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Nella piana Messapica (Lecce)

ALLA RISCOPERTA DELLA PARTE NASCOSTA DEL MIO SALENTO

Impiego magico “te la PETRA”
lunedì 28 gennaio 2008 di Guido Raganato

Argomenti: Luoghi, viaggi


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Ho lasciato il mio paese, Copertino, da quasi cinquanta anni. Vi son tornato a piccoli salti per salutare rapidamente i parenti ogni volta sopravvissuti e godere i colori di palazzi e chiese e il sapore delle cose di casa.

Canzune alla rovescia
Dal Canzoniere Grecanico Salentino

Il novembre scorso ho voluto redimermi, restarci un po’ più a lungo, uscire da porta S. Biagio ed iniziare il viaggio verso il sud, lu capu, secondo la passata definizione nordista della zona meridionale della provincia di Lecce, comunemente nota come Grecìa Salentina depositaria della tradizione di ritmi e ballate del Pizzica-Pizzica e Tarantulate che ho ritrovato in questo viaggio.

Copertino

Ho voluto però iniziare questa specie di flash-back dal mio paese, Copertino, rivedere il Castello Angioino, la Collegiata di S.ta Maria della Neve, detta anche Chiesa Matrice, la chiesa del Patrono San Giuseppe, il Santo dei Voli, tutto quello che potevo ricordare, tutto riapparsomi sorprendentemente di dimensioni ridotte, forse perché l’avevo vissuto quando ero “ piccolo”.

L’origine del nome del mio paese rimane tuttora incerta se derivi da Aretino o Amensino (nome del bosco) o da Superio (nome del fondatore) o da Conventino (Conventio Populorum) o per essere caratterizzata dalla presenza di molti conventi, fino a giungere poi a quello di Cupertino e nel 1430 al definitivo nome.

La strada principale, che ancora conduce al Castello, era nota e forse lo è ancora col nome lo chiancato(dal nome delle pietre bianche locali usate per pavimentazione) o via della stampa perché sede di una antica stamperia del 1530 che fu la prima di tutta la Terra d’Otranto.

La poderosa struttura difensiva del Castello è tra le più belle del Salento e fu eretta (1530-1540) sui resti di un maniero medievale dal copertinese Evangelista Menga su incarico di Alfonso Castriota, cui la contea di Copertino era stata donata dal re di Napoli. Il portale rinascimentale concepito come un arco di trionfo e un quadrato mastio angioino racchiuso nella bastionata trapezoidale sono un bellissimo esempio del “Barocco” leccese. Sul portale sono riportati trofei delle battaglie vinte dai Castriota contro i Franchi e medaglioni con i volti di Goffredo il Normanno, Manfredi, Carlo d’Angiò, Gualtiri di Brienne, Maria d’Enhien, Raimondo del Balzo Orsini, Ladislao, Caterina e Tristano Chiaromonte, Isabella d’Aragona, Carlo V e personaggi della famiglia Castriota. In passato gli interni erano chiusi al pubblico e il fossato infestato dai rovi. Adesso ho invece potuto “scoprire” gli ambienti interni intatti nel caldo tufo originario, sobriamente illuminati, non “profanati” da improbabili arredi posticci e tutto mi è parso sacro nel silenzio della storia di secoli ivi trascorsa.

La Grecìa

Ho preferito lasciare il mio paese con questa impressione per non essere catturato dal peccato originale e proseguire per la Grecìa Salentina, parte residua di una grecità tra Jonio e Adriatico compresa nel poligono disegnato dai Comuni di Otranto, Casarano, Gallipoli e Nardò.

I paesi della Grecìa Salentina, un tempo 23, di cui ora soltanto 9 vi si riconoscono (Calimera, Castrignano dei Greci, Corigliano d’Otranto, Martano, Martignano, Melpignano, Soleto, Sternatia, Zollino) possiedono in antiche chiese e cripte affreschi di stile bizantino e conservano un ricco patrimonio di canti, racconti e filastrocche, oltre al particolare dialetto griko, derivazione semplificata della lingua greca antica usata dagli Japigi, antichi abitanti di questa terra, per commerciare i prodotti del proprio artigianato nelle isole dell’arcipelago ellenico.

Sorvolo su quanto visto e ammirato in queste cittadine, per altro disponibile in molte pubblicazioni, per raccontare l’insperato incontro caldo di affettività con un signore di STERNATÌA che mi ha invitato a visitare un frantoio ipogeo, da lui vantato come “il più grande d’Europa”.

Il Frantoio ipogeo

Il frantoio ipogeo (scavato nella roccia), in varie forme sviluppate in senso verticale o orizzontale e dotato di diverse attrezzature di lavorazione, fu nel passato un complesso industriale molto diffuso nel Salento, terra dagli sconfinati uliveti, perchè la temperatura costante garantiva il miglior modo per lavorare le olive e conservare l’olio.

Il frantoio di Sternatia (trappetu nel dialetto locale) fu costruito nel XV secolo, durante l’esercizio del feudo degli Acquaviva, Baroni di Sternatia, Duchi di Nardò e Conti di Conversano. Il lavoro nel trappeto iniziava nel mese di ottobre e terminava a fine aprile e gli stagionali trappitari, d’inverno nel frantoio, passavano il semestre estivo in attività marinare.

L’equipe addetta al trappeto era composta da tredici persone, suddivise in due squadre. Le definizioni delle diverse mansioni riflettevano il doppio impiego invernale/estivo del personale:

- Il capo trappeto era il Nachiro e sulla nave il Nocchiero;
- Il capo in 2° era Vice-Nachiro e sulla nave Vice-Nocchiero;
- Il personale lavorante era la Ciurma, come sulla nave;
- Druchicchiu, un ragazzo tuttofare di 12 o 13 anni, sulla nave Mozzo.

Nel frantoio si viveva senza sosta per sei mesi insieme con i cavalli o i somari addetti alla rotazione della macina e lo spazio era suddiviso per le singole funzioni: deposito delle olive, lavorazione, conservazione dell’olio, dormitori, tavoli in pietra per la refezione, posto per gli animali.

L’accesso dall’esterno era vietato a chiunque per evitare il furto del prodotto: non erano ammessi nemmeno gli stessi proprietari, che potevano immettere le olive per la spremitura nello sciave (box), attraverso cunicoli scavati nella roccia che collegavano il frantoio con l’esterno.

Il trappeto di Sternatia é stato attivo ininterrottamente dal 1513 al 1917.

Su alcune pareti interne sono ancora incise croci di rito ortodosso, croci di rito latino e persino una stella di David, a significare la varietà del personale che vi ha lavorato, ma anche lo spirito di tolleranza che vi regnava.

La CRIPTA di Vaste

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Vaste Museo Tessere da gioco II sec.a. C.

Proseguo con un’altra scoperta, il bellissimo paese di VASTE, citato anche come Basta da Plinio il Vecchio e da Tolomeo, situato nella antica regione della Messapia o “Terra dei due Mari”, dove indagini archeologiche, condotte negli anni ’80 dall’Università degli Studi di Lecce, hanno fornito un contributo notevole per conoscere l’estensione e la ricchezza del sito.

Piacevole l’arrivo al paese, nella principale Piazza Dante con il Palazzo Baronale, sede di un piccolo ma ricco museo archeologico delle terre e della storia di Vaste, dei Messapi, dei Romani e dei Bizantini. Ho fatto a me stesso il proposito di ritornarvi per ricercare una pubblicazione, ora indisponibile, che illustri l’interessante materiale custodito, come per esempio le tessere romane da gioco in osso ed altri tesori simili.

Vaste risale all’età del Ferro (IX – VIII sec. a. C.) come è stato provato dal rinvenimento all’interno della cittadina di alcune capanne Iapigie a pianta ovale, una delle quali del sec. VIII a. C. è stata ricostruita sulla base dei reperti rilevati in vari siti limitrofi.

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Ricostruzione Capanna Iapigia VIII sec. a. C.

E’ stato stupefacente scoprire nella sconfinata campagna ininterrottamente piatta, fuori dal centro abitato, a circa un chilometro dal paese, la Cripta dei SS. Stefani.

Nella distruzione che Vaste subì nel 1147 ad opera di Gugliemo I il Malo, rimase intatto questo superbo ed unico patrimonio, scavato, almeno un secolo prima, interamente in un grande blocco di tufo e un tempo circondato da una necropoli rupestre, nella quale fu rinvenuta una lapide sepolcrale di un sacerdote di Antiochia, di nome Stefano: da questa pare discendere il culto del santo.

L’interno della cripta a pianta basilicale, suddiviso longitudinalmente in tre navate con pilastri quadrangolari, ha un orientamento est-ovest con l’abside rivolto ad oriente, secondo la tradizione paleocristiana.

La cripta fu impegnata come luogo di culto fino alla soppressione del rito greco (XVII sec.). Poi, il suo successivo impiego per attività agricole, pare per la lavorazione del tabacco, ha provocato devastanti manomissioni di un complesso di circa 50 bellissimi affreschi, dipinti in diverse fasi dal X al XV sec.. In particolare i più antichi sono quelli dell’abside destra (Cristo tra gli Arcangeli Michele e Gabriele) del 1032, i tre “ierarchi” dell’abside sinistra (San Nicola di Mira tra i SS. Basilio di Cesarea e Gregorio di Nazianzo) del 1093 e quello alla parete sinistra del presbiterio (S. Michele ) del X-XI sec..

Nell’abside centrale del presbiterio è riportata una visione apocalittica della Vergine con il profeta Zaccaria e Giovanni apostolo e con una iscrizione votiva del committente risalente all’anno 1376.

P.S.