quindici anni, se ne stava in disparte mentre tutti gli altri giocavano in cortile con la palla. Mi sentii chiamare, voleva che andassi a sedermi li vicino e, poco dopo, mi ritrovai a chiacchierare con lui. Ero davanti ai suoi occhi profondi a cercare di non perdermi dentro quando mi chiese il mio nome, se avevo i genitori, se in Italia eravamo ricchi o poveri, se ero innamorato e poi, dopo avere preteso delle risposte esaurienti, ha iniziato a raccontarmi la sua di storia. Mi disse che il Signore oltre a “riprenderglisi indietro” le gambe, si era portato via con se anche il papà e la mamma, che la vita a Calcutta per i childrens è molto dura, che c’è una grossa, spaventosa povertà e, tanto altro ancora. Ricordo che lo guardai, che mi sentii piccolo piccolo, il senso di colpa era enorme; gli feci una carezza per “scusarmi”, per “dirgli” che mi dispiaceva, gli diedi un pizzicotto sulla pancia e lui: si fece una grossa risata. Sembrava aver già dimenticato ciò che avevo risposto alle sue domande. Io, sono esattamente quello che lui non ha e non è, e che non potrà mai neanche immaginare di avere o essere. Io ho sempre i “verdoni” in tasca, sono bianco e giro con una sfavillante macchina rosso fuoco; ho una famiglia e molti amici che credo siano le uniche cosa da salvare, e tante altre cianfrusaglie davvero “inutili” che “ammobiliano” la mia esistenza senza rendermi soddisfatto, figuriamoci felice. Forse questo traspariva dal mio sguardo occidentale, dal mio modo di gesticolare o dalla mio sorriso “appassito” ma, credo proprio che Ekam l’avesse capito in qualche modo, credo che lui pensasse che io fossi solamente un altro compagno di sventure, con fantasmi completamenti diversi da quelli che vedeva lui, ma pur sempre un compagno di sventura, come tanti altri.

La differenza tra me ed Ekam era nel fatto che lui malgrado tutto riusciva a sorridere ancora. Io, e penso molti altri come me, spesso non riesco più a farlo…

Kathmandu, 13 aprile 2007

Una di loro si chiamava Ambuja, avrà avuto sette o otto anni, era stata trovata attaccata ad una catena, aveva subito violenze di ogni tipo e le cicatrici che portava con sé erano visibili: sia quelle lasciate dalle cicche delle sigarette e bastonate, sia quelle nel cuore e nella mente, e si, perché Ambuja ormai era diventata matta. Lo ricordo come fosse ora: io ero seduto a terra e lei, per una ventina di minuti mi girò attorno studiandomi poi, tutto ad un tratto si fermò, prese un cuscino e lo mise sulle mie gambe, ci si stese sopra e, non potrò mai scordarlo, mi prese la mano e la appoggiò sul suo viso. Voleva delle carezze Ambuja, solo quelle, voleva un po’ di coccole e attenzioni e, per ringraziarmi, mi regalò innumerevoli risate. Non la dimenticherò mai Ambuja…

Io ho scelto di raccontarla così “La mia Asia”, ho scelto di chiudere le porte alla disgrazia e aprirle al sorriso. Moltissime cose mi hanno fatto vacillare per la loro spietatezza e crudeltà ma, quanta gioia, quanta voglia di vivere, di continuare a campare, di non mollare. Questo è quello che ho visto, su quelle mani distrutte dal lavoro, dietro a quella maglietta lurida e stracciata, sotto quei pantaloni che ormai hanno buchi ovunque, su quei piedi che hanno percorso milioni di chilometri senza sapere cosa sia una scarpa, in quegli occhi profondi in cui spesso si riflette la morte, dietro a quel volto segnato dalle difficoltà e dalla fame io, ho visto la serenità, la voglia di continuare a sperare, la forza di non lasciarsi andare, di seguitare a credere nonostante tutto, nella possibilità di un futuro migliore…