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UNO SGUARDO A MUNCH

PITTORE DELL’ANGOSCIA
sabato 4 giugno 2005 di Carlo Vallauri

Argomenti: Arte, artisti
Argomenti: Mostre, musei, arch.


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Percorrere le sale del Vittoriano per vedere le opere pittoriche e grafiche di Edward Munch consente di riflettere sulle vibrazioni profonde del suo animo nell’avvertire le sopravvenienti tragedie che attendono le terre che ha conosciuto e visitato, nelle quali ha formato il suo carattere e la sua arte, e che ha saputo rappresentare con straordinaria espressività In queste note che vogliono essere soltanto ricerche sui profili di personalità che hanno spiegato la loro età nei campi artistici va sottolineata la distanza tra il mondo nel quale è nato ed è cresciuto e le realtà nelle quali si è confrontato, con la grande pittura francese e tedesca, con Van Gogh, con i simbolisti e con la poesia amara di quell’epoca.

Quando l’artista norvegese venne a Roma la sua attenzione fu naturalmente attratta dai maggiori artisti che qui avevano concepito i loro capolavori e da essi ha saputo trarre il senso di una universalità autentica. Ma la maggiore influenza l’ha derivata dagli impressionisti a Parigi. Il naturalismo nordico veniva a coincidere con le sue pulsioni interiori, le drammatiche convulsioni delle perdite familiari, l’esigenza di esprimere quel senso di solitudine e di separatezza che lo accompagnerà a lungo. Egli presenta individualità nei momenti di dolore, sacrificio, abbandono ma proprio da queste caratteristiche trae motivi per manifestare le sue ansie. Vi sono nelle sue opere i segni di una percezione intellettiva che si esprime compiutamente negli oli migliori. Oggi si tende ad amplificare retoricamente ogni evento di distruzione, a ripetere atti di pietà, nel passaggio dal XIX al XV secolo, Munch dimostra che cosa significhi piegarsi nelle asprezze e sui dolori dell’esistenza. Si guardi alle sue Madonne, lo stupendo olio, e le litografie: come una Madonna desnuda. Ma che cosa quel nome se non una “donna” nella intimità della sua essenza spirituale? Non spetta a noi qui indicare particolareggiatamente specificità di singole opere. Vogliamo però richiamare l’attenzione su alcune di esse. Dai personaggi nordici alla costa nizzarda, da un bell’albero di mele alla donna vista come ragazze splendenti di giovinezza (“pubertà”) o angosciate, o supplici, vi sono mirabili rappresentazioni visive. Ma le visioni più suggestive sono i ritratti a cominciare dall’autoritratto (con febbre, a seguito del morbo della spagnola, 1919) alle varie figure dei bravi professionisti borghesi e delle decorose signore. E la struggente immagine femminile del poster per la mostra lascia adito a intuire anche i momenti di sperabile felicità. La donna sulla spiaggia apre la parte di una umanità meno dolente mentre “Eredità”, e “La morte nella stessa stanza” ricordano gli accadimenti tristi della sua vita. A sua volta “Amore e psiche” coglie i misteri più ascesi. E lo straordinario pregio della sua mano si rivela soprattutto nel delineare volti e momenti di un intreccio tra due secoli che ha registrato sconvolgenti novità,. Ma ciò non tange il suo spirito elevato che fa dell’essere umano, con le sue titubanze ed attese, sofferenze e sospensioni liricamente espunte, il centro del mondo. E le tre “Ragazze sul ponte”, viste di fianco e da dietro, con i colori accesi dei vestiti, le case e il verdeggiare restano punti fermi,, memorabili. Siano consentite due osservazioni: la prima riguarda il vezzo di “parlare” cui si dà spago in queste occasioni a troppe persone, va benissimo per gli esperti, a cominciare dal prof. Strinati sempre godibile nelle sue introduzioni o delle poche parole del prof. Bonito Oliva nel breve filmato, ma appaiono superflue far parlare politici locali, che non possono aggiungere nulla d’interessante, tanto più che il pluralismo è valido, ma rischia di essere ripetitivo. L’altra nota riguarda la mancanza (per breve parte della mostra) della indicazione dell’anno di composizione delle singole opere: forse per affidarsi alla evidente universalità dell’artista, che supera distanze di spazio e di tempo? Ma la conoscenza di certe date può riuscire utile. Sarà forse un mio difetto professionale.

Il bel libro Soltanto una vita mi ha riportato alla memoria la prof. Laura Lombardo Radice che avevo conosciuto quando ero studente al Mamiani. Pur non essendo stato direttamente alunno della sua classe, nel ginnasio superiore, ne avevo apprezzato la qualità in occasione di esami, supplenze ed era una insegnante nota anche per la sua libertà di pensiero. Mi ricordo inoltre di un giovane supplente che venne a sostituire, in prima liceo, il nostro professore di storia e filosofia, prof. Mercanti - preparatissimo a livello universitario, come ho potuto poi constatare. Appena arrivato in classe, chiese a che punto eravamo nello svolgimento del programma: fui sollecitato dai miei compagni a rispondere e precisai che eravamo giunti alle cause della caduta dell’impero romano. Il professore supplente mi invitò allora ad esporre quel che avevo appreso. Parlai naturalmente di varie cause, tra cui il sopravvenire del cristianesimo, nonché - aggiunsi - il venir meno dello spirito di appartenenza alla stessa comunità, usando, pur consapevole dell’inesattezza, la parola “patriottismo”. Con molta serenità il supplente osservò: si vede che hai studiato, però non si può parlare in quel caso di “patriottismo”, espressione - precisò - spesso usata a sproposito e legata invece solo a specifiche condizioni storiche, ad es. come nel Risorgimento. La spiegazione fu esauriente: in sostanza - conclude - sarebbe meglio usare i termini in senso più appropriato. Compresi quanto fosse giusta quella correzione. Correva l’inverno 1942-43 ... e tanti eventi ci attendevano. E quel professore, prima di riprendere la lezione dopo l’intervallo si intratteneva a lungo a parlare con una supplente d’italiano alla I a. Noi eravamo la I b. Poi seppi che il professore d’italiano era Franco Rodano, Il nostro supplente restò con noi solo per pochi giorni perché poi rientrò Mercanti. Per quanto affezionati a quest’ultimo, ci dispiacque perdere quel supplente che mostrava un modo molto chiaro di spiegare. Mi è sempre rimasto in mente quel supplente per quel che aveva detto e per il modo sensibile con cui mi aveva corretto, metodo che io ho poi cercato di seguire con i miei studenti quando ho insegnato Storia contemporanea a Siena. Ebbene: se non sbaglio il nostro supplente era Pietro Ingrao! Forse si meraviglia per come mi siano restate impresse tante parole ma dipende proprio da quanto quel piccolo episodio influì su di me, in momento particolare, sulla mia formazione.