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LA MIA AERONAUTICA

Il 28 marzo 2018 è ricorso il 95° anniversario dalla nascita dell’Aeronautica Militare come Forza Armata autonoma. Fra storia e ricordi un pensiero di gratitudine.
mercoledì 28 marzo 2018 di Sandro Meardi



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In una carriera professionale, qualunque essa sia, penso si avverta il desiderio, quando volge al termine o è già terminata, di riappropriarsene in tutti suoi significati, per quanto essa ci ha offerto in soddisfazioni personali e per quanto ci ha dato nell’appartenenza ad un comune sentire di squadra. Così, senza presunzioni, ad una ’mia Aeronautica’, ci può essere una ’mia sala operatoria’ per un chirurgo o una ’mia biblioteca’ per un intellettuale o, ancora, ’il mio Corpo Antincendi’ per un Vigile del Fuoco. Tanti ’nostri’ modi di ricordare ed interpretare la storia ed una carriera, quanti sono i mestieri e le professioni.

Credo sia un naturale invito a sé stessi di voltarsi indietro, per riscoprire in un suggestivo tuffo nel passato, gli snodi salienti che ci hanno condotto ad essere ciò che siamo diventati oggi. Talvolta è esercizio mnemonico che fa riaffiorare alla mente ricordi prettamente solitari; talaltra, gli stessi ricordi sono popolati di una folla composta da amici e colleghi i quali, magari meno fortunati di noi, hanno ripiegato le loro ali anzitempo.

Ed in questo riconoscente tributo che dedico all’Aeronautica Militare, il mio primo pensiero è rivolto a mio padre, maresciallo dell’Aeronautica deceduto all’età di 51 anni, quando io ne avevo 14. Certo, il ricordo di lui si è un po’ sbiadito con il tempo, ma è ancora vivissimo il rispetto ossessivo che nutriva per la propria uniforme azzurra. Quest’ultima, come ogni sera, era meticolosamente controllata in ogni dettaglio, vuoi che fossero le stellette d’argento o i bottoni e i gradi dorati, vuoi che ad essere prese di mira fossero le mostrine delle campagne di guerra, tale da rassicurarlo della loro ben salda tenuta. La rassegna poteva dirsi ultimata solo dopo aver tirato a lucido le calzature, che però al mattino seguente avrebbero nuovamente subìto, prima d’indossarle, l’ultima spazzolata.

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Ma l’orgoglio più grande era quando, io bambino, venivo tenuto per mano da lui che indossava la Grande Uniforme, con tanto di medaglie tintinnanti (ed erano tante) e l’immancabile sciabola. Avvertivo nella mano tutta la sua fierezza, che io facevo mia, seppure attraverso i guanti di pelle marrone da lui indossati e che avrei poi ricordato, negli anni a venire, nell’indossarli a mia volta. Piccole, grandi sensazioni, che ci accompagnano nel corso della nostra esistenza, quasi fossero imprinting positivi capaci di dare significato anche ai gesti più banali.

La “mia Aeronautica” inizia così, con le visite agli Stormi di volo da lui illustratemi, proseguendo poi, con l’ingresso in un collegio militare per orfani della Forza Amata appena due anni dopo la sua scomparsa. Un’adolescenza quindi, segnata dalla rigida disciplina militare, quando invece all’esterno delle mura della caserma, un idroporto nei pressi di La Spezia, gli echi libertari del ’68 giungevano in tutta la loro dirompente voglia di cambiamento. Anni, quelli del collegio aeronautico, ove all’impegno negli studi per il conseguimento della maturità, facevano da cornice lezioni di storia, militare in generale ed aeronautica in particolare, con le innovative soluzioni dell’industria aeronautica nazionale e le imprese dei piloti che diedero lustro internazionale all’ Italia, onorando nel modo migliore quel genio di Leonardo da Vinci che tra i primi, se non il primo, ebbe visione chiara e lungimirante di quanto il mezzo aereo avrebbe significato nella storia evolutiva del genere umano.

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Le pagine di storia aeronautica erano piene di record internazionali, regalati all’Italia da quelli che allora potevano ancora considerarsi pionieri del volo e, ad essi, facevano da cornice epiche imprese umane e professionali, con annessi lutti nazionali per le sfide aviatorie, apparentemente impossibili, talvolta finite in tragedia. Ed il motto latino, ’Virtute Siderum Tenus’ scritto sul cartiglio dello stemma dell’Aeronautica Militare, è lì a ricordarlo, quale sintesi del coraggio, della bravura e del sacrificio di tutti gli Aviatori italiani in tempo di guerra come in tempo di pace.

Annoverarli tutti senza dimenticare qualcuno è impossibile; ma i nomi che hanno scritto pagine memorabili solcando i cieli, sono incisi profondamente nella riconoscenza di tutti coloro che hanno amato l’Arma azzurra, sin da quel 28 marzo 1923 quando nasceva la Regia Aeronautica che per i restanti anni ’ 20 e poi ’30, avrebbe contribuito, più di ogni altra aviazione al mondo, a far definire quel periodo, come gli anni d’oro dell’epopea aviatoria.

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Gran parte delle imprese di quegli anni sono infatti ascrivibili ai piloti italiani, come Francesco de Pinedo e le sue due trasvolate: la Sesto Calende/Tokio e la Elmas/Americhe/Roma, a bordo di un velivolo tutto italiano: l’idrovolante biplano da ricognizione SIAI S.16.

Arturo Ferrarin, che oltre al raid Roma/Tokio, ottenne il primato mondiale di durata di volo in circuito chiuso con un altro velivolo simbolo dell’industria aeronautica italiana: il velivolo terrestre Savoia-Marchetti S.64.

Umberto Nobile e le imprese artiche con i dirigibili ’Italia’ e ’Norge’. E poi ancora le crociere aeree del Mediterraneo, la trasvolata atlantica e quella del decennale (1933) ad opera di quelli che in seguito sarebbero stati conosciuti e definiti i grandi Stormi, o gli Stormi Balbo, per iniziativa del fondatore della Regia Aeronautica, nonché pilota egli stesso delle squadriglie di idrovolanti di marca tricolore.

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Umberto Maddalena, pluridecorato, aviatore della Marina durante la 1^ guerra mondiale e poi ufficiale della Regia Aeronautica alla quale regalò imprese memorabili, quali le trasvolate atlantiche, quelle baltiche, il record di durata di volo in circuito chiuso nonché il merito, nel 1928, di essersi posto ai comandi di un Savoia-Marchetti S.55A alla ricerca dei naufraghi del dirigibile Italia, comandato dal sopra ricordato Generale Umberto Nobile, dispersi nell’Artico. Maddalena riuscì a trovarli già al secondo volo, grazie alla famosa tenda rossa e compiendo poi più sortite per rifornirli di viveri e medicinali, rendendo possibile il loro salvataggio.

Ma dove la Regia Aeronautica con i suoi piloti e le sue macchine lasciò un segno indelebile del proprio passaggio, fu anche in un’altra disciplina particolarmente in voga in quegli anni. Le gare di velocità con gli idrocorsa, rappresentate a livello internazionale con la partecipazione alla più prestigiosa competizione di allora: la Coppa Schneider.

Basti dire al riguardo che per competere al meglio, la Regia Aeronautica istituì il Reparto di Alta Velocità, i cui piloti ai comandi di bolidi idrovolanti, avrebbero in seguito posto in ombra il prestigio di aviazioni blasonate quali quella inglese, francese e tedesca. Due nomi per tutti: il Maresciallo Francesco Agello ed il suo Macchi – Castoldi MC72 con motore Fiat da 3000 CV, che sul lago di Garda strappò il primato di velocità agli inglesi che ad oggi è ancora imbattuto, alla velocità di 709,202 Km/h.

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La Regia Aeronautica però, nella conquista della ’terza dimensione’ non pose interesse solo alla velocità, ma anche alle quote da raggiungere. Il Generale Mario Pezzi fu tra i più coraggiosi e illustri piloti nel panorama internazionale di queste imprese.

Il 22 ottobre 1938 conquistò il primato, decollando dall’aeroporto di Guidonia a bordo di un biplano Caproni CA.16bis con motore Piaggio e cabina stagna, indossando uno speciale scafandro e raggiungendo la quota di 17.083 metri. Il suo primato è ancora oggi imbattuto per biplani con motore a pistoni e con propulsione ad elica, ponendo le premesse già allora, per le future tecnologie a salvaguardia della fisiologia umana nella conquista dello spazio.

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Una tradizione aviatoria quella italiana insomma, della quale se ne rivivono vieppiù le emozioni durante il battesimo del volo, come fu il mio a bordo di un vecchio Lockheed C-119 da trasporto della 46^ Aerobrigata di Pisa. Una Unità, quest’ultima, d’eccellenza per l’Aeronautica Militare e la Nazione tutta, per la sua capacità di proiezione ovunque nel mondo di uomini, mezzi e logistica. E tanti, purtroppo, sono stati gli aviatori periti tra le sue fila. Dall’eccidio di Kindu nel 1961, nell’ex Congo belga in piena guerra civile, ove vennero massacrati 13 aviatori italiani facenti parte delle forze di pace dell’ONU; al più recente, tragico epilogo, durante il ponte aereo di aiuti umanitari nella ex-jugoslavia, quando un G-222 da trasporto della Quarantaseiesima, veniva proditoriamente abbattuto da un missile. Perdeva la vita il Maggiore Marco Betti ai comandi del velivolo, insieme ad altri tre uomini dell’equipaggio. Era il 3 settembre 1992.

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Fortunatamente la ’mia Aeronautica’ non è soltanto lutti, tuttavia mai abbastanza commemorati, come quello più tragico, occorso nel 1988 a Ramstein, in Germania, durante l’esibizione delle Frecce Tricolori allorquando, al termine di una delle figure più spettacolari detta del Cardioide, tre dei velivoli MB-339 del 313° Gruppo Addestramento Acrobtico, più noto come Pattuglia Acrobatica Nazionale (PAN) entravano in collisione tra loro. Perdevano la vita i Tenente Colonnello Ivo Nutarelli, Mario Naldini ed il Capitano Giorgio Alessio, insieme ad altre 67 vittime tra gli spettatori, stimati in oltre 300.000 durante l’esibizione.

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Un prezzo altissimo per tutti, che ha fatto riflettere sui motivi che stanno alla base del volo acrobatico. Quest’ultimo, vorrei ricordarlo, non è fine a sé stesso. Le acrobazie aeree, sin da quando sono state istituzionalmente previste con la costituzione di Reparti ad hoc in tutto il mondo, rappresentano al di là della spettacolarità della loro esecuzione, elemento addestrativo irrinunciabile per qualsivoglia Unità di volo preposta a difesa dello spazio aereo. Non un narcisistico virtuosismo quindi, ma la dimostrazione di capacità rispondenti a precise esigenze operative di macchine e piloti.

Potrei proseguire annoverando decine di altre specialità delle quali la ’mia Aeronautica’ è guardata con stima e rispetto da tutte le altre aeronautiche del mondo. Dall’elisoccorso al rifornimento in volo; dagli Stormi caccia con velivoli di ultima generazione (Eurofighter 2000 ed F-35) al Sistema di Difesa aerea integrato con quello della NATO; dalle Forze di protezione a terra ai velivoli non pilotati; dalle Unità speciali, alle capacità di sperimentazione di avionica e hardware. Sarebbe però esercizio lungo e credo nemmeno indispensabile nell’economia di queste brevi note che desiderano avere il solo sapore, magari un po’ nostalgico, della riconoscenza.

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La ’mia Aeronautica’ è stata e resterà tutto questo. Anzi, sicuramente di più. Quasi un intimo segreto difficile da svelare se non a chi l’ha amata nei suoi affascinanti misteri, in un mix di umanità e tecnologia senza tempo.

Auguri Aeronautica Militare!