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IL CUORE È UNO ZINGARO

ROM: IL CUORE È UNO ZINGARO

Dagli stereotipi alla vita vissuta.
giovedì 1 febbraio 2018 di Marcella Delle Donne

Argomenti: Società
Argomenti: Storia
Argomenti: Popoli
Argomenti: Saggio


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Questa è il terzo capitolo del lavoro “ROM: DAL PORRAJMOS A MAFIA CAPITALE”.

I primo capitoli già pubblicati si trovano qui 1° Un’orda di artisti si aggira per Europa e qui 2° Il popolo rom non esiste.

Costruzione degli stereotipi culturali

Le teorie sulla razza prendono forma nella categoria del gruppo di appartenenza determinato, sul piano biologico, dallo ius sanguinis, concezione che è stata destituita di fondamenti validi dalle scoperte scientifiche dei biologi e dalle ricerche degli antropologi. L’idea di gruppo di appartenenza nazionale si è avvalsa delle categorie di popolo, coscienza nazionale, identità collettiva. Tali categorie vengono costruite artificialmente esaltando alcuni elementi originari mitizzati o totalmente costruiti dalla storiografia.

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Il non senso dello ius sanguinis

Per dar conto del significato dei presupposti su cui si fonda, nella coscienza collettiva, l’idea di gruppo di appartenenza, più che a categorie come popolo, nazione, identità nazionale, la cui natura ideologica non consente, tra l’altro, un uso euristicamente fecondo di esse, faremo riferimento alla coppia concettuale we groupout group, nata in concomitanza con la formazione della coscienza nazionale.

We group e out group esprimono sistemi identitari separati e contrapposti sulla base del potenziale di aggressività strutturale al sistema individuo (Freud) e al sistema gruppo (Spencer), da cui scaturiscono atteggiamenti ostili o sfavorevoli verso lo out group.

Sono concetti con una lunga tradizione di studi, che risalgono alla concezione biologica teorizzata da Spencer (The principles of Ethics, 1879-92), cui si rifà Freud nella sua tesi sulla componente aggressiva della psicologia individuale (Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 1921).

Il sistema del we group, all’interno del quale si acquisiscono i valori e i modi di socializzazione, appare ai suoi membri, sia come spazio-tempo dell’identità collettiva, sia come proiezione del soggetto che in esso si riconosce.

Il sistema culturale del we group acquista, in tal modo, una pregnanza cognitiva e una valenza emotiva fortissima, per ogni membro che in esso conosce e si riconosce. Ai componenti dei gruppi interni al sistema del we group, i membri di ogni altro sistema culturale-identitario appaiono come esterni, come “Altro”, come diversità, come out group.

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Whyte, Street Corner Society, 1943

L’immagine, l’idea che il we group (il sistema dell’identità) si fa dell’’out group (il sistema dell’alterità), viene rielaborata in riferimento alla percezione del sé, come universo di valori positivi, per cui l’Altro (out group), nella sua diversità, sarà definito attraverso giudizi che nascono, non dalla conoscenza di ciò che l’Altro è, come sistema identitario autonomo, ma sulla base di ciò che non è, in rapporto al termine di paragone rappresentato dal sistema di valori del we group (Whyte, Street Corner Society, 1943). In questa prospettiva, i sistemi di credenze riguardo al gruppo esterno, nei quali vengono elaborate generalizzazioni non soggette a verifica (i pregiudizi), prendono la forma di modelli, cioè di stereotipi. (vedi le teorie sul razzismo differenzialista).

Gli stereotipi possono essere negativi o positivi a seconda dell’interesse che il we group ha di interagire o meno con l’out group.

I pregiudizi variano dal favorevole allo sfavorevole a seconda dell’atteggiamento e dal tipo di rapporto che il we group vuole istaurare con l’out group in questione. In altri termini non si presenta un’atteggiamento di aggressività o di ostilità e lo stereotipo dell’Altro rimane limitatamente positivo, quando i membri dell’out group possono essere collegati, come identità, a un contesto che offre garanzie di autonomia sul piano economico, politico, sociale, culturale; oppure quando l’out group, fuori dal proprio contesto reale, viene idealizzato per degli aspetti che appaiono desiderabili al we group. Per esempio, in Sudafrica, in tempi di apartheid, i giapponesi con cui conveniva interagire, vennero definiti con una legge apposita “bianchi onorari”.

Zingaro: ambiguità di uno stereotipo

’Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va? Catene non ha, il cuore è uno zingaro e va-a-a-a...’. ’Prendi questa mano, zingara, dimmi pure che destino avrò...’.
Così recitano i ritornelli di due note canzoni degli anni sessanta, veicolati attraverso i media, nella forma suggestiva e accattivante della canzone popolare.

Ecco due esempi dell’ambiguità degli stereotipi. In questo caso si tratta dello stereotipo dello zingaro. Simbolo della libertà, nella prima canzone, lo zingaro è immaginato libero dalle catene del quotidiano, dalle necessità istituzionali. Libero dalle catene del lavoro, dalle catene di un tempo programmato, ma non da noi, libero dalle catene delle istituzioni, dei modi di vita e delle consuetudini obbliganti, libero dalle catene della nostra condizione di sedentarizzati in uno spazio sociale che ci controlla, ci reprime, ci opprime.

Figura mitica, lo zingaro, ’figlio del vento’, va dove lo porta la sua immaginazione, vagabondo sotto le stelle... Ma c’è di più, la similitudine del cuore con lo zingaro conferisce a quest’ultimo le caratteristiche del primo. Lo zingaro risponde alle leggi del cuore, egli vive nel flusso dei sentimenti, nel palpitare delle emozioni, libero dalla razionalità mercantile che ci governa.

Avere capacità divinatorie conferisce all’essere umano virtù magiche e lo rende simile agli dei. È questa da sempre l’aspirazione degli uomini. ’Prendi questa mano, zingara, dimmi pure che destino avrò...’.

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Romnì che legge la mano

In questo caso lo stereotipo è la donna zingara. In quanto donna essa è il simbolo del mistero della vita, ma come zingara ha poteri magici che la rendono capace di interpretare i segni di questo mistero e disvelare i disegni inscritti nel nostro futuro.

Di solito lo stereotipo si presenta con una identità ambivalente, nel senso che incorpora caratteristiche ambigue che si prestano a interpretazioni in positivo o in negativo (e quindi a rappresentazioni sociali corrispondenti) che variano a seconda di ciò che si vuole l’Altro rappresenti. Rimanendo allo stereotipo dello zingaro, esso isola e incorpora, reinterpretate e idealizzate alcune caratteristiche del gruppo stereotipato, nelle quali vengono proiettate le nostre aspirazioni represse, la nostra immaginazione castrata.

Quando lo zingaro mitizzato perde i suoi connotati ideali e si fa soggetto reale, un soggetto che vive in mezzo a noi, allora nella rappresentazione sociale, che si fa senso comune, lo zingaro diventa un membro della vituperata categoria dei nomadi che vivono senza lavoro, senza dimora, e la cui filosofia di vita è il furto.

In tal senso ’’senza catene’ viene a significare ’senza radici, senza identità, senza il valore lavoro e quindi senza merito’. Lo zingaro è un essere asociale e infido, un nomade senza terra, un parassita, che vive di furti defraudando gli altri, i membri della società civile.

Lo stereotipo che se ne ricava è quello di un estraneo che appartiene ad un contesto percepito come pericoloso, a rischio. La sua è una condizione di subalternità e menomazione nei confronti della percezione che il we group ha di sé. Lo zingaro è Altro, senza status, senza identità, senza diritti, si pone al gradino più basso del più basso strato sociale della società autoctona.

La similitudine con il cuore simboleggia lo zingaro come soggetto irrazionale, pericoloso, incompatibile con l’ordine costituito.

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Zingara chiromante

L’essere investito di poteri magici, divinatori, sotto sembianze femminili ne fa una figura dotata di forze oscure e minacciose. La zingara che predice il futuro riecheggia figure lontane, capaci di malefici, portatrici di sventura.

I Rom e la società italiana

Dagli anni sessanta ad oggi sono passati oltre cinquant’anni, periodo in cui lo stereotipo dello zingaro è andato accentuando le valenze negative, al punto che oggi sarebbero piuttosto improbabili canzoni di successo aventi come soggetto gli zingari in un’accezione positiva. Di fatto, dagli anni sessanta ad oggi la società italiana ha subìto una trasformazione straordinaria , in una direzione che è andata via via esautorando ogni relazione funzionale con le popolazioni rom, aumentando le difficoltà di una interazione.

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Rom anni cinquanta
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Donne rom anni settanta
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Zingare alla fonte dell’acqua

Fintanto che l’agricoltura e la campagna avevano un’organizzazione ancora in parte rurale, le popolazioni rom avevano la possibilità di svolgere un ruolo utile all’agricoltura, pur mantenendosi separate e auto-referenti rispetto alla società italiana.

L’attività di calderai e fabbri, il commercio dei cavalli, la produzione di vasellame di rame, l’artigianato del cuoio e del vimini, le attività itineranti dei circhi e delle giostre, l’abilità di musicisti, erano funzionali per molti versi all’economia e alla società italiana.

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Roma cavallari
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Donne rom al lavoro

In una società dove le università agrarie avevano ancora la loro importanza, era possibile accamparsi e usufruire delle risorse naturali della terra, senza troppi problemi. Fino a sessant’anni fa, in alcune aree rurali le condizioni di vita dei due gruppi, autoctoni e rom, a parte il nomadismo di questi ultimi, non si discostavano di molto. Entrambi legati ad un’economia della scarsità, ad una tecnologia rudimentale, dovevano provvedere alle attività quotidiane in modo simile, come andare alla fonte per attingere acqua, raccogliere la legna per accendere il fuoco, utilizzare gli spazi aperti per i loro bisogni quotidiani, illuminare le notti buie con le lampade ad acetilene, se non con i lumini ad olio.

Per quanto sempre visti con sospetto, per la loro diversità culturale, per il loro vagare, per la separatezza e chiusura rispetto a forme di integrazione, veniva mantenuto nei confronti dei rom un atteggiamento ambivalente di mitizzazione e di rifiuto, che prendeva forma nello stereotipo dello zingaro ’figlio del vento’ e dello zingaro ’sradicato’, dotato di virtù magiche e portatore di malocchio.

Quando la tecnologia avanzata, la scolarizzazione, la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, l’informatizzazione hanno permeato totalmente la società italiana e le sue forme organizzative, le funzioni svolte dagli zingari sono diventate obsolete, il gap tra i due modi di vita si è fatto abissale.

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Nomadi rom sui carri
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Famiglia rom
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Preparazione del pasto rom

La rapidità con cui il cambiamento si è verificato, aggravata dalle forme di emarginazione e di isolamento, poste in atto nei confronti dei rom, non ha consentito ad essi di percepire quanto andava accadendo intorno a loro. Questa mancanza è stata accentuata da una organizzazione sociale legata a forme di vita arcaiche, da una cultura basata su credenze e rituali propri del gruppo e impermeabili verso l’interno e verso l’esterno.

Quella rom è una società dove ancora oggi si attua una trasmissione per contagio psicologico di valori umani e criteri di giudizio, dove il principale veicolo di comunicazione, di significati, di simboli, di definizione del tipo di interazione tra individui, in una parola il codice normativo, viene trasmesso per via orale.

Vorrei ricordare che i Rom comunicano attraverso una lingua straordinaria, il Romanè, che ha molti punti di contatto con il sanscrito e si tramanda da secoli per via orale. Questo loro modo di essere aumenta la difficoltà di comunicare con gli italiani: i gadje (così definiti dai rom), per i quali gli zingari non solo parlano una lingua incomprensibile, ma sono degli analfabeti.

Nella società dei gadjé, dove saper leggere e scrivere, avere un alto grado d’istruzione e di professionalità sono, forse, le cose più importanti, è difficile sopravvivere per una popolazione che risulta essere costituita al 90% da analfabeti.

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Gruppo di bambini rom (anni ’70)
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Interno di un carro rom
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Interno di una roulotte rom

Tutto ciò ha impedito ai rom, non solo un adeguamento della loro organizzazione alle società in cui sono incapsulati, ma anche la presa di coscienza delle coordinate di senso e di scopo del loro esserci in mezzo a noi.

Senza rendersi conto di come e del perché, si sono trovati interdetti, in un mondo incomprensibile, impenetrabile, ostile, un mondo Altro dal punto di vista materiale e metafisico, un mondo che non li conosce, né li riconosce, un mondo dove non c’è memoria della loro presenza e della loro storia.

Condizioni di vita e politiche dei rom in Italia

Nel nostro Paese si sono registrate quattro ondate migratorie della popolazione rom:

  • La prima storica, nel XV-XVI secolo.
  • La seconda, dopo il secondo dopoguerra, 7.000 Rom dall’Europa Orientale.
  • La terza, in seguito alle guerre balcaniche, 40.000 Rom dalla Ex-Jugoslavia.
  • La quarta, si è registrata con l’entrata nell’Unione Europea di Romania e Bulgaria, dalle quali è pervenuto un numero consistente di rom, flusso in entrata ancora in atto, della cui presenza non si hanno stime attendibili.

Dei circa dieci milioni di rom, presenti nell’Unione Europea, in Italia la popolazione rom è compresa tra i 140.000 e i 150.000 abitanti, che corrisponde allo 0,2% della popolazione totale. L’associazione Opera Nomadi stima la presenza dei rom in Italia intorno alle 180.000 persone. 70.000 rom, circa il 50%, sono cittadini italiani (stima del Ministero del Lavoro 2010).

Non si hanno dati ufficiali sulla diffusione dei rom nelle regioni italiane. Nella tabella che segue, figurano i dati più aggiornati delle regioni con oltre 2.000 rom presenti sul territorio.

Presenza dei rom in alcune regioni italiane (stime)
Emilia Romagna 4000 4377487 0,09
Lazio 17000 5557276 0,3
Lombardia 13000 9794525 0,13
Piemonte 6000 – 6500 4374052 0,14
Puglia 2000 4050803 0,04
Sicilia 2700 4999932 0,05
Veneto 5600 4881756 0,11

Tabella Eu-inclusive, rapporto nazionale sull’inclusione sociale e lavorativa dei Rom, 2014 (Bormioli, Cataldo, Colombo)

Un’analisi delle condizioni di vita dei rom mostra come questa popolazione sia ai limiti della sopravvivenza.

Tra la popolazione rom, la presenza di minori al di sotto dei 16 anni rappresenta il 45%, tre volte superiore alla media nazionale (15%) della popolazione italiana della stessa età.

Va sottolineato come la scolarizzazione dei minori rom mostri una grave evasione scolastica. Il numero dei minori rom iscritti nelle scuole dell’obbligo non raggiunge le 12.000 unità (2013), a fronte del 45% di minori, su una popolazione di circa 180.000 rom. Ciò significa che la presenza nelle scuole dei minori rom è circa un quarto della popolazione in età scolare, percentuale che si aggrava poiché la popolazione rom è sottoposta a continui sgomberi da un campo all’altro, o viene trasferita ai centri di accoglienza, separando le famiglie, o semplicemente viene costretta a sgomberi senza soluzioni alternative.

La presenza di ultrasessantenni rom (0,30%) corrisponde a circa un decimo della media nazionale (25%). Ciò indica che le condizioni di vita sono così precarie da incidere in modo massiccio sulla durata della vita. (Fonte: Strategia nazionale UNAR).

Le famiglie rom composte da una o due persone rappresentano solo l’8% del totale, mentre la generalità dei casi, vede una presenza di famiglie composte da 5 o da 6 persone (31,1%), da 7 persone (11,3%), da 8 persone (7,2%), o da 9 e oltre persone (18,7%).

Da un punto di vista della dislocazione dei rom sul territorio nazionale, è difficile quantificare, sia il numero dei campi abusivi, sia il numero delle presenze della popolazione rom in essi.

Le politiche locali italiane, rivolte alle popolazioni romanì, si sono basate sulla convinzione che i Rom siano nomadi, quindi inadatti a condurre una vita sedentaria, inadatti ad abitare all’interno di abitazioni convenzionali ed a svolgere comuni occupazioni. Questa convinzione, condivisa sia in Francia, che nel Regno Unito, ha determinato in Italia interventi pubblici per i Rom (quando ci sono stati), che hanno comportato la creazione dei “campi nomadi,” principale punto di riferimento per la “sistemazione“ dei rom.

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Campo nomadi

La convinzione di considerare i rom popolazione nomade, ha portato in Italia ad escludere i Rom, provenienti dalla guerre balcaniche negli anni ’90, da una sistemazione abitativa in appartamenti. Ci riferiamo alla decisione dell’allora Ministro degli Interni, Rosa Russo Jervolino, di non estendere l’applicabilità delle misure di protezione temporanea, previste dal decreto del Presidente del Consiglio, ai profughi, prevalentemente rom, che giungevano sulle coste italiane alla fine del bombardamento NATO. (Sigona N., Identità contese, CISU 2004). Così, i profughi rom dalla ex-Jugoslavia sono finiti nei cosiddetti “campi nomadi”.

Una ricerca del 1998 ha contraddetto questa convinzione. La ricerca, condotta da Monica Rossi su un centinaio di rom bosniaci nel campo romano del Casilino 700, registrava come l’85,7% di loro abitasse, prima di sfollare, in normalissime case in muratura, poi distrutte nel conflitto. I capifamiglia intervistati lavoravano prima della guerra come artigiani, meccanici, carrozzieri, muratori, e operai (Rossi M., The city and the slum, 2010).

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Campi rom fuori dal contesto urbano

Sulle condizioni di degrado in cui vivono i rom nel nostro paese ha alzato la voce il governo della Unione Europea.

In seguito ai ripetuti interventi per il cambiamento delle condizioni dei rom, rivolti allo Stato italiano dall’Unione Europea, il Governo del nostro paese è stato indotto a elaborare una Strategia Nazionale (2012), con lo scopo di affrontare gli aspetti più gravi di discriminazione della popolazione rom: casa, lavoro, salute, istruzione. A tutt’oggi (2018), non si registrano interventi applicativi che rispondano ai contenuti della Strategia Nazionale.

Rom: una etnia residuale

La popolazione rom, con il ridursi via via delle possibilità di esercitare le attività tradizionali, coll’accrescersi pressoché totale dei divieti di sostare, è stata sospinta nelle periferie delle grandi città, segregata in spazi residuali separati e inaccessibili, fuori dalla portata e dalla vista dei cittadini, i famigerati e vituperati “campi nomadi”, in parte abusivi, per la necessità di accamparsi, privi di servizi.

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Circo rom - illustrazione storica

I “campi nomadi,” attrezzati, tollerati e abusivi, ospitano indistintamente i Rom ammassati in fatiscenti roulotte, troppo piccole per contenere famiglie molto numerose. Non è raro che i bambini muoiano bruciati, poiché la roulotte prende fuoco, o perché assiderati per il troppo freddo.

Dal punto di vista della percezione della società autoctona (we group), i Rom, esautorati nell’esercizio delle attività lavorative proprie, espulsi dagli spazi in cui sostare, dai processi di urbanizzazione e trasformazione del territorio, estraniati dal processo di cambiamento, sono considerati dalla società in cui sono inseriti un elemento residuale, anomalo, disfunzionale, un peso del quale bisogna sbarazzarsi.

P.S.

Questo articolo è il terzo capitolo di un lavoro della Prof. Marcella Delle Donne, che ha come titolo: “ROM: DAL PORRAJMOS A MAFIA CAPITALE”